06 marzo 2014

Ucraina, 6 marzo 2014

Olga, di Sebastopoli, scrive a Oksana, in Italia. “Carissimi miei, voi non vi immaginate neanche cosa sta succedendo qui! Attorno al Punto di comando della Marina militare e nelle vicinanze girano i titushki”. I titushki sono avanzi di galera al soldo di Yanukovich per creare disordine ed eseguire pestaggi in piena regola. Si sono visti all'azione a Piazza Maidan e sono apparsi ora in Crimea, per esacerbare la situazione, malmenare chi si dichiara pro-Ucraina, fomentare l'odio. Sono loro che si proclamano forze di autodifesa, il che tradotto vuol dire, ostacolare le misere forze armate ucraine e cercare di evitare ogni rifornimento di viveri che possa agevolare la permanenza dei militari nelle caserme assediate dalle forze di occupazione russe. I soldati ucraini ora sono al freddo, senza elettricità e senza linee telefoniche. Si ostinano a una resistenza passiva, sapendo che cedere alla minima provocazione significherebbe far scoccare la scintilla di una guerra in piena regola. I russi, hanno preso il comando di quasi tutti i luoghi strategici. Evitano di parlare con chiunque, danno solo ordini. Occupano. .................................................................................................................... Si dice che gran parte di questi siano delle giovani reclute in addestramento spedite in Crimea. Carne da cannone in pratica, cui sono stati requisiti telefoni cellulari per evitare che i genitori sappiamo dove si trovano. Sono stati anche istruiti sul fatto che la loro cattura, o peggio il rivelare a quale unità appartengano, significherebbe un tradimento della Grande Madre Russia. A questi ragazzi si affiancano i corpi scelti, che hanno l'incarico di prendere gli obiettivi sensibili. Nella sua propaganda doppiogiochista che porta a inviare truppe senza mostrine e insegne nazionali spacciandole per “autoctoni ucraini molto ben equipaggiati” Putin sottovaluta il potere dei media. La vita in diretta testimoniata dai social network, che sono un veicolo difficile da tenere a bada. Così, molto ingenuamente, il tiratore scelto Sergei Maksimov della squadra speciale SSO Russia, mette su Vkontakte, il popolarissimo FB russo e ucraino, le sue foto scattate durante l'occupazione di Crimea. Le foto mostrano scene di vita militare dentro e fuori dalle caserme occupate. Scattate con un Ipad (lo si vede in un autoscatto allo specchio). Il tiratore scelto è stato redarguito da un superiore, e subito il suo nome è cambiato. Ora era Anton Grachev. Un'altra mezz'ora e la pagina è scomparsa nel nulla. Ma FB è un anguilla difficile da agguantare. E altri avevano scattato le foto dallo schermo. Eccole.
All'inizio del 2013 in Russia dai commissariati di leva venivano inviate delle lettere di ingaggio. Lo stato proponeva il lavoro a contratto per gli uomini di eta' tra i 19 e i 35 anni, per l'unita' militare 31681 e che si sarebbe occupata del servizio informazioni. Servizi speciali, direzione strategica sud-ovest. Allo stato interessavano i ragazzi di provincia “non troppo stupidi e non troppo viziati”. "Come sia finito in quel corpo di tiratori scelti Sergei Maksimov è un mistero", secondo Oksana che commenta con me l'articolo.
( per completezza di informazione trovate la pagina salvata a questo indirizzo La guerra è oggi anche una guerra di piccole cose, di informazione soprattutto. In cui tra le parti che si combattono ci siamo noi lettori, tesi a comprendere, dissipare il fumo di una propaganda senza morale che si appresta, spesso, a falsificare il reale svolgimento dei fatti. E' un vecchio trucco dei servizi segreti russi, che fin dal tempo di Stalin negava la carestia che decimava il popolo ucraino sino a sterminare un quarto dell'intera popolazione. Erano ufficialmente “cose mai accadute”. ...................................................................................................................... Quando mostro a Galya le foto di una manifestante, una donna dalle capacità attoriali indiscutibili, che è stata “casualmente” intervistata dalla tv russa, rimane senza parole. La donna lanciava i suoi appelli accorati dichiarandosi ora residente a Kiev, ora a Odessa, o a Kharkiv. Poi era la madre di un soldato o una manifestante pro Russia. Le foto che la ritraggono nei vari ruoli sono pubblicate dal Daily mail.
E' una corsa alla propaganda che dipinge come indispensabile l'intervento armato russo per salvare l'Ucraina dalle “forze fasciste” che ne metterebbero in pericolo le minoranze russofone. Un quadro abbastanza fantasioso per chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale. Ci sarebbe da ridere se non fossimo in un teatro di invasione di uno stato sovrano. E' di oggi una dichiarazione di Enzo Bettiza, vecchio corrispondente dall'Unione Sovietica per La Stampa, che osserva che un tempo i servizi segreti russi erano meno grossolani nella falsificazione. Frattanto Oksana, esasperata, spera che noi occidentali ci rendiamo conto della gravità della situazione. Come darle torto?

