22 maggio 2013

sinatra del dopobomba

1977. Dai tempi del glam di Ziggy Stardust erano passati 5 anni appena, eppure pareva un'era geologica. Il punk aveva investito tutto con quei suoni lancinanti e quell'universo violento, che mandava in pensione leader, guru, maîtres à penser, e predicava la bruttezza, perfino la mostruosità, come valori veri, da contrapporre alla bellezza patinata delle pubblicità. In quei cinque anni il rock'n'roll si era imbolsito, ammorbidito dai contorsionismi insopportabili del progressive. Non che il progressive non avesse partorito le sue perle, ma l'apice di quel virtuosismo ampolloso erano sorti maghi, mantelli, miti fantasy e paccottiglia favolistica. Per ritrovare la bussola, alla ricerca di un suono primitivo e autentico, si erano recuperati dei maestri, che parevano già gli avi lontanissimi, i "bisnonni" della nuova generazione, anche se erano di qualche anno più anziani dei "nipoti". C'erano Lou, Iggy, che erano accettati come punto di partenza, padri del punk. Bowie aveva fatto l'amore con troppi cosmetici durante il periodo precedente ma aveva un carisma fuori dal comune che lo imponeva. E gli Who, che tempo addietro avevano scritto My generation, e quella violenza distruttiva l'avevano cavalcata a tutto gas. My generation Roger Dartley l'aveva cantata con fare balbuziente: “ My ggg. ggg generation, baby” cantava, e questo, accompagnato da un Pete Townsend che spaccava tutto sulla scena era parso un'illuminazione. Patti Smith fin dal 1975 dunque (anno del suo primo Horses) aveva reso omaggio a quella canzone con una cover feroce e scoordinata che aveva fatto Bum. E My Generation era diventata un inno della mia generazione. Il 45 giri, pubblicato nel 1976 come retro del singolo Gloria, risuonava ovunque nelle case da studente, pompato a tutto volume insieme alla versione di “My way” rivista e abbaiata da Syd Vicious o la satisfaction dei Devo (“macché Rolling Stones, questi sono i DEVO” dicevano Tamburini e Liberatore sulle pagine del Male. Il nome del fumetto era appunto: Johnny Devo). Ci si poteva riappropriare di tutto. In quei giorni si faceva distinzione tra cover (reinterpretare una canzone) e remake (partire da una canzone e modificarne la struttura musicale o il testo). Il cut up di Burroughs, tecninca di collage surrealista che lo scrittore beat aveva applicato tagliando verticalmente in 3 i fogli dattiloscritti e incollandoli a caso per creare inediti percorsi di racconto, era la bibbia. Aggettivi come nichilista e iconoclasta erano abusati. Questa era la fine degli anni Settanta un periodo fertile e seminale che avrebbe influenzato la cultura sino ai giorni nostri. La musica non la si ascoltava come semplice accompagnamento, era un segno di riconoscimento, una parola d'ordine. C'era, insomma, chi aveva capito e chi no, chi viveva ancora come un frichettone ignaro che il mondo era cambiato che il flower power era morto e sepolto e chi surfava sull'onda dei tempi. (I am looking for brand new values, cerco valori tutti nuovi) avrebbe cantato Iggy nel 1979. Iggy ci appariva come un Sinatra del dopobomba, occhi bellissimi e tristi, sorriso splendido. Divorato da una rabbia fuori controllo, era chiaramente posseduto dal dio del rock'n'roll che lo sbatacchiava qua e là, senza senso. Dal vivo si agitava, saltava, rotolava sul palco. Poi si lanciava dagli amplificatori, piegando le aste dei microfoni al ritmo dei tamburi sporchi di Lust for life e cantava struggente, ispirato “Here comes Johnny Yen again, with the liquor and drugs, and the flesh machine”. Era semplicemente divino, ricordava il Burroughs più feroce. E faceva pensare anche a Hubert Selby Junior.Il cantore del degrado americano che ci aveva galvanizzato con il suo “ultima fermata a Brooklyn” scritto negli anni sessanta e pubblicato in Italia, con la traduzione geniale di Attilio Veraldi, da Feltrinelli, proprio negli anni del punk. Era un pugno allo stomaco che meteva k.o. il mito dell'America solare, e puritana. Senza veli la penna di Hubert ritraeva quell'universo di diseredati, travestiti divorati dalle gelosie, dagli amori lancinanti. Sullo sfondo la vita di strada, le droghe sintetiche, i militari in licenza dalla guerra di Corea, la violenza pura. Un affresco abbacinante si era affacciato a spazzare via tutte le certezze della letteratura beat e di quella pop. Hubert influenzò Lou, che scriveva i suoi testi metropolitani e decadenti per i Velvet. E un decennio dopo Patti, che avrebbe preso il testimone. E con lei la no wave, infatuata del delirio autodistruttivo. Tutti avevano preso a cantare il