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5 gennaio 2015
58
Tokyo, 1994. Sendagi ni chome. Fermata d’autobus.
Attendo da solo di imbarcarmi sul 58 alla volta della Kodansha. L. è a casa ancora indisposta. “Ho paura”. Mi ha ripetuto più volte. E non capiamo se si tratti di semplice blocco alla digestione o della temuta labirintite. L’autobus tarda ad arrivare. Non ho mai visto 10 persone in attesa come ora.
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la clinica di Nezu
Tokyo, aprile 1994. Le pareti della clinica universitaria di Nezu. Ore di attesa, durante le visite di L. e qualche chiacchiera con Ichihara San. Il block notes mi fa compagnia e attenua l'angoscia. Mentre disegno penso alle palme ospitate nel giardino di questa zona antica di Tokyo.
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ten teki
Ten Teki. Flebo in giapponese. Attesa alla clinica universitaria di Tokyo.
La flebo che lentamente cura e nutre L.. Attimi di silenzio e luce elettrica in un ospedale giapponese. Problemi al labirinto e vista anormale. La visita alle 22,30 in un ospedale che sembra disabitato.
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il meraviglioso discorso agli studenti di George Saunders
Nel corso degli anni si è andata affermando una tradizione per questo tipo di discorsi, che potremmo sintetizzare come segue: un vecchio noioso e antiquato, con i migliori anni ormai alle spalle, che nel corso della sua vita ha commesso una serie di errori madornali (che sarei io), dà consigli dal profondo del cuore a un gruppo di giovani brillanti e pieni di energie che hanno davanti a sé i loro anni migliori (che sareste voi). E io intendo rispettare questa tradizione.
Ebbene, una delle cose più utili che si può fare con una persona anziana – oltre a prendere soldi in prestito o chiederle di eseguire uno dei "balli" dei suoi tempi, così da poterla osservare facendosi due risate – è chiederle: "Ripensando al passato, di che cosa ti rammarichi?". E lei te lo dice. In qualche caso, come ben sapete, te lo dice anche se non glielo chiedi. In qualche altro caso ancora te lo dice perfino quando hai specificatamente chiesto che non te lo dica.
Bene: di che cosa mi rammarico? Di essere stato povero, di quando in quando? Non proprio. Di aver fatto mestieri tremendi, come "estrarre le articolazioni" in un mattatoio? (Che non vi venga assolutamente in mente di chiedermi che cosa ciò comporta.) No. Non mi rammarico di ciò. Di essermi tuffato senza nulla addosso in un fiume di Sumatra, un po' alticcio, e di aver guardato in alto, e di aver visto qualcosa come trecento scimmie sedute su una tubatura intente a cagare di sotto, nel fiume, proprio quello nel quale stavo nuotando io, con la bocca spalancata e tutto nudo? E di essermi ammalato in seguito a ciò, e di essere stato male per i sette mesi successivi? Non proprio. Mi rammarico forse di aver fatto qualche sporadica figuraccia? Come quella volta che giocando a hockey di fronte a una gran folla – in mezzo alla quale c'era una ragazza che mi piaceva davvero tanto – caddi a terra emettendo un bizzarro suono stridulo, e non so come riuscii a segnare nella porta della mia squadra e al tempo stesso a scaraventare il bastone in mezzo alla folla e a colpire proprio quella ragazza? No. Non mi rammarico neppure di questo.
In verità mi rammarico di un'altra cosa: in seconda media nella nostra classe arrivò una ragazzina nuova. Nel rispetto della privacy, diciamo che il nome col quale ci fu presentata fu "Ellen". Ellen era piccola, timida. Indossava occhiali blu dalla montatura a occhi di gatto, del tipo che all'epoca portavano soltanto le signore anziane. Quando era nervosa, in pratica quasi sempre, aveva l'abitudine di mettersi una ciocca di capelli in bocca e di masticarla.
Insomma, arrivò nella nostra scuola e nel nostro quartiere, e per lo più fu del tutto ignorata, in qualche caso presa in giro ("Sono saporiti i tuoi capelli?" e altre battute del genere). Mi rendevo conto che questo la feriva. Ricordo ancora come appariva dopo una villania di questo tipo: teneva gli occhi bassi, se ne stava un po' ripiegata, come se avesse ricevuto un calcio nello stomaco, come se essendole appena stato ricordato il posto che occupava cercasse, per quanto possibile, di scomparire. Dopo un po' scivolava via, con la ciocca di capelli ancora in bocca. A casa, dopo la scuola, immaginavo che sua mamma le chiedesse cose del tipo: "Come è andata oggi, tesoro?". E lei rispondesse: "Oh, bene". E sua madre forse le chiedeva anche: "Hai stretto amicizie?", e lei rispondesse: "Sicuro, molte".
Talvolta la vedevo bighellonare tutta sola nel giardino anteriore di casa sua, come se fosse timorosa di uscirne. E poi... Poi traslocarono. Ecco tutto. Nessuna tragedia. Nessuna grande presa in giro finale. Un giorno era lì, il giorno dopo era sparita. Fine della storia.
Ebbene, perché mai mi rammarico di ciò? Perché a distanza di quarant'anni ripenso ancora a quell'episodio? Rispetto alla maggior parte degli altri ragazzini, in realtà, io mi ero comportato abbastanza gentilmente con lei. Non le ho mai detto niente di sgradevole. Anzi, in qualche caso l'ho addirittura difesa (un po'). Eppure... Mi dispiace.
