30 maggio 2006

ARGENTO! (capitolo 21)



Fu una musica a risvegliarla dolcemente, risuonava nel suo cranio indolenzito provenendo dalla stanza dei ricordi. Poi una goccia dopo l’altra sul viso.
PLINK PLINK PLINK
Le fecero aprire gli occhi.
Fu un triste risveglio. Amaro e disperato.
“Che stupida, che stupida” ripeteva a se stessa.
Si era fatta attorniare troppo facilmente. Si era fatta prendere di sorpresa. D’altra parte non avrebbe neppure potuto divenire invisibile, troppi testimoni per quello che doveva restare un segreto.
Istintivamente si porto’ una mano al petto ed ebbe la sgradevole sensazione di sentirsi nuda. Constato’ infatti che le avevano portato via il taccuino nero.

Le venne da piangere e si ritrovo’ in mezzo al fango e alla pioggia a singhiozzare come una bambina. I segreti dei Picocca, custoditi per secoli, non erano piu’ al sicuro.

Adesso la vita sua e quella di Alvino erano in grave pericolo.

Si senti’ male e si maledi’, maledi’ quel giorno e quei dannati chicos, e la sua imprudenza, il luogo e la pioggia. Poi guardo’ in alto, lo sguardo accigliato. Quel cielo cupo da cui cadeva il finimondo. E tacque.

Si vide piccola e bagnata in mezzo a una pozzanghera. E in quel momento ebbe la percezione precisa che la battaglia non era perduta. Non ancora.
Sospiro’ e si asciugo’ le lacrime di rabbia, ci fu un tuono e un lampo improvviso illumino’ la piana d Diablo, Donna Aurelia si incammino’.

Alvino giocava con Astor, cercavano di fabbricare un arco. Selezionavano i legni adatti e li flettevano. L’arco era piu’ alto di loro; e questo li impressionava tantissimo come idea.
Con Astor non erano mai stati davvero amici. Alvino era più piccolo e Astor aveva un temperamento taciturno. Ma la visita di Billy lo gnomo aveva avvicinato i due. Alvino si domandava se avesse scoperto il loro segreto quella famosa notte.
Pochi scarni dialoghi mentre tendevano il filo sottile ricavato da un nervo di bue.

“Tendi, piega di più, senza spezzarlo”.
“Cosi’”.
Suonava come un violino pizzicato quell’arco teso e pronto a scoccare la prima freccia.

TWOOK

Schiocco’ quella contro un tavolaccio che avevano messo per fare da bersaglio.

“ Grandioso!”
“Astor…”
“Si’?”
“ Quando è entrato il nano, quella sera, non hai avuto paura?”
Astor lo guardo’ fisso con gli occhi neri scintillanti e poi distolse lo sguardo inseguendo i ricordi.
“No, paura no”
E aggiunse: “Non hai il tempo per avere paura quando odi tanto qualcuno”

L’odio. Poteva un sentimento tanto definitivo abitare, addirittura devastare il cuore di un ragazzetto?
Astor non aveva compiuto 11 anni quando la sua vita era diventata una piccola sfera di vetro. Fragile e trasparente.
Poteva rotolare verso un destino sereno. Oppure verso una buca oscura di dolore.

Cosa era successo? Quale spinta aveva definito la sua vita?
Il destino aveva cominciato a scivolare pericolosamente verso l’abisso, quando suo padre, al pari del padre di Alvino, era stato arrestato dai regolari. Non aveva mai più fatto ritorno.

A ogni modo questo lo aveva reso un orfano e aveva trasformato la sua esistenza in quella di un uomo bambino. Abitava in mezzo alla natura e viveva con le sue capre. Dormendo all’addiaccio piuttosto che rientrare a casa. Non che avesse troppi amici, d’altra parte; era temuto dagli altri ragazzi e riconosciuto come un diverso. Rispettato ma seriamente evitato.
Dal giorno in cui in seguito a un litigio aveva spezzato il braccio di luisito Lopez.
Quel crak imprevisto lo aveva confinato per sempre.
E Astor aveva accettato il verdetto, mai pronunciato, con la consapevolezza che in fondo era giusto cosi’. Accendeva i fuochi nelle sere di inverno, e quelle luci distanti erano divenute una specie di benedizione del luogo. Si sapeva che Astor era in giro, e che nulla di molto grave poteva accadere.

Poi erano venuti gli assalti mannari e Astor era stato incolpato. Come mai le sue capre non ne avevano mai subiti, di attacchi?
Sfidato pubblicamente a fare a pugni Antioco Barrambilla aveva rimangiato le sue parole.

Poi una notte di maggio sua madre Ines aveva tentato il suicidio. Non diceva una parola da tanto. E si muoveva al buio in quella casa abbandonata dagli uomini. Che vita da ombra quella.
TAK!
aveva fatto il seggiolino in legno cadendo. E Donna Aurelia aveva avuto la netta sensazione che qualcosa di brutto stesse per accadere nella casa poco distante.
Quando la vide penzolare dal soffitto con un calcio spalanco’ la porta e la tiro`giu`. E la bacio’ quella donna sottile, la bacio’ come nessuno da anni aveva piu’ fatto.
Gli occhi si bagnarono di lacrime e sembrarono chiedere in quel silenzio troppo denso: “perché?”