05 marzo 2014

Ucraina 24 febbraio 2014

Ora che la rivoluzione è avvenuta e che abbiamo visto a piazza Maydan Yulia Tymoshenko in sedia a rotelle, arringare la folla con la sua voce roca, molte domande sono nell'aria. Lei sembra un'altra, appesantita dalla vita del carcere, imbolsita dai farmaci, così lontana dalle foto dei poster giganteschi che sono qualche anno fa campeggiavano sui palazzi di Kiev e di tutta l'Ucraina durante la campagna elettorale. E qui da noi, in Italia, le donne con i capelli raccolti sotto il velo, che sino a ieri piangevano per la guerra civile nelle chiese ortodosse, oggi si domandano cosa accadrà. Sono disillusi, gli Ucraini, e hanno visto scivolare le condizioni di una vita dignitosa in un esistenza miserabile che ha diviso sempre più i comuni mortali dagli oligarchi. I normali stipendi, che sono un decimo dei nostri, non possono più far fronte ai prezzi degli alimenti che ormai hanno raggiunto, in soli 3 anni, quelli europei. Dunque si fa la fame. Chi non ha un orto non può sperare di farcela. Questa la situazione in Ucraina oggi. D'altra parte basta girare per Kiev, Odessa o Yalta, per vedere macchinoni degni di un nababbo. Sono le auto dei ricchi, dei potenti. L'hanno chiamata cleptocrazia e si sa che qui si ruba sotto gli occhi di tutti. Con arroganza e disinvoltura, mentre il paese affonda in una cronica mancanza di infrastrutture e in una corruzione spicciola che ha eroso ogni servizio possibile. Tutto si può comprare. Perfino la refurtiva ritrovata dalla polizia, se vuoi che te la restituiscano. L'occidente appoggia la passionaria con la treccia contadina in testa, ben sapendo che, malgrado l'aspetto, non è l'angioletto che oggi i media dipingono. E' stata messa in galera in un processo farsa, chiaro, un meccanismo a orologeria kafkiano, in cui chi perde le elezioni, perde anche la libertà e la salute. E può dirsi fortunato se non perde la vita. Ma quello è il mondo dei burocrati, che dista anni luce dalla vita dei comuni mortali, appunto. Oggi c'è stato lo scontro tra i due mondi, quando le persone normali si sono precipitate ai cancelli della villa del dittatore, un tempo inavvicinabile, e sono riuscite a penetrarvi. Conosco alcune di queste persone, ho visto lo sguardo incredulo, l'espressione sgomenta. Olya non credeva ai propri occhi, non sapeva come descrivermi quello che aveva visto, le veniva da piangere. C'è voluto un servizio della tv perché anche io comprendessi. Nella residenza arredata sontuosamente in stile impero e decò, dalla dimensione che, si dice, superi i palazzi di San Pietroburgo, i giornalisti sono condotti per le stanze in una visita guidata. Altrimenti, scherzano le guardie, “potrebbero perdersi”. E' il modo russo per beffarsi di tutta quella ricchezza che sciocca. “Quanto tempo dovrei lavorare per pagare la maniglia della porta di una stanza di queste? Non basterebbe tutta la vita”, sorride amara una babushka. Le ampie sale ammobiliate in modo sfarzoso sembrano pensate per un claustrofobo, e rispecchiano la mania di grandezza di quest'uomo avido ed esibizionista. Il giardino, che ospita un galeone antico ormeggiato nel lago artificiale, ha uno zoo privato con animali rari da tutto il mondo, e confina con i sotterranei della reggia, dove c'è, oltre alla cantina degna di un imperatore, una palestra, e il poligono di tiro, in cui erano custoditi alcuni regali. Dei fucili con dedica personale dal presidente azerbaijano, oggi scomparsi. Bisogna pur difendersi quando una rivoluzione ti depone dal tuo scranno dorato. Quando la tua sorte viene accostata a quella del tiranno rumeno Ceausesku. Ora giacciono malinconiche e disordinate, solo le scatole vuote e decine di confezioni di proiettili, intonse. Dopo il primo stupore ha prevalso la fame e la miseria e la gente, in quella villa sontuosa, sotto lo sguardo dei soldati, ha cercato di portare via quanto poteva. Le perquisizioni hanno recuperato la refurtiva: bottiglie di vino pregiato, maniglie, cornici, perfino lampadari. Si sono cacciati i visitatori e si è custodito militarmente l'ingresso. Sino a quando? Dal suo esilio Yanukovich rilascia un'intervista, davanti alla bella giornalista che praticamente gli ride in faccia, chiede che si ponga fine al saccheggio, si dichiara vittima di un colpo di stato. Lui, dice, aria contrita da attore consumato, è stato regolarmente eletto, e non voleva lo