Ecco, questa è una cosa vera che adesso so di sicuro, anche se si tratta di qualcosa di un po' trito e non so con esattezza che farne: ciò che rimpiango di più nella mia vita è aver mancato di essere gentile. Mi riferisco a quei momenti in cui davanti a me c'era un altro essere umano, addolorato, e io ho reagito... assennatamente. In modo riservato. Bonario.
Oppure, se vogliamo vedere le cose dall'altra parte, potremmo chiederci: chi ricordi con maggior affetto nel corso della tua vita? Con la più innegabile sensazione di cordialità? Quelli che sono stati maggiormente gentili nei tuoi confronti, scommetto.
Sarà forse un po' semplicistico, e sicuramente difficile da mettere in pratica, ma direi che come obiettivo nella vostra vita fareste bene a "cercare di essere più gentili".
Ed eccoci alla domanda da un milione di dollari: qual è il nostro problema? Perché non siamo più gentili?
Questo è quanto penso io in proposito:
Ciascuno di noi viene al mondo con una serie di malintesi innati che quasi certamente hanno un'origine darwiniana. Mi riferisco a: 1) noi siamo il centro dell'universo (in altri termini, la nostra storia personale è la storia più importante e interessante al mondo. Anzi, in realtà è l'unica storia che conti); 2) noi siamo qualcosa di diverso e distinto dall'universo (sì, certo ci siamo noi e poi, laggiù, c'è tutto il resto, cani e altalene e lo Stato del Nebraska e le nuvole basse e, sì, è vero, anche tanta altra gente); e 3) noi siamo eterni (la morte esiste, sì, certo, ma riguarda te, non me).
Ebbene, noi non crediamo veramente a queste cose – a livello intellettuale non siamo certo così ingenui – ma ci crediamo a livello viscerale, e viviamo in modo conforme a ciò che crediamo, al punto che queste cose fanno sì che noi riteniamo prioritarie le nostre esigenze rispetto a quelle altrui, anche se ciò che vogliamo davvero, nel profondo dei nostri cuori, è essere meno egoisti, più consapevoli di quello che sta accadendo nel momento presente, più aperti, più amorevoli.
Ed eccoci alla seconda domanda da un milione di dollari: come possiamo riuscire a fare una cosa del genere? Come possiamo diventare più premurosi, più aperti, meno egoisti, più presenti, meno deludenti e così via?
Già, bella domanda...
Purtroppo, mi restano soltanto tre minuti ancora...
Lasciate dunque che vi dica questo: il modo c'è. Voi già lo sapete, del resto, poiché nella vostra vita avete conosciuto periodi di Grande Gentilezza e periodi di Poca Gentilezza, e già sapete che cosa vi ha spinti verso i primi e lontano dai secondi. Una buona istruzione serve. Immergersi in un'opera d'arte serve. Pregare serve. Meditare serve. Una chiacchierata schietta con un caro amico serve. Sentirsi parte di una tradizione spirituale serve. Riconoscere che ci sono state innumerevoli persone davvero intelligenti prima di noi che si sono poste queste stesse domande e ci hanno lasciato le loro risposte serve.
Il fatto è che si finisce con lo scoprire che essere gentili è difficile. Perché essere gentili all'inizio è essere tutti arcobaleni e cucciolotti, ma poi si espande, fino a includere... beh, proprio tutto.
Una cosa gioca a nostro favore: parte di questo diventare più gentili capita naturalmente, con l'età. Può trattarsi di una semplice questione di logoramento: a mano a mano che invecchiamo impariamo ad accorgerci di quanto sia inutile essere egoisti. Di quanto sia illogico, davvero. Iniziamo ad amare il prossimo e così facendo riceviamo una sorta di contrordine in merito alla nostra centralità. La vita reale ci prende a calci nel sedere, e la gente accorre in nostra difesa e in nostro aiuto, e così impariamo che non siamo separati dagli altri, né vogliamo esserlo. Vediamo le persone a noi vicine e a noi care indebolirsi, e poco alla volta ci convinciamo che forse anche noi un giorno saremo più deboli (un giorno, tra tanto tempo). La maggior parte delle persone, quando invecchia, diventa meno egoista e più amorevole. Penso che sia proprio vero. Il grande poeta di Syracuse Hayden Carruth quasi al termine della sua vita in una poesia scrisse di sentirsi "per lo più amore, ormai".
Ed eccovi la mia previsione, il mio augurio di tutto cuore per voi: a mano a mano che invecchierete, il vostro Io diminuirà e crescerete nell'amore. L'IO sarà sostituito poco alla volta dall'AMORE. Se avrete figli, quello sarà un momento di enorme rimpicciolimento della vostra centralità. A quel punto non vi interesserà più ciò che accadrà a voi, purché siano loro a beneficiarne. Questo è uno dei motivi per i quali i vostri genitori oggi sono così orgogliosi e felici. Uno dei loro sogni più caramente accarezzatisi è trasformato in realtà: voi avete portato a compimento qualcosa di difficile e di tangibile che vi ha fatto crescere come persone e vi renderà la vita migliore, da adesso in poi, per sempre.
