19 maggio 2006

ARGENTO! (capitolo 18)




“Acqua calda!”

In genere questi ordini erano accompagnati da uno schioccare di mani.

Clap Clap

L’uomo dalla pelle di porcellana entrò in una tinozza di ottone posta al centro della cabina. Fu rovesciata l’acqua e i ragazzini cominciarono a frizionare, massaggiare, e insaponare abbondantemente, fino a che l’uomo disse perentorio…

“Risciacquare”

Clap Clap

e si alzò a godere di quello scroscio di acqua calda e pulita che lo liberò dalle schiume deodorate di Marsiglia e Gibilterra.

Clap Clap

“Asciugare”
Comparvero 6 asciugamani che sfregarono quel corpo secco da sardina de Carpazi.

Il dondolare della nave non disturbava quel rito quotidiano: erano in navigazione da oltre un mese e mezzo e dopo la prima settimana di sciabordio, gli stomaci battezzati da una tempesta, si adagiarono al ritmo binario delle onde.
“Una polka” penso’ l’uomo, che come era nato nella culla di quella musica.
“L’oceano batte a ritmo di polka”.
In questi pensamenti assorto si sentì ordinare:

“Olii”

Clap Clap

ed ecco un fluire di fiale ed essenze che lo unsero e profumarono. E resero la sua pelle, tendenzialmente secca e squamosa, nuovamente elastica e brillante.

Vita felice del duca di porcellana, uno che aveva nel sangue il trambusto e l’impazienza, quella sorta di insoddisfazione sorda e ribollente che porta gli arti a muoversi a deambulare nervosamente, poiché la terra brucia sotto i piedi. Muoversi spostarsi; navigare sulla terra se non è consentito negli oceani. Una stirpe gitana che non disdegna il belletto.


E fu unto e profumato.

“Basta”

Clap Clap

“apparecchiare”.

Mentre il duca di porcellana , che duca non era affatto, ma porcellanoso, questo sì, indossava i suoi damaschi magiari i ragazzini diligentemente fecero comparire sul tavolo da pranzo della cabina 203 ogni ben di Dio:
pane di frumento e segale, pane bianco non salato, brioches, formaggio, uova sbattute, latte, tortillas, The al bergamotto e the nero di Cina. Questo e ogni cibo concepibile dalle fantasiose meningi del cuoco della goletta Simon Bolivar furono sottratte con perizia da mani minuscole e sensibilissime. Di solito lercie ma quando si trattava di cibo nettate in ogni minimo dettaglio.


Norbescu, il duca, aveva loro insegnato le buone e le cattive maniere, fedelissimo al precetto che:
“ i bimbi sono dei maiali cui, com’è noto, piace rotolarsi nel fango”.

E ce li lasciava rotolare e giocare volentieri (bisogna che ci si compiaccia del vivere fisico dopotutto) sino a quando non era il momento di avere a che fare con il cibo e allora: P H I L O S O P H Y.

Il primo capitolo recitava chiaro e tondo quanto segue.

CAPITOLO UNO
il cibo lo si rispetta e contempla; lo si tocca con mani immacolate, lo si dispone, secondo composizioni artistiche, che chi ha fame si nutre anche di sguardi.

Il secondo e conclusivo capitolo di quel decalogo incompiuto recitava ancora

CAPITOLO DUE
E si mangia secondo l’etichetta che il cibo impone, non ci si ingozza, ma si mangia volentieri secondo ameni rituali.


Questa e altre bizzarrie Norbescu imponeva a quei marmocchi diseredati, comprati o rapiti da orfanotrofi, genitori sciagurati e indigenti.

Erano la sua famiglia, la sua fortuna, il suo passatempo e il suo futuro.
Loro erano funamboli abilissimi, giocolieri e borseggiatori di prim’ordine. Parlottavano in un gergo misto di lingue diverse e dialetti raccatati qua e la, per non farsi bene comprendere da orecchie indiscrete.
Anche perché, com’è naturale, non è che avessero maturato studi indicibili. Ed erano a dispetto di ogni sentire sentimentale, feroci, feroci come solo il candore di un bambino può portare ad essere.

Quel giorno di agosto erano lì, che mangiavano compìti, con maniere da piccoli gentiluomini ed erano perdutamente felici, inconsapevoli che la vita avrebbe potuto per loro essere diversa, magari meno variopinta ma diversa e perfino assennata, aggettivo questo che non apparteneva in alcun modo alla grammatica personale di Leopold Degla Norbescu.

Fu ad un tratto che si udì un sibilo acutissimo, era il fischio che i marinai conoscevano bene e che era segnale di inizio della manovra di attracco.