spargimento di sangue, ha fatto di tutto per evitarlo. La gente dei villaggi della steppa osserva la sicumera proverbiale di quel presidente sgretolarsi davanti alle telecamere. E ricorda benissimo come sono andate le cose. Quando i dirigenti del comitato elettorale si sono presentati con i loro ombrelli, secchi nuovi fiammanti, qualche pala. Regalie spicciole da elargire generosamente insieme alle minacce, neppure tanto velate: “Abbiamo numerato le schede, sappiamo quanti siete. E se non votate bene vi tagliamo l'acqua e vi eroghiamo l'elettricità a singhiozzo, come ci pare”. In quei villaggi della steppa che vivono di poco e che coltivano la terra il messaggio è giunto chiaro e forte, si rischiava l'estinzione. E sotto i sorrisi di circostanza e le strette di mano degli uomini del municipio, le elezioni sono andate come dovevano, un trionfo alla russa per Yanukovich, il rappresentante del popolo eletto “regolarmente”. “Non pensiamo che l'Ucraina sia realmente divisa o che si vada verso una scissione. I nostri nonni hanno unito il paese in condizione peggiori di queste e non crediamo che sia il momento di separarla. Per quello che vediamo i rapporti tra occidente e oriente del Paese sono del tutto normali. Quanto a Yanukovich, lui vorrebbe fare il monarca e pretende per sé la parte orientale. Ma non andrà lontano. Altra storia è la Crimea, che vorrebbe seriamente staccarsi per andare verso la Federazione russa. Vedremo cosa accade”. Dicono Iulya e Alesha da Kiev. “Aspettiamo i cambiamenti strutturali e speriamo in un futuro migliore senza corruzione, senza gli stipendi da fame . Siamo consapevoli, la situazione è tanto difficile che senza un cambiamento radicale non è più possibile andare avanti”. Il barlume dell'ottimismo, per non cedere alla disperazione. E' un popolo forte, che ha superato delle crisi durissime. Telefono a Natasha, a Odessa, e le chiedo come le sembra che sia cambiata la vita in questi anni di Yanukovich “La vita non è migliorata, a parte poche cose come l'incentivo per sviluppare l'imprenditoria privata, Yanukovich ha riparato le strade,  si è occupato di russificare l'Ucraina con la legge della lingua russa nelle scuole, altro non ha fatto... Dobbiamo credere nel miglioramento, se gli scontri finiscono adesso l'Ucraina sarà unita, altrimenti potrà accadere davvero di tutto”. Nei messaggi della comunità ucraina in Francia, attivissima nell'appoggio al movimento euromaydan, si invita a “non abbassare la guardia”. Frattanto in Ucraina la caccia all'uomo è cominciata. In un manifesto ironico quanto lugubre la foto del presidente campeggia insieme a due serial killer. La scritta dice. Il primo ha ucciso 56 persone in 12 anni, condannato a morte. Il secondo 52 persone in sette anni, ergastolo. Il terzo è lui, Yanukovich, che ha ucciso 74 persone in due giorni. Quale la pena? Braccato, circondato dagli uomini della guardia presidenziale a bordo della sua auto blindata ha lasciato la capitale per Charkiv, e da lì si è diretto a Donec'k. Segeij Astahov, di stanza tra i doganieri dell'aeroporto di Donec'k dice che un aereo ha cercato di decollare senza i documenti necessari per i voli internazionali e quando i doganieri si sono avvicinati al velivolo sono usciti gli uomini della guardia presidenziale, armati di tutto punto che hanno cercato di corromperli per avere il permesso al decollo. La trattativa è durata diverso tempo e quando è stato chiaro che non c'era nulla da fare, Yanukovich e gli altri sono scesi dall'aereo e si sono infilati di tutta fretta nelle due auto blindate, che hanno lasciato l'aeroporto. Come lui, sempre a Donec'k anche il procuratore generale Victor Pshonka e il ministro Olexander Klemenko, hanno provato invano la stessa strada. Si dice siano fuggiti in altro modo. La situazione è ora quella del regolamento di conti. Specie dopo che è stato chiaro che i cecchini, riconoscibili dalla fascia gialla al braccio, erano tiratori scelti delle forze speciali e dei Berkut, gli agenti antisommossa. Dunque, ogni tentativo di depistare, è stato vanificato. E la responsabilità di quelle morti ricade direttamente sul ministro dell'interno e dunque sul governo Yanukovich. Sveta a Kiev dice che “Questa guerra almeno una cosa l'ha fatta, ha permesso di unire tutte le diverse anime del Paese. Insieme siamo diventati forti, e questo io lo vedo come un grande progresso del popolo”.