Congratulazioni, a proposito!
Da giovani siamo impazienti, come è giusto che sia, di scoprire se possediamo tutto ciò che ci serve. Ce la faremo? Riusciremo a costruirci una vita degna di questo nome? Ma voi – in particolare voi, di questa generazione – forse avrete notato un certa qualità ciclica in questa ambizione. Andate bene al liceo nella speranza di riuscire a entrare in una buona università, così da andare bene all'università nella speranza di riuscire a ottenere un buon posto di lavoro, così da poter svolgere bene il vostro lavoro nella speranza di riuscire a...
E tutto ciò è sicuramente ok. Se dobbiamo diventare più gentili, questo processo include il fatto di prenderci sul serio, in qualità di persone che agiscono, che portano a termine le cose, che sognano. Sì, dobbiamo fare proprio questo: essere il meglio di ciò che possiamo essere.
Tuttavia, il successo è inaffidabile. "Avere successo", a prescindere da ciò che può voler dire per voi, è difficile, e la necessità di farlo sempre si rinnova di continuo (il successo è come una montagna che continua a innalzarsi nel momento stesso in cui la scaliamo), ed esiste il pericolo molto concreto che per "avere successo" sia necessaria la vita intera, mentre le grandi domande restano senza risposta.
Ed eccovi dunque un consiglio veloce, per congedarmi al termine di questo discorso: dato che secondo la mia opinione la vostra vita sarà un viaggio che vi porterà ad essere più gentili e più amorevoli, sbrigatevi. Fate presto. Iniziate subito. In ciascuno di noi c'è un equivoco di fondo, un vero malessere in verità. Si tratta dell'egoismo. Ma la cura esiste. Siate quindi gentili e proattivi e addirittura in un certo senso i pazienti di voi stessi – cercate le medicine più efficaci contro l'egoismo, cercatele con tutte le vostre energie, per tutto il resto della vostra vita.
Fate tutte le altre cose, quelle ambiziose – viaggiare, diventare ricchi, acquistare fama, essere innovativi, essere leader, innamorarsi, fare fortuna e perderla, nuotare nudi nei fiumi in mezzo alla giungla (dopo aver controllato che non ci siano in giro scimmie che cagano) – ma qualsiasi cosa farete, nella misura del possibile eccedete in gentilezza. Fate ciò che vi può indirizzare verso le risposte a quelle grandi domande, cercando di tenervi alla larga dalle cose che possono sminuirvi e rendervi banali. Quella luminosa parte di voi che esiste al di là della vostra personalità – la vostra anima, se credete – è tanto luminosa e brillante quanto nessun'altra. Luminosa come quella di Shakespeare, luminosa come quella di Gandhi, luminosa come quella di Madre Teresa. Sbarazzatevi di tutto ciò che vi può tenere lontani da quella luminosità nascosta. Credete nella sua esistenza, cercate di conoscerla meglio, coltivatela, condividetene incessantemente i frutti.
E un giorno, tra 80 anni, quando voi ne avrete 100 e io 134, quando saremo tutti così gentili e premurosi da risultare quasi insopportabili, scrivetemi due righe. Fatemi sapere come è stata la vostra vita. Spero tanto che mi scriviate: è stata meravigliosa.
Congratulazioni, laureati del 2013.
Vi auguro tanta felicità, tutta la fortuna del mondo e un'estate splendida."
© George Saunders, 2013 – Tutti i diritti riservati
1 gennaio 2015
giovedì 1 gennaio
Oggi bevo té bianco. Lo comprai a hong Kong, in una bottega scarsamente illuminata, dove gli esperti assaggiano la merce prima di acquistarla. dicembre 2009, si parlava di 5 al cinema. Versione italo-hongkonghese. Jonnie mi mostrava il quartiere nel quale era cresciuto. E io non potevo fare a meno di pensare a Napoli, la mia amata Napoli. Solo che a Napoli non c'era il monumento a Bruce Lee. A questo pensavo quando, poi, nello spaccio, assaporavo le scorze di mandarino essicate e salate. Una delizia. Discorsi fatui con nababbi del cinema, nei loro grattacieli futuribili. Parole di marinai cinesi. Labirinti di sogno.
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30 dicembre 2014
martedì 30 dicembre
Il freddo si è fatto sentire. Mi muovo per la casa immersa nel silenzio, Niente musica oggi. Ascolto le idee addensarsi. Ascolto mentalmente i dialoghi di Trash, doppiati da Pasolini in romanesco. Warhol e PPP si sono parlati, nel segreto delle loro stanze interiori. E Lou, questo ragazzo aggressivo dallo sguardo bruciato, ha composto le sue canzoni da tre accordi, amoreggiando con la vita ai margini, con le parole tristi di Hubert Selby jr., e ci ha ferito il cuore. Le nuove frontiere. ha ha ha. Oggi in un talent show, persone come Lou Reed, Bob Dylan, Patti Smith o Leonard Cohen verrebbero sbattuti fuori. Non erano acrobati, loro. Erano veri.