Dall’oblò, con una certa quale soddisfazione il duca di porcellana guardò, con l’unico occhio buono, stagliarsi la cattedrale di Mammarranca.
La goletta Simon Bolivar navigava nelle acque putride del porto, le stesse che vedevano tutti i giorni la visita di Donna Aurelia.

“come sono belle le navi” pensava lei al vedere quel trenta metri ammainare le vele e predisporsi per l’attracco.

Quella vecchia amava l’idea di viaggiare. E adesso guardava il mare differentemente e le sembrava di capire meglio anche i venti e le sabbie, che parevano dotate di una vita propria e di una grazia superiore a quella umana.

E fu grande la sopresa per la cittadinanza quando, una volta calata la scaletta, fecero la loro comparsa una mezza dozzina di marmocchi funamboli. Elmer scese camminando sulle mani, mentre Herb sputava fuoco a destra e a manca. Edward lanciava e riprendeva delle mazze infuocate senza battere ciglio, Erwin inghiottiva una spada più lunga di lui.
Loro e gli altri ragazzini scesero e poi, subito dietro, Norbescu; fiero e impettito.
E fu subito cappannello attorno a loro. Poi marinai e altri passeggeri si dispersero mentre i giochi circensi sembravano richiamare ricchi e poveri, bracconieri e diseredati, contadini e latifondisti desiderosi di dimenticare lo spettacolo sanguinario e violento che si era abbattuto sul villaggio in quei tristi giorni di estate.

Solo Donna Aurelia rimase, del tutto indifferente allo spettacolo,intenta a rimirare i legni della goletta, e le vele e la solidità malgrado la forma affilata. E le sembrò che quella nave portasse speranza e che in quelle vele fossero rimasti impigliati venti lontani dell’oceano e che questi venti avessero nuove voci rispetto a quelle da lei sino ad allora uditi.

12 commenti:

igort ha detto...

Argento prosegue, ma non abbandoniamo le cose che si stanno dicendo: Boris e Brekane, Spari e il sottoscritto hanno delle posizioni non sempre coincidenti.
Dite la vostra.

manuele ha detto...

La Coconino è una realtà editoriale che per molti giovani autori rappresenta un'ancora di salvezza,lo dico senza piaggeria, una specie di "famiglia" che da fiducia e coraggio. Ha ricavato tra le altre proposte editoriali un suo spazio definito e riconoscibile. Una cosa che prima non c'era e adesso c'è.
Questo è un suo grande merito che non può essere in discussione, non si tratta di snobismo, ma di fare un qualcosa che gli altri non fanno.
Tuttavia l'augurarsi che le altre proposte (come dice boris) spariscano non mi sembra auspicabile, anche perchè il mercato (per chi di queste cose ci campa è importante) ha bisogno di varietà: l'altalenante percezione del fumetto in italia dimostra che è forse ancora troppo debole per potersi spezzettare in troppe conflittualità interne (un discorso un po' politichese, scusate...)
ciao
manuele

Gianluca Costantini ha detto...

Io non sono della stessa idea di Igort, e per fortuna abbiamo visioni differenti, e diciamo che quello che faccio con la rivista inguine e la collana di libri di Fernandel è una visione ancora più radicale di quella fatta da Igort con Cocconino.
Io apprezzo molto il fumetto popolare, l'artigianato del fumetto popolare. La scuola che ne segue. Questo per me fa si che il fumetto popolare abbia la stessa importanza di quello "più artistico", e naturalemente quando uno si eleva sopra agli altri dicendo io faccio qualcosa di intellettualmente migliore oppure artisticamente superiore allora diventa per forza uno snob, è obbligatorio.
Quello che dice Faraci è molto contradittorio, perchè allora, visto che lui è il consulente artistico della BD e Alta Fedeltà pubblica molti fumetti che vanno sotto l'etichetta Graphic Novel? Perchè produce libri piccoli scritti sa scrittori "ufficiali" per finire esposto in mezzo ai libri "normali"?

Un altra faccenda che avrebbe bisogno di una riflessione è proprio quella della mostra alla Triennale. Dove io personalemente ero in mostra, e molto rattristante, ero quasi il più giovane...
Incominciamo ad elencare i nomi non presenti alla mostra?
Incominciamo ad elencare i difetti espositivi? Tavole al buio, istallazione centrale ridicola e infruttuosa?
Come mai il 70% delle tavole esposte erano solo di collezionisti? Una tavola di uno una tavola di un'altro?
La mancanza di didascalie che spiegassero a chi non se ne intende quello che stavano vedendo?
Insomma questa mostra fa del male al fumetto sia popolare che non.