corpo, la notte, il piacere, la morte. Dopo l'esperienza Stooges, terminata nel 1974, devastato dalla dipendenza da eroina e da seri problemi mentali ed economici Iggy Pop si era volontariamente ricoverato in un istituto di recupero. Era giunto al culmine della sua autodistruzione, non gli restava che esplodere o cercare di ricostruirsi. In quei giorni di isolamento e fragilità, l'unica persona che lo andava a trovare era David Bowie. Anche lui alle prese da una disintossicazione, da cocaina. Così i due vecchi amici in fuga, entrambi piuttosto provati, decisero di fare un pezzo di strada insieme. Bowie e Iggy favoleggiavano di un progetto artistico nuovo, di una rinascita. Lasciata l'America e dopo alcuni soggiorni francesi si erano rifugiati negli Hansa Studios, a due passi dal muro di Berlino, nei cui appartamenti avrebbero abitato per quasi due anni, a immaginare suoni e ritmi diversi, a comporre e registrare. Queste voci, che si rincorrevano per mezza Europa, inquietavano fans e discografici; si sapeva che Iggy pop era scomparso dalla scena, e si sapeva anche che Bowie lo aveva sempre ammirato, ma non si poteva immaginare cosa i due stessero per fare. Bowie, con il suo talento generosissimo scrisse per Iggy alcune tra le canzoni più memorabili della sua intera carriera. L'abum The Idiot e il successivo, Lust for Life, segnarono un salto di atteggiamento. Apparvero paesaggi sonori inediti, suoni cupi e notturni che resero ancora più fascinoso il viaggio dell'iguana. La mia generazione era cresciuta a ufo, giornaletti, film e rock'n'roll. C'era il giornale dei misteri che blaterava di alieni e fenomeni paranormali. I mostri, Frankenstein o Godzilla si sovrapponevano ai western spaghetti. E i fumetti, o giornaletti, come li si chiamava allora: li andavi a comprare nei polverosi negozi di usato. Si giocava a carte usando Tex, Zagor, Capitan Miki, Bleck, Eureka, Guerra d'eroi ecc. come fiches. Poi, negli anni del liceo, si comincava a respirare un'aria diversa. C'era anche Gong, e Re Nudo. Ma quest'ultima mi pareva una cosa già molto vecchia, freak. Mi annoiava mortalmente. La controcultura, la droga, l'amore libero ecc ecc. come la si chiamava allora, proponeva dei modelli che confinavano talvolta con una visione narcotica della vita. Molti cazzeggiavano, consumando il tempo tra una risata, una fame chimica, e qualche palpatina. Le porte della percezione, cantate dall'ondata psichedelica, erano un pallido ricordo. L'eroina scorreva a fiumi e divorava la mia generazione. Morivano come mosche i drughi, sdraiati nelle fontanelle di Piazza Repubblica. Da ragazzo avevo in antipatia Kerouak, che era con il suo “on the road” l'idolo del frichettonismo più becero e lercio, da strada appunto. Ricordo le chiome fluenti e unte dei miei amici, le barbe lunghe, i gilet sdruciti sopra camicie fuori dai pantaloni, le canne, e gli sguardi languidi al kajal che lumavano le pupe con aria sognante e vissuta. Il free love e il sole della California sarda che poi degradava in viaggi on the road, al massimo al poetto, (4 km dal centro) o in tram senza pagare il biglietto o a Tonara a vedere i concerti, in autostop. Keep on truckin'. Sandali infradito in pelle, per maschi e femmine, frangette esasperate ed effluvi di patchuli-misto- sudore da mozzare il fiato. Mentre io me ne stavo da una parte, consumandomi la vita e le speranze con Lou Lou (come lo chiamavamo al tempo) e i suoi velvet. Orano, la peste di Camus. Lo straniero. Sarte, la nausea. L'esistenzialismo, il trucco fatale di Juliette Greco. L'oltraggio dei pistols. Nella mia stanzetta al terzo piano di Dante 71, Rock'n'roll animal suonava tutti i giorni, in cuffia, mentre entravo piano piano, calandomi in quell'universo di tossici, metropolitano e feroce. Lou d'altronde aveva cantato una wild side abitata da travestiti e pusher. Heroin is my life is my wife. Luce bianca bianco calore, puro mito dell'autodistruzione. Era il mondo della Factory di Andy Wharol. Il mondo del genio e dell'invenzione. Kerouak lo avrei recuperato decenni più tardi per scoprire che era tutt'un'altra cosa. Una cosa che cantava il bop, gli anni Quaranta. A posteriori, penso che sia stato un miracolo che non mi ci sia dedicato, a quel rito di morte, perché lo sentivo benissimo, lo respiravo, e con il mio metodo sicuramente sarei arrivato al capolinea in brevissimo tempo. Londra fu dunque il viaggio nelle brume del rock'n'roll dove potevo finalmente respirare un po di sana violenza. C'era Arancia meccanica, che la raccontava bene, quella mitica, pericolosamente bene. E come mi sia salvato dal trasformarmi