04 marzo 2014

Ucraina 21 febbraio 2014

“Le notizie sono che si sta vivendo, anche lontano da Kiev, un clima di terrore e di preparazione alla guerra civile. I treni dalla parte occidentale, e dalla Polonia, non hanno più il permesso di circolare. I trasporti sono precari. Una amica, ieri, è stata fermata nell’autobus che la portava dal suo villaggio a Melitopol (una piccola cittadina limitrofa), fatta scendere insieme a tutti gli occupanti, perquisita da militari in assetto da guerra, così pure il piccolo pullman (sono i mashrut, che portano al massimo 12 persone) e poi fatta ripartire. Si cerca di bloccare l’accesso verso la capitale, chiudendo le frontiere tra regione e regione. Un’impresa disperata, ma tenacemente perseguita dal ministero dell’interno Zakharchenko, oggi cacciato. Sono giunti da Leopoli a Kiev i poliziotti che si sono schierati dalla parte dei rivoltosi, dicendo che “non si può combattere il proprio popolo”. “C’è un clima sempre pericoloso e ostile. A Kiev le metro sono chiuse e i cittadini invitati a stare in casa e a non usare le auto. Il giornalista ucciso, come si sa, è stato fatto scendere dal taxi nel quale viaggiava e freddato sulla strada; un’esecuzione. Altri attivisti sono stati torturati”. “In questa orgia di morte e violenza ci sono infiltrati, bande e straniere di mercenari, così dicono dei nostri amici che hanno chiamato loro ex colleghi della polizia di kiev. Dicono (non so se è vero, ma la chiusura delle linee ferroviarie dall’estero parrebbe confermarlo) che ci sono bande di polacchi, e di ceceni, armati, che usano tecniche militari di combattimento. D’altronde hanno fatto 67 poliziotti prigionieri, mi risulta difficile credere che dei normali cittadini facciano prigionieri tanti poliziotti in assetto antisommossa (peraltro sono le teste di cuoio, quelle in azione)”. “I primi giorni chi partecipava alle proteste era pagato, 300 grivna (circa 30 euro) al giorno. Più vitto e alloggio. Questo, come per la rivoluzione arancione, non è trapelato. Alcuni conoscenti sono stati lì giorni e giorni, per prendersi i soldi (una fortuna rispetto agli stipendi medi ucraini). Ora è cambiato. Non pagano più. Anche il tipo di protesta ora è cambiato. E Yanukovich ha pagato le contro manifestazioni, perché diciamolo chiaramente, non è facile far stare migliaia di persone a 15 gradi sotto zero. Come diceva Anna Politkovskaya è “proibito parlare” e dunque non c’è l’abitudine di verificare le fonti e di riflettere in modo ampio,in prospettiva. Si reagisce di pancia, e se è comprensibile il sentimento di ribellione e di stanchezza, non si può, per onestà negare che tra i manifestanti ci siano degli infiltrati di estrema destra, e ultranazionalisti”. “Questo non toglie niente alla protesta, che ha ragioni fondate, di miseria e malessere. Che ci siano gli infiltrati lo sappiamo, a volte, spesso anzi, capita. La situazione è molto complessa, ed è una situazione “alla russa”. Cioè una visione politica in cui a ladro sostituisci ladro. L’hanno chiamata cleptocrazia, e rende molto l’idea. La Timoshenko non è un angelo, Yanukovich peggio di lei. Come per la Russia hanno tagliato le gambe a qualunque possibile alternativa politica, nessun esponente credibile è realmente differente. Per questo la situazione è disperata”. “E’ di poco fa la notizia dell’accordo tra Yanukovich e l’opposizione. Elezioni anticipate. Ma la piazza vuole che Yanukovich si levi di mezzo e subito. ‘Tutto può succedere di qui a dicembre’ (data possibile delle elezioni). Ho sentito delle persone che evocavano lo spettro della situazione rumena: ‘Yanukovich è come Ceausescu, ormai la situazione si è deteriorata, non dovrebbe tirare la corda, potrebbe avere la vita salva’, dicevano. Qualcun’altro evoca la liberazione della Timoshenko. Chissà se si otterrà anche questo. Frattanto Putin ha riunito la commissione interna d’emergenza e la seconda tranche di due miliardi di dollari, promessa all’Ucraina in cambio della fedeltà alla Russia, è stata bloccata. E il gas che finora è arrivato a prezzi scontati del 30% rischia di aumentare una nuova volta. Mentre l’inverno gelido non è ancora finito”.