Sparidinchiostro ha detto...

quello che faccio con la rivista inguine e la collana di libri di Fernandel è una visione ancora più radicale di quella fatta da Igort con Cocconino.
Gianluca, me la spieghi? Non sono sicuro di aver capito.
Grazie
Paolo

Gianluca Costantini ha detto...

Certo Paolo,
non nel senso che è meglio oppure peggio.
Nel senso che sono diversi tipi di ricerca alcuni che spingono di più e alcuni che rimangono sul limite.
Lo detto soprattutto per dire che avrei potuto essere ancora più snob ma che per me oò fumetto popolare è importante, molto importante.
E' difficile da spiegare, ma non era detto in senso denigratorio alla Cocconino.
Penso per esempio che la Cocconino non spinga più di tanto sullo sperimentale, nella loro produzione metterei al massimo (Feuchtenberger e alcune volte Corona), e forse i libri annunciati di Andrea Bruno e Giacon...
Ma mi dispiace gli altri non sfondano lo stereotipo del bel libro disegnato bene all'Italiana/francese.
Nel senso che, mi sembra, alla cocconino non interessa questo tipo di fumetto...
Comunque capisco di non essere molto chiaro, è solo una mia senzazione personale...
Dovrei spiegartelo a 4 occhi. Ma non credo che ci siamo mai conosciuti... oppure si?

igort ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
igort ha detto...

igort ha detto...
Caro Giancluca sei il re dei disfattisti quando parli di una mostra come quella della triennale.
Andiamo, non sono certo che renda giustizia a uno sforzo davvero condsiderevole e ai risultati importanti che questo sforzo ha ottenuto.

Rispetto al fumetto "artistico" o meno io credo che ci sia un malinteso e una piccola voglia di essere "buonista" nelle cose che dici.

Mi è capitato di lavorare per cose diverse dal fumetto. Diverse e tangenti, scrivere sceneggiature per il cinema per esempio.
Ebbene io scrivo sceneggiature da tanto tempo ma scrivere per il cinema non c'entra. Ho capito dopo poco che la grammatica è diversa. E se volevo fare bene quel lavoro dovevo imparare a capire cosa era questa grammatica diversa. Altrimenti facevo male le cose.

Quando dico "non fanno lo stesso lavoro" parlo di questo; di categorie espressive diverse.

Vediamo, cerco di spiegarmi meglio:
io apprezzo le serie tv, le compro e le guardo con molto interesse.

Ma esistono due categorie trasversali. Una è quella qualitativa.

Sopranos è buono, Desperate houswives è buono, Un posto al sole no, Sentieri no.
(queste sono le mie idee, prendetele per quel che valgono).
E' chiaro? Parlo di categoria qualitativa;, non linguistica. nel Pop ci sono cose diverse. Non tutto è buono.

I film invece sono diversi dalle serie per forma, intenti e struttura (non lavorano sulla durata e sulla reiterazione, per dire), ma, come le serie possono essere ovviamente buoni o meno.
Il padrino è buono, sotto il vestito niente no, Taxi driver è buono, il collezionista di ossa no.

Se io scrivo una canzone uso strumenti diversi, strumenti stilistici e strutturali diversi che se scrivo una sinfonia.

Sono banalità queste, ma sembra che da noi, presi dal tremore di dire cose che possano disturbare qualcuno siamo tutti d'un tratto buonisti. Ragazzi il natale è ancora lontano, riprendetevi. Non esiste il reato di lesa maestà fumettistica.

boris battaglia ha detto...

tornato 'desso 'desso dalla triennale. Vero. Alcuni difetti: troppe le assenze ingiustificate e troppe le presenze imbarazzanti, una idea di mostra e un percorso sul fumetto non compiutamente realizzata per cause che non so ma che immagino (gli strafottutissimi mezzi!). Ma cazzo! Dobbiamo a Stefanelli la mostra più interessante che io abbia mai visto in Italia. Non solo il luogo, fischia! fianco fianco con Le Corbusier (avete visitato Le Cabanon?), ma l'idea generale che se ne trae- anche prescindendo dall'illuminazione- è : un'immagine di quello che il fumetto ha saputo fare altrove e che potrebbe fare qui se si liberasse dagli snobismi mercantili e da quelli sperimentali. Che il fumetto non è mai stato (in Italia) popolare, ma borghese, molto borghese... è qui il punto su cui lavorare. le catene di cui liberarsi. nel senso che non è peggio il mercante alto e fedele o lo sperimentatore doncamillo, ma che è meglio il fumetto e loro non lo fanno.
sciao
alex

boris battaglia ha detto...

ps: poi se il fumetto volete chiamarlo, per dura necessità come dice Spari, graphic novel per me va bene lo stesso.
Il punto resta quello. Io sono solo un lettore e da lettore posso dirvi che il fumetto c'è chi lo fa (Igort, per esempio, e la mia non è piaggeria e Igort lo sa)e di questi vale la pena di parlarne e di parlarci, e chi non lo fa (gli altri che ho detto prima)ma fanno un mestiere che è fare libri o giornaletti disegnati (più o meno bene)e a questi augurare buon lavoro e felice carriera.
risciao
rialex

Gianluca Costantini ha detto...