in delinquente abituale o eroinomane professionista davvero me lo domando ancora. Avrei semplicemente fottuto la mia esistenza tra una cella e un ambulatiorio a prendere l'eptadone, come molti amici miei. Cosa fu, a tenermi alla larga da tutto questo? L'effetto, forse fu questo a insegnarmi. Le mascelle sdentate dei miei coetanei, la pelle grigia e lo sguardo spento, perso a “sentire”. O la camminata ciondolante, una grattatina, e poi ancora qualche passo, corpo assente, fino a ruzzolare per il marciapiede. Forse fu questo a farmi orrore. E poi fu la bellezza a salvarmi la vita, credo, quella bellezza che si annidiava nell'odore di una rivista appena stampata, nel sogno della rotativa che mi portava a visitare le edicole come fossero cattedrali dell'immaginazione. E poi, certo, Arancia meccanica che al cinema lo vedevi, ancora e ancora, mai pago, recitando i dialoghi a memoria, capendo che Ludwig Van poteva essere l'idolo anche di un drugo qualunque, di un teppista della vita, che non ne vuole sapere di studiare o lavorare, perché ha visto, respira energia, cerca e brama solo quella, altrimenti muore, in un crepuscolo di insulsaggine.

15 maggio 2013

bazooka, les humanoides e gli altri

Nel 1980 frequentavo Nicola Corona, grande amico di Andrea Pazienza. La madre di Nicola abitava in via Saffi, a Bologna, e lui ci capitava di tanto in tanto. Così, in pratica, eravamo, per così dire, vicini di casa. Fu lui a mostrarmi per la prima volta le cose di Bazooka. Facevano molto effetto, anche perché il gruppo composto da Lou Lou, Kiki Picasso, Olivia Clavel, Kim Bravo e altri, aveva pubblicato un tabloid, e l'aspetto, naturalmente, non era proprio quello di un quotidiano, anche se era un alegato di Liberation. Se adesso ci penso mi pare un miracolo, un gruppo di avanguardia grafica che produce un tabloid, bellissimo. Ma era un finto tabloid, privo dell'elemento essenziale del giornale, i fatti. Le immagini, in quella versione Bazooka, spogliavano fatti della loro concretezza, figuravano scene spettacolari prese da riviste della scienza e della tecnica, ma anche dalle riviste di Gossip ecc ridisegnate in maniera glaciale. Segno freddo, teso al puro inespressionismo. Era il famoso “Freeze” teorizzato da Wharol ed esaltato dal punk. In quel senso di vuoto pneumatico l'esistenza sembrava denunciare la propria tragica, irrinunciabile, futilità. “I want to be a machine” cantavano John Foxx e gli Ultravox nel 1977. E quello stesso anno, l'anno del punk, ad accrescere il mito di Bazooka era uscito in Francia un albo nero, grande, bellissimo pubblicato da Fururopolis, casa editrice di culto. 30 X 40 cm. Titolo, semplicemente: Bazooka productions (e l'amore per le merci, i prodotti, a partire dalla “Tomato Campbell Soup” era un must per quella generazione senza guru). C'erano delle pagine a fumetti dentro l'albo Bazooka, ma si lavorava molto anche sull'immagine singola, l'illustrazione, che era utilizzata non per dare sfoggio di tecnica, cosa banale e già vista, quanto per fermare, ingrandire e mostrare nel suo aspetto effimero, degli scorci di quotidianità. Erano come fotogrammi di un film vuoto, che ci riguardava tutti, questo sembrava essere il manifesto dell'avanguardia nichilista, creativa e disperata che cantava in coro con i sex pistols “no future, no future”. Bazooka piaceva molto a Corona, che ne faceva la sua versione a colori, nelle storie pubblicate sui primissimi numeri di Frigidaire. Pareva davvero il membro italiano di quel gruppo fantasma, Corona, che era dotato di una tecnica moderna e volumetrica. Le sue prime apparizioni colpirono per quell'aspetto post-pop in technicolor. Era la stagione delle riviste, e allora, se facevi qualcosa, anche una piccola storia, nel posto giusto, al momento giusto, si parlava di te per mesi e mesi. Sempre a Parigi, a partire dal 1974, due disegnatori, uno sceneggiatore e un poeta amministratore (che fuggirà con la cassa, stando alle leggende) diedero vita a un piccolo miracolo editoriale “Metal Hurlant”. Come nel caso precedente erano autori che diventavano editori di se stessi. Anche se il nome dell'impresa era pieno di quella fantasia ironica che rappesentava la forza e al tempo stesso il limite dell'impresa. Si chiamarono Les Humanoides associeés, gli umanoidi associati. Druillet aveva pubblicato I sei viaggi di Lone Sloane, che raccoglieva le sue storie pubblicate da Pilote sin dal 1966. Lone Sloane era nuovo, unico, diverso da tutto quello che si conosceva sino ad allora. Il suo autore vantava influenze letterarie distantissime, per generazione e genere, da Lovecraft (maestro del racconto gotico degli anni 20) a VanVogt (controverso scrittore di fantantascienza anni 40), e che magicamente, in quelle pagine disegnate si miscelavano in modo efficace dando luogo a una rivisitazione del genere fantascientifico. L'approccio grafico era monumentale, quasi barocco se si vuole, Druillet amava i macchinari e gli edifici che popolavano quei mondi sconosciuti ricordavano vagamente i templi indiani o le cattedrali gotiche, il che gli valse in breve l'appellativo di “architetto spaziale”. A guardar bene il suo evocare civiltà remote e decadenti era profondamente imbevuto di quegli umori lovecraftiani che lo rendevano tanto distante dalla fantascienza sino ad allora praticata. Niente Scarlett dream o Barbarella, rappresentanti di una fantascienza lieve e all'acqua di rosa, le tavole di Druillet formicolavano di apparecchiature dai riflessi scintillanti e parlavano di un mondo in cui l'uomo è posseduto da solitudini divoranti. C'era un senso di vuoto metafisico e filosofico che forniva alle storie uno spessore inedito. Memorabili le pagine del robot agonizzante che canta le melodie dello spazio. Moebius che era un disegnatore affermato di fumetti western, con il suo vero nome Giraud, o Gir, aveva in mente anche lui di affrontare il fantastico con approccio filosofico, ironico, surrealista, che poi sarebbe diventato, con il tempo, esplicitamente più mistico. A questi si unirono presto altri talenti del firmamento transalpino tra cui Bilal per cui scrisse la saga spaziale “Sterminatore 17” Jean Pierre Dionnet, altro membro fondatore. Giornalista e scrittore, e direttore di Metal da subito. E poi Tardi, Gal, con le armate del conquistatore (sempre sceneggiato da Dionnet) e di lì a poco Chantal Montellier. Di Farkas, amministratore e poeta, si sa poco o nulla, è un personaggio discreto. Lascerà la rivista al numero 23 per fare fortuna lanciando il Cubo di Rubik sul mercato francese. Questi autori erano sensibili a quanto stava accadendo oltre oceano e presero contatto con un grandissimo visionario del Missouri, un autore capace di dare una concretezza fino ad allora mai vista a sogni e mostri, corpi e atmosfere, il suo nome era Richard Corben. La rivista, 68 pagine, di cui solo 18 a colori, prese corpo e cominciò le pubblicazioni trimestrali a dicembre, i numeri nascevano in una minuscola redazione situata in una tipica corte interna di un palazzo parigino, era davvero poco più che un garage. Mentre Bazooka che era un fenomeno camp, ironico, citazionista, con nessuna velleità di diventare popolare, scomparve come una cometa bella e luminosa del firmamento francese, Metal Hurlant e il suo mito si diffusero in una galassia di idee e storie che bene o male è giunta fino a noi. Fu Oreste del Buono a raccontarmi che li incontrò a Lucca, i fantastici 4 del fumetto, e, innamoratosi della neonata Metal Hurlant, strinse un accordo per pubblicare su Alterlinus il 90% del materiale. All'epoca Alter era mensile e Metal trimestrale, fu grazie alla solidità economica di questo accordo che Metal divenne mensile da un giorno all'altro. Il che trasformò Alter nella succursale di Metal ben prima che l'editore Roca ne facesse la versione italiana. Quando questa apparve in Italia, lo spirito di Metal, sebbene fossero passati meno di dieci anni, si era disperso. La rivista che ne aveva colto le istanze sperimentali e innovative, che incarnava quella cultura che si era evoluta nella cosidetta new wave, seppur con altre coordinate, era Frigidaire. E a noi tutti pareva che Totem o Metal versione italiana non fossero altro che gusci vuoti che presentavano senza un vero progetto delle storie prese più o meno a caso nel calderone. Fu chiara a tutti questa cosa, di Oreste del Buono ce n'era uno solo. Frattanto, dal febbraio del 1978, aveva visto la luce un altro faro del fumetto francese. La rivista (A suivre...), così con il nome tra parentesi, che era la dicitura tipica in basso in ultima pagina che chiudeva i romanzi a puntate, i cosidetti feuilleton. A suivre voleva dire “continua”. Si trattava di una rivista a fumetti il cui logo era stato studiato da Etienne Robial, sempre lui, grafico geniale e fondatore di Futuropolis, che aveva realizzato anche il logo per Metal Hurlant, poi saccheggiato da Fiorucci, per la cronaca. (A suivre...) si proponeva di sviluppare narrazioni a lungo respiro, storie a fumetti in cui il disegno non fosse la cosa dominante, ma che desse risalto all'aspetto narrativo. Oggi, e sono passati 35 anni, siamo qui. Si sta lavorando alle narrazioni a lungo respiro, le chiamano “graphic novel”.