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22 agosto 2012
scolpire la carta
Ukiyo-E' Haiku & Suspence. Si chiamava così il mitico libro che andavo a cercare ogni settimana alla libreria di via Garibaldi, a Cagliari, senza mai trovarlo. “arriva, arriva” dicevano. Era il 1975. E non arrivò mai. Lo aveva disegnato Sergio Toppi, che era un gigante. Il volume era una contemplazione grafica sul Giappone dei samurai con le loro armi e armature; un opera sinfonica di segni e colori che in poche pagine tramortiva il lettore. Puro epos. C'era tutto il suo repertorio di segni violenti, grossi, delicati, lievissimi che conferivano peso alle masse, sino a renderle quasi tangibili (la magia del disegno) e a queste Toppi alternava fondi bianchi, impalpabili, del tutto grafici. L'effetto era di una perfezione scioccante.
Quando 22 anni dopo, a Milano, fui premiato inseme a lui, mi sentivo come qualcuno che si trova lì per sbaglio. Da Toppi avevo imparato tanto, sin da ragazzo e mi ero reso presto conto che il suo cuore di disegnatore era un incastro impenetrabile, un forziere misterioso fatto di cose preziose e molto diverse. Cosa guardava Toppi? Sembrava spuntare dal nulla. Io lo spiavo, ci eravamo anche parlati ad Angouleme. Avevo visto delle cose sue, delle tavole stupefacenti, che pensavo vecchie, fantasticavao sull'età dell'oro, gli anni che furono, e invece le aveva appena disegnate. Era in forma il grande Toppi, e glielo avevo detto. Lui se la rideva discretamente, mentre tracciava una di quelle dediche che mandavano in visibilio i lettori francesi. Lo aveva rilanciato, Oltralpe, l'editore Mosquito, un minuscolo e puntiglioso editore che ha dato una seconda vita a diversi disegnatori degli anni Settanta italiani. Quella meravigliosa stagione del bianco e nero, di cui Toppi era un maestro riconosciuto e amatissimo. In Italia, si sa come siamo ritardatari noi a celebrare le nostre glorie, l'attenzione era venuta dopo, ma era venuta. E mi faceva piacere vedere il lavoro di questo immenso maestro esposto all'attenzione che meritava, dato che io ero uno di quelli che finito di leggere una storia la ricominciava a guardare. Ore trascorse su quei segni, per capire come faceva. Lui, che il pennino lo faceva cantare, aveva un bianco e nero che scolpiva gli spazi con stilizzazioni personalissime. E una composizione che teneva conto della grande scuola grafica degli anni 50. Stile, insomma. Aveva cominciato negli anni 60, sul Corrierino, a fare le storie del mago Zurlì, e poi era passato al Corriere dei ragazzi, mi ricordo che andavo in chiesa a procurami delle copie, non si trovava nei circuiti normali. E rimanevo scioccato a rimirare quei colori elettrici, che sembravano dipinti su vetro. Toppi aveva un gusto tutto suo per gli accostamenti.
Lui dialogava con le alte sfere del disegno. E parlava da pari con Schiele e Klimt, con Kirchner, per questo forse, quando approdò alle pagine prestigiose di Alter Linus, che pubblicava il fior fiore del fumetto mondiale, lui era a suo agio, aveva il suo posto. Oreste del Buono lo osannava, giustamente. E ne ammirava la modestia, che è tipica dei grandi.
Qualcuno, in quegli anni ci provò perfino, a imitarlo. Ma fu chiaro per tutti che quella era impresa disperata. Perché Toppi era unico. E indimenticabile.
14 agosto 2012
il grande discreto
Era un gigante delle riviste da 20 cent, che io compravo dove potevo, nelle edicole delle stazioni o nei lungomare italiani popolati dai turisti. Eroi di serie B, non certo prime testate. Tor (come Thor ma senza l’h), fantasy preistorico derivato di Tarzan e SGT Rock, storie di guerra, con anacronistici eroi tutti d’un pezzo. Eppure Joe Kubert nell’industria dei sogni di carta di bassa lega, la carta chiamata pulp, da cui presero il nome i pulp magazine, aveva un posto di rilievo. Forse per via di quel suo tocco particolare, e di uno stile nervoso e personalissimo che lo rendeva immediatamente riconoscibile, qualunque cosa disegnasse. Era un grande, che sapeva tuttavia resistere alle lusinghe della tecnica. Non c’era compiacimento, lui amava l’arte della sequenza, il fumetto puro insomma. E si divertiva a creare pagine che pareva respirassero. Tagli lunghi in cui poteva contrapporre un volto a una panoramica, a creare quell’effetto mozzafiato che mandava in visibilio generazioni di teen-ager. Aveva il dono, faceva sognare.
E io, nei miei giorni di ragazzo, ho sognato sulle sue pagine.
A quell’epoca, erano i primi anni settanta, cresciuto con i fumetti americani, avevo capito che un grande autore non lo riconosci solo dal blasone che certi caratteri portano con sé. Potevi disegnare Batman ed essere una schiappa o potevi prestare il tuo ingegno su storie di seconda classe ed essere un grande. La partita di scacchi si giocava lì, dentro e tra i quadretti, nel modo di tracciare i segni, ma soprattutto nel modo in cui sapevi guardare a quello che raccontavi.