Mi chiedo cosa intendi con liberarsi degli "snobismi mercantili" questa frase è senza senso...
Il fumetto è riuscito ha saputo fare altrove? Senza mercanti? Senza sperimentatori? Mah!
La tua visione è inrealizzabile, quasi utopistica.
Mi piacerebbe che tu fossi più chiaro, puoi anche fare dei nomi, non credo che nessuno si offenda...
Almeno capisco, se sono solo io che non capisco, quello che dici.

Gipi ha detto...

Acciderba, mi piacerebbe intervenire, però prima dovrei capire se i libri che ho pubblicato Con Coconino appartengono alla tipologia degli sperimentali, dei disegnati bene alla francese, disegnati male all'italiana, al fumetto artistico o al commerciale padano.

Igort, visto che li hai pubblicati, magari tu lo sai.
Se me lo spieghi mi chiarisco le idee e intervengo nella discussione.

Capisci, non vorrei entrare in gioco con la convinzione di fare un lavoro snob e poi scoprire di essere popolare o viceversa.

help-

igort ha detto...

Gipi qui è un collega che parla: tu fai i tuoi libri. Sei un autore, uno grande. Sperimenti e inventi senza fare l'accademia delle avanguardie.


Sono passati tanti anni dagli anni 80 e gli sperimentalismi puri li abbiamo abitati, ce ne siamo nutriti, li abbiamo indossati come un impermeabile sotto la pioggia della tradizione.
io sono uno di quelli di Valvoline. Adesso fatele voi le cose belle e scomposte se pensate che sia il momento. Per me siamo altrove. Siamo altrove culturalmente.

Per me ha ragione Boris quando dice che il punto è un altro. "Che il fumetto non è mai stato (in Italia) popolare, ma borghese". Sottoscrivo.

Sporchiamoci le mani, parliamo di vita, se ci riesce e se arriviamo a dieci, centomila persone stappiamo le nostre bottiglie, ma in ogni caso, cazzo, parliamo di cose.

Portiamo il fumetto lontano dalle solite beghe di paese, questa cosa fa anche un po' cagare, no?
E la conosciamo dall'alba dei tempi, per Chrom!


Siamo tanto bravi a innovare e fare cose bellissime e mai vistissime? Coraggio c'è qualcuno qui che vuole leggere, forza. Rimboccarsi le mani e pedalare (sulle mani, che coi piedi son buoni tutti).

Che sono quelle categorie Costantini? "lo stereotipo del bel libro disegnato bene all'Italiana/francese" che roba è?

Stereotipo un cazzo. Sono gli editori lettori autori di tutto il mondo che lo dicono.
E prima, qualche anno fa non era cosi'. E lo sai bene. Questo non è onesto intellettualmente.

E poi Seth, chester brown, Burns, Nanni, Elfo, Clowes, Munoz... ti dicono qualcosa? E' roba disegnata bene all'italiana-francese-austroungarica?

Parlami del ciclo di mephisto di Tex piuttosto se mi parli di Bonelli, dimmi che quello era un tentativo sincretista e popolare, che ha ampliato la visione del western, con elementi sciamanici e magico realistici in una tessitura classica; che ha anticipato anche Blueberry. Dimmi che quella narrazione era forte e fascinosa, che nel bn di Galleppini a volte si intravvedeva uno spettro complesso di colori, il buio e la luce della luna, le cose della grande pittura fatta con poco inchiostro e molta sapienza.

Io ho la sensazione che ti piaccia dire senza spiegare i concetti da una parte e alludere a cose che linguisticamente non esistono.

Ma mi va bene anche questo. Se vuoi pubblicare gli autori "meno tradizionali" di coconino è OK per me, fai pure, c'è spazio per tutti.
Quel che io cerco è un'identità. In un autore, lettore, editore.
Ma voglio vederle le cose, non solo sentire le parole. Voglio vedere i grandi libri; leggere i grandi racconti. Sono tutt'occhi e tutt'orecchi.