14 maggio 2013

the pulp fiction

Chandler e Hammett. Questi erano i pilastri, li ristampava nella collana meravigliosa chiamata Omnibus, per i tipi della Mondadori, Oreste del Buono, proprio lui, OdB; che scriveva di cinema nell'Europeo, e pubblicava i fumetti più belli del mondo su Linus e Alterlinus. Odb era un punto di riferimento per me e la mia generazione, era uno che pubblicò tutto un articolo pieno di immagini coloratissime sulla letteratura Pulp (secoli prima che Tarantino ripescasse il termine per il suo pulp ficition). Ammiravamo queste pagine di Alter e un mondo si schiuse ai nostri occhi. Si capiva che gli scrittori hard-boiled erano in contatto tra di loro, che scrivevano per la rivista black mask, e si vedevano le copertine fantastiche che avevamo influenzato Steranko, Kaluta e tanti altri. A Bologna ammiravo dalle vetrine lucenti della libreria Zanichelli i volumi cartonati e telati che racchiudevano 5 o 6 romanzi, in uno. Gli omnibus appunto. Chandler era mitico, per comprarlo ci si mise in tre, io Andrea Maimone e Antonio Fara. Altrimenti era impossibile, a meno di fare una rapina. Ma si frequentava, e molto, in quegli anni che stavano per germogliare in Valvoline, la letteratura fantastica. Lovecraft in primis, che era amato e spesso oggetto di progetti irrealizzati. “Voglio farei miti di Chtulu”. Oppure “Le montagne della follia”. “Hai visto l'adattamento di Cool air di Wrightson?” “E Corben?” “Corben ne ha fatto di meravigliosi. Ma anche Breccia, mica scherza”. Breccia ci piaceva perché ai mostri ancestrali evocati dalla penna di Lovecraft conferiva un che di confuso, strisciante, le forme erano viscide e indistinte, come quelle evocate dal “solitario di Providence”. Naturalmente c'era anche Edgar Allan Poe, ma le sue letture mi avevano influenzato negli anni del liceo, ed era stato territorio di esplorazione di grandi come Battaglia e Crepax. Mostri sacri da cui ci si voleva affrancare. In un certo senso. La colonna sonora che risuonava per le stanze e i corridoi di Saffi 24, ad accompagnare le interminabili sessioni di disegno, era composta da Devo, Pere Ubu, Residents, Yello, Talking heads, Si ascoltavano anche Battiato e Lucio Dalla (quello dei dischi con i testi di Roversi) Iggy Pop, Bowie, Lou Reed, che all'epoca faceva strani esprimenti con Don Cherry. Stravinsky, Mahler, Schoemberg (notte scarlatta) e poi molto jazz. Il pusher del Jazz era Daniele Lelli, che Carpinteri aveva conosciuto allo zuccherificio, quando ci andò a lavorare per una stagione o due. Lelli era uno fine, ascoltava e apprezzava da Braxton a Coleman, passando per l'art ensemble, i Rova, o Mingus. Ma ricordo che mi passò dei concerti di Duke Ellington (mio zio spirituale) alla Carnegie Hall che facevano sognare. Disegnavo ore e ore perso in quelle melodie avvolgenti e languide. E tutto questo mi aiutava a evocare gli anni Trenta-Quaranta che mi porto dentro sin dall'infanzia, che sono la stagione preferita delle mie storie. Con il Jazz ci ero cresciuto, mio padre era compositore e amava quella musica, l'ascoltava con molto rispetto, lui che di formazione era classico. E io avevo imparato, con lui e con Odb, che spesso nel cosiddetto pop si celano tesori che vanno saputi guardare, leggere, amare. Bogart e Mitchum erano gli dei, tra gli attori. Entrambi avevano impersonato un Marlowe disincantato e amaro. Ognuno a modo suo. Questo ci faceva amare ancora di più Alack Sinner che tra i fumetti presentava una realtà contemporanea lacerante. Fu in questo contesto che maturai l'idea di lasciare l'università e dedicarmi del tutto alla produzione di mie storie. E' il Maggio 1979, assisto a una lezione non troppo interessante di psicologia (si studiava anche questo al Dams) quando mi metto a sfogliare il numero di Alter fresco fresco. Alack Sinner, Storie arruginite. Un colpo al cuore, comincio a leggiucchiare distrattamente e non credo ai miei occhi. Sampayo canta la storia di un pugile fallito e di contrappunto demolisce la storia, consunta, arruginita appunto, che tanto cinema ci ha regalato nei decenni. Il disegno di Munoz lavora la fantasia con un'efficacia impressionante. Le persone e i loro fantasmi interiori si abbracciano in un unico affresco che fa venire i brividi. E' il fumetto, baby. L'espressionismo, in cui tutto è possibile Goya e Taxi driver. Si sposano e sovrappongono. Per uno come me, che era partito dall'isola strappando le pagine di Munoz e Sampayo (non c'erano ancora i libri loro all'epoca) insieme ai Kamandi e The Demon di Jack Kirby, era abbastanza. Il dams sarebbe diventato un ricordo e Alter il mio trampolino preferito. Mi ero promosso sul campo storyteller. Un paio di buone scarpe e tanto asfalto da percorrere.