E Kubert mi stupiva per quella sua sapiente vena di irregolare che lo caratterizzava. Lui, per esempio, aveva inventato dei segni lunghi che attraversavano i corpi, e quelli definivano non tanto le masse ipertrofiche che ai suoi colleghi interessavano tanto, quanto, semplicemente, la pelle. Il tessuto della pelle che si allunga e stira. Il che rendeva qui corpi in movimento molto umani, e molto eleganti. A quell’epoca, io non avevo neppure sedici anni e ammiravo le sue pagine senza sapere chi dietro questi nomi, spesso esotici (Kubert, Steranko, Kaluta, suoni non esattamente americani) si celasse. E quali storie di adattamento ed emigrazione quei nomi portassero con sé.
Ma si formava, inconsciamente l’idea che questo tessuto fertile e creativo made in USA fosse lo specchio di un vero melting-pot culturale.
Kubert apparteneva alla grande scuola realistica americana; classe 1926, cresciuto a Brooklyn in una famiglia di immigrati polacchi, aveva cominciato prestissimo ad appassionarsi al fumetto. Nel ’38, non ancora dodicenne, fu assunto come apprendista nello studio di Harry Chesler, con una paga di 5 dollari a settimana. “Una settimana, una pagina, e 5 dollari erano un mucchio di soldi a quei tempi”. Ebbe occasione di condividere quell’esperienza con talenti come George Tuska o Carmine Infantino che diventeranno artisti di nome nel firmamento del comic book. Poi, negli anni 50, la EC line di Harvey Kurtzman, creatore di Mad e di memorabili storie sulla guerra di Corea. Quella lezione rimarrà vivida. E quando la DC comics gli affiderà la serie SGT Rock, ambientata nella seconda guerra mondiale, Kubert darà il meglio di sé, pur disegnando a ritmi parossistici.
Le sue pagine fanno dimenticare testi non sempre all’altezza con immagini che lasciano trasparire un terrore genuino per la guerra. C’è l’energia adrenalinica d’ordinanza, nei fumetti per adolescenti, ma in quel furore si insinuano dei sentimenti imprevisti, che sono il frutto di un temperamento drammatico con cui Kubert sapientemente dirige la propria matita. Ed è così che diventò un grande, facendo filtrare la sua personalità fortissima, malgrado le regole del genere, personaggi spesso minori o storie infarcite di retorica.
Anni dopo, forse memore dell’importanza che per lui ebbe l’iniziazione nello studio di Chesler, nel 1976, in compagnia della moglie, creerà la Joe Kubert School, per formare giovani talenti all’arte dello storytelling disegnato.
La sua è la grande storia della leggendaria industria americana dell’enterteinment, fatta spesso di geni discreti e modesti, che fanno al meglio il loro lavoro e costruiscono la massa di quella che in quegli anni Wharol avrebbe chiamato argutamente Pop Art.
Come Siodmak, o Siegel, Corman e tanti altri, nel cinema.
Così. anche quando il suo graphic novel, Fax da Sarajevo gli darà la statura di “autore” e poi in Italia verrà chiamato a disegnare un albo speciale di Tex, lui rimarrà, nel cuore di chi lo ha conosciuto negli anni della gloria, sempre come quello di Tor, di SGT Rock, o del Tarzan disegnato quando l’eroe della giungla era oramai un personaggio demodé.
Ci ha lasciato un paio di giorni fa, Joe Kubert, poco prima del suo 86 compleanno.
Rimangono gli albi consumati, reperti di un’altra epoca, con i colori sgargianti, e il sapore ancora vivido del sogno che ci ha regalato.
Grazie Joe, fai buon viaggio.
12 luglio 2012
mattino
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24 giugno 2012
doppio viaggio
Sul mio tavolo molti libri di mistica. Non è facile tentare una sintesi.
Sfoglio i giornali, mentre cerco di fare il punto, e mi cade lo sguardo su un sottotitolo: torna a suonare la banda degli gnostici che scorticano il sapere con aforismi. Si parla di Sgalambro, di cui sto leggendo Trattato dell'empietà. Ha pubblicato un nuovo libro per Adelphi, Della Misantropia. Ne scrive Guido Vitiello sulle pagine de La Lettura.
Leggo che René Girard riconduceva l'atteggiamento di alcuni intellettuali a un contegno infantile. "Il bambino offeso si chiude nella sua stanzetta e si convince do non aver bisogno di nessuno; dopo un po' la solitudine gli è insopportabile., ma per orgoglio non può ripresentarsi sorridente in salotto, allora, per attirare l'attenzione, senza ammettere la resa, deve compiere un gesto insolente, un delitto da piccola peste: la sua misangtropia ha un disperato bisogno degli altri. Trasponete tutto questo alla letteratura", diceva Girard "e avrete Lo Straniero di Camus".
Misantropia. Posizione eterodossa rispetto al comune sentire. Questo, in fondo, lo stesso Sgalambro rappresenta, di fronte a filosofi più à la page.
Sul mio comodino pascolano molti altri volumetti.
E penso al viaggio di conoscenza che portò nel 1917 Gurdjieff e undici allievi, a piedi, attraverso il Caucaso. Ancora non lo sapevano i coniugi de Hartmann, al pari di molti altri intellettuali della Russia Bianca presenti in quella stramba comitiva di "ricercatori dello spirito", ma quel viaggio non era solo un viaggio iniziatico, fu anche la ragione per cui si salvarono dai bolscevichi.