02 agosto 2013

teli bianchi

Trentatre anni fa fui svegliato dalle sirene delle ambulanze. Erano più o meno le 10 e mezza del mattino, avevo trascorso tutta la notte al tavolo da disegno. Abitavo in via Saffi 24, a Bologna, sulla via per l'ospedale maggiore. Dalle mie finestre al primo piano potevo vedere la strada e notai un viavai insolito di autobus a tutta velocità. Avevano dei drappi bianchi, lenzuola appese ai finestrini, alla bell'e meglio, per coprire. Si intravedeva qualcosa però, c'erano dei corpi distesi. E dottori. E poliziotti. Qualcosa di serio era successo, accesi la radio. La programmazione regolare era interrotta. C'erano collegamenti volanti che si cercava di mettere su. Voci confuse che parlavano di una strage. A quel tempo trasmettevo per radio Carolina, l'erede di Radio Alice, a Bologna. Chiamai la redazione di via Michelino per avere più informazioni. Mi dissero che era esplosa l'ala ovest della stazione, probabilmente una bomba, che ancora non si capiva bene, ma le prime notizie incerte parlavano di diverse decine di morti. Ricordo il senso di agitazione, quella sorpresa amara che ti regala qualcosa di spiacevole che non ti aspetti e non sai bene come affrontare. Mi infilai una camicia, giusto il tempo di inforcare la bici per correre verso la stazione. Al mio arrivo, una decina di minuti dopo, il piazzale era ancora immerso in un nuvolone di polvere. C'erano le persone che scavavano. Militari del genio, poliziotti, volontari. Dove c'era la stazione ora c'erano macerie. Al parcheggio dei taxi, di fronte all'ala ovest, che era saltata in aria, delle lamiere schiacciate; faceva molta impressione vedere un taxi ridotto a quel modo. Poliziotti e vigili del fuoco che indossavano le mascherine, l'orologio, in alto, si era fermato alle dieci e venticinque. Sotto quello che rimaneva di un arco, di là della voragine provocata dalla bomba, la vista dei binari, solitamente impedita dalle mura dell'edificio. Quella visione ora faceva male. Spaventava. Le scritte ristorante, tavola calda, sbilenche, segnalavano un disordine disarmante. E la parola morte, che rimbalzava di bocca in bocca. Dopo un po arrivarono i camion, le ruspe, a scavare, alzare altra polvere, per cercare di rendere agibile quella parte di piazza che era coperta di macerie. Giornalisti, operatori tv, curiosi, tutti cercavano sgomenti qualcosa che non si poteva trovare, in mezzo a quell'inferno.
Ricordo solo il bianco abbacinante. Degli operatori sanitari, il bianco delle barelle e dei teli stesi sopra i feriti a proteggerli dalla polvere, o sulle salme. Quel bianco era senso, era civiltà. Una superficie pulita e ordinata che si opponeva a polvere e disordine. Quella piccola superficie immacolata, mobile e operosa era la risposta. Per me qualcosa, in quei minuti, si è rotto per sempre. Da allora, per esempio, non riesco più a frequentare un luogo di passaggio, un aeroporto o una stazione, senza un istintivo senso del pericolo. Siamo piccoli, noi umani. Sebbene avessi trascorso la mia adolescenza di liceale a seguire la sequela di attentati, rapimenti, gambizzazioni, omicidi e stragi che avevano preso il triste nome collettivo di “anni di piombo”, non mi abituai mai a quell'insensatezza.
Ho rivisto dei filmati, che mi riportano a quei momenti. Che mi mostrano quello che in quel giorno non potei vedere. Le telecamere che entrano nei vagoni divelti, i poveri effetti personali, borselli aperti, carte da gioco, giornali, scarpe, valigie squartate, cassette musicali, radioline, bicchieri di plastica, giornaletti. Oggetti abbandonati sui sedili, in mezzo ai vetri dei finestrini esplosi, sotto alle tende, che dicono più di tante parole. E quei teli bianchi, che da allora, senza quasi accorgermene, sino a oggi, ho preso istintivamente ad amare. Igort. 2 agosto 2013. Per non dimenticare.