10 maggio 2013

my generation

Bisognava scendere un paio di rampe di scale per penetrare nei meandri del Punkreas, a Bologna. All'epoca sono studente morto di fame, e pago 52.180 lire di affitto, mio padre mi spedisce 100.000 al mese, dunque devo vivere con 47.820, un'impresa. Comunque si mangia alla mensa universitaria (che fa schifo, ma costa pochissimo, 500 lire), tutti si preoccupano di preservare il fegato, dunque almeno un pasto bisogna farlo fuori mensa. Il punkreas è uno dei pochi lussi che mi permetto, ha prezzi ragionevoli e poi sono a Bologna per la cultura, che cazzo. Appena entro l'aria è folleggiante come al Roxy, ma meno esacerbata. Nella zona universitaria è annunciato l'evento. Punkreas, Gaznevada sing Ramones. I Ramones li ascolto dal loro primo 45 giri, “Sheena is a punk rocker”, che è uscito due anni prima, un'era geologica fa, in pratica. Frattanto sono diventati una leggenda del rock'n'roll primitivo. Miscela commovente di energia orizzontale, suono distorto, e semplicità americana, quasi minimale. Punkreas, ore 21,30. Entro, atmosfera fumosa, parlottare. Freak Antoni, che conosco di fama, scende qualche gradino prima di me, indossa un giubbotto bellissimo, pelle marron e beige. Sulla schiena c'è un disegno meccanico molto ben fatto su cui campegia una scritta: Pistoni roventi. Ed è tutto un programma. All'epoca Freak è già il cantante degli Skiantos, incide per la Cramps records, quella degli Area, di John Cage, non so se mi spiego, ha inventato il rock demenziale. Non c'è muro di Bologna su cui non figuri una scritta Skiantos, in pratica sono già celebri prima ancora di aver suonato. Arrivato da Londra, mi sono ambientato in poco tempo e Bologna mi piace, c'è gente che pensa e fa senza posa, anche grazie al DAMS a cui mi sono iscritto. Freak me lo presenterà dopo qualche tempo Stefano Tamburini, in trasferta, ma all'epoca sono un semplice ascoltatore-fan. Gli Skiantos sono degli urlatori, in piena tradizione punk, rivendicano il fatto di non saper suonare e prendono in giro gli stilemi del rock. I nomi d'arte sono uno peggio dell'altro, Freak Antoni, Leo Tormento Pestoduro, Sbarbo Cavedoni, Jimmy Bellafronte, Dandy Bestia, solo per citare a memoria. Il secondo disco, Mono Tono, del 1978, spopola. In Saffi 24, la mia tana, è addirittura la sveglia di casa. Verso le 9 (l'alba in una casa da studenti) metto a tutto volume il primo pezzo che inizia con “Fatti questo slego. uno due sei nove”, conta surrealista che precede la partenza a razzo di un brano rock'n'roll sgangherato quanto geniale. Titolo: Eptadone. I miei amici studenti, o studelinquenti come li chiama Tamburini nelle tavole di Rank Xerox, si alzano svogliatamente. Dura la vita ad Animal house da quando ho scoperto gli Skiantos. Da quel momento si ascolta musica tutto il santo giorno, specie quando disegniamo. Siamo in tre a fare fumetti, anzi in 4 se contiamo Pari che fa fumetti per puro sfizio, uno ogni cento anni. Per il resto io, Antonio Fara e Andrea Maimone siamo partiti con la pretesa di diventare autori. Eravamo già andati ad Alter, l'anno prima. E al di là del fatto di aver terrorizzato la redazione per come ci eravamo acconciati, non era andata così male. Ma poi le urgenze del punk si sono sovrapposte. In quei giorni le spinte appaiono così forti e insopprimibili che segui il flusso. Fai quello che ti sembra imprescindibile. Sotto, in profondità, comunque, l'amore per il fumetto rimane un leit- motiv. Sai che devi, a tutti i costi, disegnare le tue storie. Abita in quella casa di studenti un nutrito drappello di amici, oltre alla mia ragazza, Susanna, e un amico poeta, Donci, che ha il vizio di ululare la notte e smontare le persiane per sfogare il suo nervosismo. Poi, come detto c'è Roberto Pari, che fa finta di studiare a scienze politiche; è stato compagno di liceo di