Gurdjieff abbandona la Russia che ora è in mano all'armata rossa, un'evasione degna di Houdini.
Poi penso a Lev Trockij che viaggia in Europa, incontra Simone Weil, i due discutono della rivoluzione "non ci può essere rivoluzione di masse, se prima non c'è stata una rivoluzione interiore, dice Simone a Lev". Lei, che si è fatta assumere dalle officine meccaniche Renault per capire cosa sia la vita di un operaio, la cui salute rimarrà minata per sempre da questa esperienza, lei che frequenta ambienti anarco-comunisti, che affetta da tubercolosi, si aggrava per le privazioni auto-imposte, e muore nel sanatorio di Ashford nel 1943, a soli 34 anni.
Simone è un faro del sentire (stavo per scrivere pensiero, ma quanto lontana è questa parola dall'eredità mistica di questo gigante).
E Trockij in esilio che in seguito andrà in Messico, incontrerà Frida Khalo, ne diverrà amante, è anche lui un frammento di questo nuovo viaggio russo, che intreccia la mistica alla storia. D'altronde è noto lo stesso Gurdjieff era compagno di seminario di un certo Iosif Vissarionovič Džugašvili, in seguito noto con il nome di Stalin.
I documentari russi dicono che Stalin, studente curioso, approcciò Gurdjieff per i suoi studi esoterici, gli chiese un oroscopo. Gurdjieff lo fece, e gli disse: "le tue carte prevedono un grande futuro, ma anche molto sangue, devi comportarti a modo, avere un codice morale molto forte per evitare di caderci".
Le leggende dicono che Stalin smise di frequentare il suo compagno di studi e che da quel momento finse di essere nato un'altro giorno.
Gurdjeff lo seppe: "Chi nasce due volte, morirà due volte", gli disse.
E Stalin, effettivamente, ebbe due funerali. Ma questo ha poco a che vedere con la storia, riguarda soprattutto la letteratura alchemico-esoterica. Che è l'oceano profondo in cui nuoto in questi mesi.
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25 maggio 2012
café de la paix
Tracce di Gurdjieff al Café de la Paix, a Parigi. Torno ancora una volta di fronte a l'opera, per parlare con i fantasmi del passato. I té con Svetlana, che mi raccontava come si faceva un tempo il té con il samovar, a parlare di Nijinskij e Diagilev. Cafè de la paix, all'epoca avevo letto qualche libro, ma non ricordavo che G. usava il café de la paix come suo ufficio parigino mentre installava a Fontainbleu il centro per lo sviluppo armonico dell'uomo. La Russia chiama ancora. Sarò all'altezza di rispondere?
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5 marzo 2012
Pavel

Pavel Florenskij era nato il 9 gennaio del 1882, a Evlach, in Azerbaigian, da madre armena. La sua infanzia nel Caucaso è fonte di tanti ricordi riportati fedelmente nelle lettere ai figli e alla moglie. Cresce in Georgia. Nel corso degli studi rivela una profonda attrazione per le materie scientifiche, a scuola però si annoia; è nella natura che i suoi interessi si risvegliano. Fin da piccolo la sua osservazione minuziosa dà origine a un metodo di studio e catalogazione, che gli servirà da adulto. Immerso nella natura, tra piante e minerali coglie il mistero che lo porterà, anni dopo, a una vocazione mistica molto importante. Il padre, ingegnere ferroviario, uomo di cultura molto rispettato, è figura di riferimento. La madre, austera e distratta, rimarrà per sempre come un vuoto nella sua vita.
Si laurea nel 1904 all’Università a Mosca in matematica e fisica, avendo avuto come maestro N.V. Bugaev, uno dei più eminenti matematici russi dell’epoca.
Subito dopo frequenta l’Accademia teologica di Mosca e approfondisce lo studio delle lingue antiche e delle scienze bibliche con risultati molto elevati.
Prende i voti, pubblica numerosi scritti di argomento teologico, filosofico, spirituale, ma non trascura le ricerche matematiche, sviluppa tematiche epistemologiche.
Dice di credere in una mistica scientifica, e in una scienza mistica.
Partecipa attivamente alla vita culturale moscovita pre-rivoluzionaria fatta di circoli simbolisti, società teosofiche, antroposofiche, che considera però distanti avanguardie artistiche.
Quando viene chiamato alla cattedra di Storia della filosofia, riscuote grande successo presso gli studenti e i suoi stessi colleghi.
In quell’epoca frequenta Anna Mikhailovna Giacintova che sposerà nel 1910. Sua moglie resterà al suo fianco per tutta la vita.
Una volta monaco presbitero indossa l’abito talare che non toglierà mai più, fino alla deportazione.
Nella Russia comunista quella tunica sarà fonte di grandi guai, ai congressi scientifici desta scalpore e inquietudine che un uomo di chiesa sia uno scienziato tanto influente.
Ma prima, negli anni che precedono la rivoluzione, la sua carriera ha un esito sfolgorante, viene nominato docente straordinario di filosofia, si interessa alla “storia delle idee”.
Insegna, approfondisce i suoi studi sul concetto di infinito nella logica simbolica e matematica.
Negli anni dal 1911 al 1917 dirige la prestigiosa rivista Messaggero Teologico di cui rinnova contenuti e impostazione.