Non si muore di dolore, di strazio, di assenza. Non è accettabile, dignitoso, neppure per chi è divorato dalla solitudine e sputato in faccia dalla miseria.

Questo rispose con il suo sguardo Donna Aurelia.
E fu dunque chiamato Don Erminio, su dottori.
Che visito’ la donna, le fece una iniezione per addormentarla e bisbiglio’ qualcosa all’orecchio di Donna Aurelia.
Si decise che per qualche tempo Ines sarebbe stata vegliata.
Alvino aiuto’ ad accompaganre la donna di ombra nella grotta che faceva loro da casa e preparo’ l’unguento alle erbe selvatiche per lenire le lacerazioni della pelle nel collo.

Astor odiava sua madre; la sua mente di ragazzo triste, non aveva mai compreso quella resa, la voglia di scomparire. Eppure dopo quel fatto qualcosa era cambiato.
Astor aveva compreso che qualcosa di fragile come il vetro apparteneva non solo alla sua vita ma anche qualla donna che lo aveva generato.
E i fuochi nella piana avevano cessato di rassicurare le genti del villaggio.
Un camino si era acceso e una zuppa ribolliva in silenzio. Sino a quando una voce roca, che non parlava da tanto, aveva pronunciato queste parole: “Vieni Astor, la cena è pronta”.

15 commenti:

igort ha detto...

PLIN PLON

Nanni e Marzocchi-Zeman richiesti in Corea.
La qualità paga.

PLIN PLON

bananos ha detto...

GRANDE!! EVVAIIIII.....

kiakkio ha detto...

bella notizia!

igort ha detto...

PLIN PLON

Baobab (igort) e Gli innocenti (Gipi) nominati al festival di Erlangen 2006.

La qualità paga

PLIN PLON

andrea barbieri ha detto...

A me pare che in Italia si dimentichi facilmente la verità semplice che la qualità paga. Diventa una verità esotica, e senza che nessuno lo ricordi con un po' di decisione, come fa il capo del blog, sembra addirittura un'utopia da sognatore. Invece è la cosa più concreta che c'è. Opinioni da lettore intristito dal clima culturale italico...

@ Ausonia qui un breve topic a partire dalle tue considerazioni sull'informale (con un titolo eccentrico).

ausonia ha detto...

bentornato, igort!

generalizzando con quel: "una classe di talentuosi fanfaroni", sei stato cattivissimo con noi! dai, abbiamo scritto un sacco di cose... gli insulti si contano sulle dita di una mano e le cose espresse un po' da tutti erano comunque stimolanti.
alla fine è vero... si erano create due diverse correnti di pensiero. e se l'importante è fare gruppo: ti assicuro che questo è successo. ma se per "gruppo" s'intende far finta di avere tutti la stessa opinione... bè, allora si dovrebbe chiamare "branco". e il branco mi fa paura.
bentornato. :)

rispondo a barbieri: breccia ha davvero fatto fumetto informale. concordo. e sono contento di averti stimolato perché tu hai stimolato me. tanto da riprendere in mano il tanto ridicolizzato fotoromanzo. vai pure a leggertene qualcuno sul mio blog...

igort ha detto...

Quel che sembra sfuggirvi, nella discussione precedente, è che il fumetto per crescere, ha anche bisogno di luoghi privilegiati in cui fare sorgere domande e pratiche non codificate. In questo senso, caro Ausonia, il centro fumetto A paz è stato utile. Sono luoghi che devono avere la dimensione di "riserva". Se poi la riserva diventa ghetto c'è qualcosa che non ha funzionato.

Altra considerazione merita il discorso sugli anni 80, che andrebbe preso sotto un punto di vista piu' articolato. Cosa rappresenta quel lavoro?
Ranxerox o cannibale in genere? Quanto si è datato? Perché fu importante quella visione?

Sul disegno mi pare che non traiate le debite conclusioni, ci si perde a fare la gara di muscoli.

Mi pare inoltre che, caro Andrea (Barbieri), sia poco chiara la differenza tra "patrimonio tecnico" e esigenze espressive.
Sul piano del disegno Zograf ha un patrimonio tecnico assai limitato. Liberatore no.
Ma come narratori Zograf ha aperto porte, Liberatore ha "illustrato" magnificamente un racconto.
Sul piano formale Ranxerox non ha apportato nulla di nuovo se non un disegno tridimensionale.
Montaggi e tipo di storytelling giacciono su un livello classico non diverso da Dan Dare.

Si potrebbe andare avanti a discutere di cosa era la visione. Recupero del genere; ridefinizione delle sue mitologie. Un lavoro preciso, nel segno dei tempi. RAnxerox era questo.
Zograf, sempre per fare un esempio, definisce un territorio grafico dimesso, un bianco e nero spartano, e porta una narrazione personale, si mette in scena e lavora sull'autofiction. Il reale, sembra dire Z. va scandagliato, la narrazione è l'uomo. Diario di guerra e visioni ipnagocgiche.

igort ha detto...