13 giugno 2013

Paz amarcord

La prima volta che andai a trovare Paz, era il marzo 1979; abitava con Betta, la sua ragazza, in un piccolo appartamento dalle parte dei tribunali, a Bologna. Lui non c'era, ma mi intrattenne Nando, il fratello di lei, che all'epoca non era che un ragazzino, un tredicenne moto curioso e gentile, che mi fece compagnia per una mezz'oretta circa. Ma Paz non arrivava. Sul tavolino, un piccolo piano arrangiato a tavolo da disegno, la pagina da cui Alter ha appena tratto la copertina del numero in edicola. Un disegno potente e ironico, ritrae un umano che somiglia all'uomo mascherato e due scimmie che osservano, con lo stesso sguardo assente. Tutte e tre le figure hanno gli occhi color rubino. E' il 1979 Paz è già una star, uno dei disegnatori di maggior talento. Gli piace spiazzare. E in quegli anni si viaggia con le immagini. Un' immagine è una porta dimensionale per penetrare in mondi sconosciuti. Questa visione dell'autore come maestro di cerimonia, sciamano, ipnotista dei lettori, l'ha teorizzata 5 anni prima Moebius. E ha fatto un grande effetto. “Le storie non devono essere quadrate”, dice, “possono essere a forma di casa... o di elefante”. Io all'epoca sono un autore in erba, visito Magnus, “il maestro”. Frequento Carpinteri, Federici, Giardino, che stanno muovendo i primi passi. Sono tornato da Londra dove ho visto sorgere il punk. Bologna è esplosiva, piena di energie. In tanti vogliono fare, dire la loro. Aleggia una grande forza iconoclasta. Il Dams, è il clubbino che molti di noi giovani autori, frequentiamo. E che Paz ha reso mitico sulle pagine di Penthotal. La fine degli anni Settanta è la stagione delle riviste. Pubblichi su Alter, o su Linus e ti leggono praticamente tutti. Oreste del Buono ha fatto il miracolo, ha mostrato al mondo, e ai signori della cultura, che esiste un'isola inesplorata, si chiama fumetto. I giganti di questa narrativa, trascurata sinora, si chiamano Munoz& Sampayo, Moebius, Druillet, Corben, Breccia. Sono davvero tanti, decine, centinaia.
E in questo contesto, il giovane Paz, che all'epoca ha 23 anni appena, si muove con la disinvoltura dei grandi. Destruttura. Le sue storie sono fatte di schegge, frammenti, spesso sgangherati di poesia metropolitana, oppure deliri esilaranti che si leggono con le lacrime agli occhi, ripetendo le battute a voce alta, per poi riprendere a ridere. E disegna Paz, se disegna! Frequenta la traumfabrik, una casa occupata in pieno centro. Al 20 di Clavature, sotto le due torri. In quella casa, al secondo