Nel 1914 pubblica La colonna e il fondamento della verità, uno dei suoi testi più importanti. Saggio scritto in forma epistolare, oggi ritenuto la "summa del pensiero teologico ortodosso", e pietra miliare del pensiero filosofico-teologico contemporaneo.
Florenskij è a tutti gli effetti figura unica, pioniere di un nuovo orientamento di pensiero in campo teologico e scientifico, capace di contrastare l’avanzata del pensiero nichilista.
Dopo la rivoluzione russa, a differenza di molti suoi colleghi intellettuali che scelgono l’esilio, Florenskij crede nella necessità di rimanere in patria, al fianco di chi subisce soprusi e violenze. Questa sarà la sua condanna.
Diventa docente di "Analisi della spazialità nell’opera d’arte" e riesce, tra diverse difficoltà, a lavorare sino al 1924. Porta avanti la ricerca tecnico-scientifica nel settore della fisica e cura molte voci dell’Enciclopedia Tecnica. Collabora anche con l’Istituto Elettrotecnico di Stato.
Molto vasta la produzione scientifica che va fino al 1928. Poi il primo arresto. Interrogato nei tetri uffici della Lubianka, confessa sotto dettatura complotti inesistenti. In nessun interrogatorio accetterà di accusare i suoi colleghi o conoscenti, cosa invece molto diffusa all’epoca.
“Oscurantismo”, questa l’accusa con cui è incarcerato. Nel suo dossier viene subito catalogato come “soggetto socialmente pericoloso” e condannato al confino.
Arriva la depressione, lo sconcerto. Tre mesi dopo viene liberato in seguito all’interessamento di eminenti e influenti colleghi. La sentenza viene annullata. Una svolta nella sua vita, avverte il pericolo ma non vacilla. Pur avendone l’opportunità Florenskij rifiuta ancora una volta l’esilio a Parigi.
Lavora, studia e scrive ancora per qualche anno, circondato da una palpabile ostilità. L’ambiente intorno a lui è sempre meno accogliente, è chiaro, oramai è un uomo braccato dal regime. Un nemico del popolo.
Malgrado tutto, senza timore, si presenta alle riunioni scientifiche in abito talare.
Nel 1933 il secondo arresto. Nuove confessioni incongruenti sotto dettatura. Poco dopo la condanna terribile: dieci anni di lager e il trasferimento a Skovorodino, nella Siberia occidentale, dove comincia i suoi studi sul gelo perpetuo. Soffre perché gli sono stati portati via gli occhiali. È costretto a leggere e scrivere completamente incurvato sul tavolo. Lontano dalla famiglia invia lettere umanissime e rassicuranti, minimizza le proprie condizioni e la vita di stenti. Si preoccupa per le difficoltà economiche nelle quali, in seguito alla sua condanna, versa la famiglia. Poi, dopo anni, finalmente nell’estate del 1934 riceve la visita della moglie e dei tre figli più piccoli. Sarà l’ultimo incontro.
Il primo settembre dello stesso anno viene trasferito nell’arcipelago delle isole Solovki, la più terribile delle colonie penali, il gulag che dista soli 160 km dal circolo polare artico.
Le condizioni inumane e il progetto sistematico di annientamento della persona sono un duro colpo. Nelle Solovki si muore come mosche, regna il terrore, il dolore. Le fucilazioni sono all’ordine del giorno. E non sono solo i prigionieri a subire questa sorte. La macchina di sterminio sovietica elimina sistematicamente gli stessi ufficiali e militari. È un uso comune. Per tre anni, in queste condizioni spettrali, Florenskij studia brevetti importanti sull’estrazione dello iodio dalle alghe marine.
Ma è cominciato un lento e progressivo declino.
A soli 55 anni, l’8 dicembre del 1937 viene ucciso con un colpo alla nuca, assieme ad altri 500 detenuti nel bosco fuori Leningrado. La sua sorte verrà tenuta segreta per decenni. Fino ai giorni recenti, quando l’apertura degli archivi segreti dell’ex URSS rivelerà questa triste fine.
"Nulla si perde completamente, nulla svanisce - scrive in una lettera - ma si custodisce in qualche tempo e in qualche luogo, anche se noi cessiamo di percepirlo".
La produzione di Florenskij è vastissima e spazia in tutti i campi: teologia, scienza, filosofia, letteratura, linguistica, arte, musica.
È tuttora considerato una delle menti più fulgide del Novecento.
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3 marzo 2012
raccontarsi
Istituto italiano di cultura, Parigi. Sera, modeste narrazioni di viaggio per contagiare la curiosità su luoghi remoti dell'ex impero soviet, carichi di dolore e silenzio. L'abbraccio arriva, stordisce e motiva. Ringrazio e penso a Florenskij, a Marina Cvetaeva, a quanto hanno sofferto; interrogati ingiustamente da chi non era neppure capace di leggere i loro scritti. Destini esplosi nel nulla, che oggi rimbombano.
Peso, forma, talento e cuore.
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9 febbraio 2012
paris under the snow

Fa -8 in questi giorni di Febbraio, a Parigi, ma ci sono luoghi caldi e accoglienti in cui si possono scoprire i libri. Ieri all'Atelier 9, poco distante da Gare de l'est, in compagnia di amici autori, dei librai e dei miei editori, ho fatto degli incontri inaspettati. Le storie ti vengono incontro, quando apri la porta del documentario disegnato. E tremi, quando ti capita di imbatterti in verità profonde.