Le osservazioni devono essere concrete, non volare sul piano dell'idealismo.
Se si gioca una partita tutti sognano di essere in piena forma e su un campo con condizioni perfette. Ma a volte ci sono infortunati, giornate no, e piove che Dio la manda.
Quello che mi ha colpito della scena coreana è una visione del fumetto come "macchina da racconto".

La scuola italiana di 20 anni fa, a differenza di oggi ha si concentro' molto su una ricerca visiva (si cercava di capire cosa era il linguaggio, anche).

Gli anni ottanta si sono spesso anche basati su un corto respiro e giochi di mera provocazione che oggi sono validi sul solo piano nostalgico, il "come eravamo".
Cavalli e cavalieri di Paz, visti all'estero, per dire, sono letti come mero kitsch.

E poi un ultimo punto: fa differenza "guardare" un fumetto o "leggere" un fumetto. Certe esperienze visive sono interessanti ma illegibili. Altre sono più modeste come sfida estetica ma leggibilissime; Il fumetto è anche questo. Storytelling.
Per me, soprattutto questo.

andrea barbieri ha detto...

Igort, non so se Zograf abbia un patrimonio tecnico limitato, dovrei chiedergli di disegnare cose fatte "bene" e magari constatare la sua incapacità. Sarà sicuramente così, tu lo conosci bene.
Ma allo stesso tempo mi pare che il suo disegno in Psiconauta e Saluti dalla Serbia sia perfetto per quelle narrazioni, e allora sottolineare la limitatezza dei suoi mezzi tecnici fa pensare che a quelle tavole manchi qualcosa. Invece a mio parere sono splendide, vive, piene di invenzioni, e anche tecnicamente (non in astratto ma in rapporto alla narrazione) eccellenti.

andrea barbieri ha detto...

Io poi come lettore sarei per la sfida e la leggibilità insieme. Baobab è così, e l'ultima tavola del secondo volume dove c'è quel bel nero materico e insieme quelle figure inventate, insomma tutte le volte che la guardo mi butta in un altro mondo. Bellissima.

Anonimo ha detto...

Igort scrive:
il fumetto per crescere, ha anche bisogno di luoghi privilegiati in cui fare sorgere domande e pratiche non codificate. In questo senso, caro Ausonia, il centro fumetto A paz è stato utile. Sono luoghi che devono avere la dimensione di "riserva".

Ti ringrazio, igort, per il ruolo che ci riconosci. Anche se più che di dimensione di "riserva" (termine che usi per intendere un luogo "riservato", protetto, presumo) parlerei di luogo di crescita e sperimentazione, di formazione, se vogliamo.
Io spero che il Cfapaz possa ancora essere utile, che lo sia ancora. Abbiamo investito molto e l'abbiamo fatto senza tornaconti. Per esempio non abbiamo cresciuto e sfruttato gli autori. Li abbiamo promossi, fatti conoscere e messi a disposizione di tutti. Ognuno ha poi proseguito la propria strada.
In una prima lunga fase abbiamo investito sulla creatività degli autori, stilistica e narrativa. Da qualche anno valorizziamo anche le narrazioni (vedi i nuovi schizzo presenta, che non sono più albi ma libri e che spero siano finalmente esposti anche in Triennale).
Il ruolo che abbiamo non si limita peraltro alla pubblicazione di autori di fumetti, ma è più generale. Per molti, il cfapaz è stata la porta d'accesso al mondo del fumetto, il primo ambito attraverso cui conoscere opere, autori, realtà editoriali, manifestazioni. C'è in giro gente che ha proprio cominciato con noi, scrivendo un articolo, pubblicando un saggio, stando al nostro stand per raccogliere abbonamenti. Gente che poi ha messo su case editrici, siti, ha promosso eventi culturali.
Anche in questo senso continuiamo ad essere una realtà viva, e soprattutto non più isolata nel marciare verso una certa direzione.
Detto ciò, sono un po' stufo (è la seconda volta che lo scrivo oggi) di vedere un numero crescente di persone che ci usano per i nostri contatti e per i nostri servizi senza poi riconoscerci sostanzialmente un bel nulla.
Forse qui dobbiamo cominciare ad essere più smaliziati, perchè tenere in piedi e far crescere il cfapaz è costato e costa tempo, denaro, fatica e impegno.
E in effetti, come avrete potuto constatare, curiosamente, di posti del genere in italia ce ne sono mica tanti....
vorrà dire pur qualcosa.
micgin

Anonimo ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
bardamu ha detto...

mi sa che "talentuosi fanfaroni" fosse in tono bonario e affettuoso..
almeno io l'ho letta così.
e credo che quello di Igort fosse solo 1 invito alla concretezza..
tipo: "produrre di più, parlare di meno.."
credo.
;)
preciserà poi lui a breve suppongo..

bardamu ha detto...

mi riferivo ad un commento che è sparito...
preciso, perchè altrimenti sembro scemo... ;)

igort ha detto...

Non preciso niente, Grazie Bardamu, non ho tempo da perdere. Andiamo avanti, gli astiosi li lasciamo a rodersi da soli.