piano, sulla porta dipinta di rosso, è stato piantato un campanello da bicicletta funzionante. Ci sono decine di messaggi a pennarello e la scritta Tramfabrik, fabbrica dei sogni. I sogni sono quelli dei talenti di nuovo fumetto e della nuova musica, che pascolano in quelle stanze, a tutte le ore. E' una casa aperta, come si usa allora, dove non c'è neppure un fornello per farsi un caffè, ma dove si produce. Si disegna, fotocopia, taglia, incolla, scrive, suona, prova, fotografa, filma. Verranno fuori grandi talenti, voci influenti per gli anni a venire. Circolano i nomi di riferimento: Burroughs, Wharol, Artaud, Iggy Pop, i Ramones. In pochi anni le cose cambiano velocemente. Il 1980 è uno spartiacque. Muore Cannibale, dove Paz aveva folleggiato insieme ad altri grandi talenti del fumetto, e nasce Frigidarire. Andrea si rinnova, pubblica Zanardi. Un affresco spietato della giovane generazione. Le storie vengono in gran parte dai racconti di liceo di Nando, il fratello di Betta. E ricordano quell'atmosfera decadente e cupa che ho visto con i miei occhi alla Traumfabrik. Bologna è sempre presente, e pare che nelle sue pagine diventi universale. Anche questo è un grande talento di Paz. Sono storie in cui cinismo, e cattiveria adolescenziale si miscelano pericolosamente. Io ho due anni in meno di Andrea, ho cominciato il mio percorso, in pochi anni pubblichiamo sulle stesse riviste. Quando sbarchiamo in Francia, sulle pagine de l'Echo des Savanes, la sua storia “notte di Carnevale” desta scalpore. Pare il principio di una carriera internazionale. Ma Andrea, ultimamente si è invaghito di un personaggio bizzarro, tale Tortorella. Dicono che è un ex pusher, è stato promosso sul campo “manager di Paz”. Fa trattative con il boss de l'Echo in puro stile Al Capone, chiede il triplo, se si vuole pubblicare altro Pazienza. In breve Paz è messo alla porta. Non è grave, gli ho visto vendere la stessa storia a due editori concorrenti, Paz ha mille risorse, però, che spreco. In Spagna lo chiamano Paciencia. “E dai”, dico, “i nomi mica si traducono”. Lui ride. Lo amano, laggiù, lo sa. Si incontra a casa di Marcello Jori con Piervittorio Tondelli la cui opera prima “Altri libertini” è stata appena sequestrata. I due simpatizzano, parlottano continuamente. Hanno uno sguardo fratello sul reale, ognuno con il suo stile. Questa era la mia Bologna di quegli anni. Piena di talenti che si incontravano, parlavano e facevano. Ci sarebbero tante altre storie. Storie piene di passione e di dolore. Che un giorno, forse, vedranno la luce.