Chi l'avrebbe detto, che dopo tanti anni, tanto viaggiare, il raccontare per immagini mi avrebbe portato questo?
E' proprio vero che, come diceva Pascal, le cose si nascondono allo sguardo disattento. Imparare a guardare, ad ascoltare, la lezione dei miei ultimi anni.
27 dicembre 2011
Wim e Yasujiro

Ogni tanto, nei momenti in cui riesco ad avere un poco di calma, a raccogliere le idee, rivedo alcuni film per me importanti. Tokyo-ga di Wim Wenders è uno di questi. E' un documentario che Wenders fece nel 1983, venti anni dopo la morte del regista giapponese Yasujiro Ozu. Regista immenso e semplicissimo che realizzò, nel corso della sua carriera, 54 film e raccontò la vita dolce prima della guerra, la crisi, e la trasformazione verso la modernità. Wenders trentottenne rende omaggio a Ozu, a una pratica del racconto in cui si canta la vita quotidiana. Maestro di grazia e di sensibilità Ozu, in vita, non godette dei riconoscimenti internazionali di Kurosawa o Imamura eppure il suo sguardo ha attraversato il tempo.
Quel che mi appassiona di questo piccolo film è l'amore sincero, lo sguardo affettuoso che il regista tedesco, profondo conoscitore di Ozu, riesce a trasferire nella sua pellicola. E' la quintessenza della cinefilia, o per meglio dire, della gratitudine che lega ognuno di noi, ai creatori di grandi opere. Cos'è in fondo un bel libro, un bel film o un bel dipinto? Qualcosa che ci insegna a "vedere" a comprendere, per così dire, una briciola di questa esistenza.
Ozu, con le sue inquadrature basse, all'altezza di una persona seduta sui tatami, e le sue storie modeste, quasi dimesse, è riuscito nell'impresa di renderci migliori.
E Wenders, con questo piccolo, prezioso omaggio, da il meglio di sé, inaugurando la stagione di quegli indimenticabili documentari che avrebbero poi dato titoli come Buena Vista, e ultimamente Pina.
D'altro canto, mi ricordo di lui, negli anni 70, quando, sulle pagine di un libro di interviste sul "nuovo cinema tedesco" dichiarava la sua passione per la cultura americana, per la musica, che gli aveva "salvato la vita". Anche da questo, io credo si misura la statura di un uomo.
Dal coraggio di amare.
12 novembre 2011
ringrazio

La redazione di Fahrenheit mi ha comunicato ieri che i lettori e gli ascoltatori hanno votato i quaderni russi come libro del mese. felice, ringrazio chi mi ha votato e letto. Un caro abbraccio.
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21 ottobre 2011
14 agosto 2011
Strauss a Manhattan
Dalle mie finestre vedo il palazzo del New Yorker, con la sua insegna rosso fuoco che brilla nella notte. A ovest l’Hudson scorre placido, oggi pioggia, e nebbia. Malgrado questo vedo il traffico sull’altra sponda, i ponti e i treni di Hoboken, New Jersey. L’imbarcadero sulla 42sima west ha un’attività moderata, la domenica. Ogni tanto la sirena di un traghetto "Poooot Poooot", e il vorticare di quelle acque limacciose. Per il resto sonno. Letargo di un giorno qualsiasi, per la strada quasi nessuno, solo qualche sportivo che fa footing, e il traffico formicolante delle auto sulla highway. Il tempo sembra sospeso, come in attesa di qualche grande avvenimento.
Di ritorno dal negozio di Wine & Spirits, dove ho speso 20 $ per una bottiglia di pinot noir della california assassinato da sapori fruttati e troppo rotondi, passo per la lobby, che qui somiglia agli spazi glassati e siderali di un film di kubrick. Mi aspetto da un momento all'altro di sentir le note di un walzer di Strauss.
11 agosto 2011
cowboys
lui è al telefono fuori dalla gelateria, e fuori, di fronte a lui comincia un parapiglia che agita perfino i poliziotti chiacchieroni. Jeez! Sono di nuovo qui, quegli sciroccati esibizionisti dei naked cowboys. Imbracciano due chitarre ma non le sanno suonare granché, massacrano qualche canzoncina che fece grande Frankie Laine. Ecco tutto. Entrano in una pizzeria e poi ne escono trionfanti, manco avessero conquistato little big horn, escono a farsi fotografare. Non fanno altro, si mostrano. Beati. E lui, che stava discutendo con lei al telefono,ora può cambiare argomento.
Questa è Broadway, baby.
9 agosto 2011
the hunters
pioggia. I cacciatori di pozzanghere si precipitano a times square per fotografare le insegne riflesse. Li vedi facilmente, in mezzo ai pedoni che attendono di attraversare, stanno carponi ad agitare l'acqua a ogni rosso e poi scattano e si mostrano reciprocamente le cose che l'obbiettivo cattura. Poi verde, fanno passare e attendono diligentemente il nuovo semaforo rosso per rimettersi a 4 zampe. Li avvicino, sono cacciatori socevoli, americani, mi mostrano il loro bottino. Sorridiamo complici, mentre cerco il numero della neuro.
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