Carpinteri, così l'ho conosciuto. E Giorgio abita proprio dietro casa mia in via Podgora. Sempre Bulagna. E' lui che mi parla degli Skiantos per primo, è in visibilio per questo gruppo. Io li ascolto, non si può non amarli perché i dada in confronto sono sobri. Bologna, sala piena, gli Skiantos suonano come spalla ai Gong. In breve l'atmosfera si surriscalda. Sbarbo finge di suonare una scopa, come fosse una chitarra, mentre canta con uno scolapasta in testa, poi parte il provvidenziale lancio di verdure. Ma sono loro, gli Skiantos a bersagliare il pubblico a suon di sedani, cardi, verdurame vario che ti arriva all'improvviso sul muso. Freak canta, con incedere cattedratico un inno folle: “Largo all'avanguardia, pubblico di merda, tu gli dai la stessa storia, tanto lui non ha memoria”. Dagli Skiantos ti aspetti di tutto, il pubblico risponde al fuoco, la pioggia di verdure è talmente fitta che i ragazzi capitolano, abbandonano il palco, ricordo ancora le suppliche di Sbarbo “no ragazzi, basta, così non possiamo suonare”, la pioggia continua. A questa e altre provocazioni gli Skiantos avevano abituato il pubblico. Sin da Bologna rock, 1979. Quando, saliti sul palco insieme al fior fiore delle avanguardie bolognesi, avevano allestito la scena come un soggiornino domestico. Tv, tavolo, sedie, fornelli. E si erano preparati un piatto di pasta, invece che suonare, mangiando in pubblico, tra i fischi della folla inferocita. Freak questo lo considerò il loro apice. Ma mancò poco che venissero linciati. A ogni modo, Punkreas: i Gaznevada suonano velocissimi i Ramones e senza pausa tra un pezzo e l'altro, come gli originali, ma in versione futurista, missilistica. E' notevole. Come per gli Skiantos e decine di altri gruppi, è in voga l'uso wharoliano del ribattezzarsi. Alla Factory ci sono Ultra-violet. Holly Woodlawn, Candy Darling ecc, tutti nomi creati da Andy Wharol, che ha trasformato la fauna della Factory in un santuario di icone pop, personaggi di un fumetto reale e semovente. Così a Bologna, che in quei giorni mi pare la città più americana del mondo, questo uso prende piede. Gli Skiantos scelgono nomi ridicoli, l'ironia attraversa tutto il movimento artistico dell'epoca, ma i Gaz, sono già più “arty”, meno dichiaratamente satirici. Loro sono cresciuti leggendo Burroughs e Wharol è davvero il loro santone. Raffini (Billy Blade), che pubblica in quegli anni un paio di storie su Cannibale (frammenti di vita decadente) canta spiritato, si è dipinto una serie di nei posticci, stile Settecento, Giorgio Lavagna (Andrew Nevada) occhiali neri, canta in trance, (Ciro) Robert Squibb arrota le corde della chitarra, è il rock'n'roll, baby. Ma c'è anche Giampiero Huber aka Johnny Tramonta (che con Raffini e Lavagna vive nella traum-fabrik, casa occupata di via Clavature, a due passi dalle 2 torri) che percuote il basso; dietro di loro Bat-matic (Gianni Cuoghi) alla batteria, che poi passerà ai Confusional . Sono lugubri, belli, assenti e infoiati, tutti vestiti di nero. E Raffini, particolare che non passa inosservato, ha la svastica al braccio. In breve partono i buuuuh, fischi, bottiglie volanti, baraonda. Bologna in quegli anni è la Bologna del movimento, e il punk, con la sua iconografia politicamente blasfema infiamma gli animi. Il situazionismo estremo non è tollerato. Io staziono sotto il palco, sono a due metri da loro, e sento la tensione crescere. La rissa è lì lì per scoppiare, anche perché i Gaznevada quella pantomina la eseguono per tre giorni di fila e si è sparsa la voce. In quella occasione li nota Oderso Rubini che è il Malcom McLaren di Bologna, ha aperto un piccolo prodigio, una cosa minuscola e preziosa, una casa discografica! Si chiama Harpo's Bazaar e sta in via Sant'Isaia 49, a due passi dal Punkreas. Ha un orecchio notevole, Oderso, e la sua fama di talent scout si diffonde in breve. Mette sotto contratto i Gaz, ma anche tutti gli altri gruppi che suonano nelle varie cantine di via San Vitale. Ce ne sono una miriade, tutti bravi. Windopen, Confusional, Luti Chroma, Nafta e poi man mano Stupid set, Hi-fi bros e decine di altri. In un primo tempo stampa cassette e 45 giri, poi LP. Sarà lui a pubblicare il mio primo album, di lì a poco. Io lo incontro a più riprese anche alla radio, Radio Città, che è un vero e proprio centro propulsore di quella cosa che allora si chiama “contro-cultura”. Questa è la storia della new wave bolognese, che fu un fuoco potente e influente per noi, che contaminò, stimolò e intrigò la scena del nuovo fumetto italiano. Rispondendo alle istanze di uno sguardo contemporaneo, per poi scomparire in un fragoroso vuoto, mentre l'industria discografica nazionale, continuava a dormire. Languendo in cascami di progressive rock e cantaurotato decisamente inascoltabili, per la mia generazione. Freak che era amico di Andrea Pazienza e frequentava la Traumfabrik dove abitava anche Scòzzari, non lo incontrai mai con loro. Si fece tatuare un disegno di Carpinteri nel braccio e presentò il Valvoline party due anni dopo. Era il 1982. Gli Stupid Set ed Enrico Serotti dei Confusional fecero la colonna sonora di un fumetto di Carpinteri e Jori. Era il 1982. Gli Hi-Fi bros furono prodotti da Arto Lindsay, per l'Italian records. Era il 1982. Raffini (Billy Blade) divenne mio amico, mi rubò una chitarra X27 che valeva due lire, ha smesso di fare fumetti. Era il 1982. Sotto lo pseudonimo di Radeztky e gli isotopi pubblicai il mio album “funerale a Bombay”. Era il 1982.

09 maggio 2013

punk

Quando arriva, nella copertina di Horses, 1975, fotografata da Robert Mappelthorpe, in un bianco e nero morbido e sinuoso, è ancora sconosciuta. Io la fisso. Patti Smith, Horses, dice il titolo, Horses, che titolo è? Mi piace. Lei indossa un paio di jeans, una camicia bianca con le maniche strappate, al collo una cravatta nera, sottile, tiene sulla spalla una giacca scura, da uomo, al bavero una spilletta con un uccello. Mi guarda con aria tra lo sfrontato e il malinconico. Non ho ancora sentito la sua musica, ma so già che non si tratta delle solite lagne femminili anni settanta. No Joan Baez, No Jony Mitchel. Me lo dicono questi indizi, e il nome del suo produttore artistico, che è l'ex viola dei Velvet Underground, John Cale. All'epoca, siamo nella preistoria degli anni Settanta, si prende il disco e si chiede al negoziante di ascoltarlo, ci sono delle cabine nelle quali ti isoli, metti il lp sul piatto, e ascolti. Si vive senza computer, internet è roba della Nasa, non ci sono cellulari e i canali della TV sono solo 2. Se vuoi scoprire nuova musica vai in “discoteca” così si chiamano i negozi di dischi, al massimo hai letto le due o tre riviste specializzate che ti parlano in modo un po' nerd di quel che esce. E poi annusi, leggi gli indizi. Voilà. Patti Smith arriva con la furia di un uragano, non rispetta le coordinate sino ad allora conosciute, si definisce poetessa, cita Pasolini, legge Hubert Selby jr., conosce Maria Callas, che pare sia stata il suo idolo da bambina, e respira nuovo rock'n'roll, quell'aria secca che esploderà nel punk di lì a due anni. Il disco sprigiona energia e dolore. Un dolore che serpeggia, sotto le tessiture rock'n'roll tiratissime. In poco manterrà le promesse e diventerà l'inno della nuova generazione. Lo compro sapendo che sono soldi ben spesi. La mia anima esulta. A casa starà sul piatto sino a consumarsi, alternato a The Idiot di Iggy pop, 1977, che dichiara morto il periodo Stooges e inaugura la collaborazione berlinese con Bowie. Horses e The Idiot sono due dischi diversi, entrambi lancinanti. Ma egualmente importanti. Iggy ha i capelli corti, ancora foto in bn in copertina, posa da focomelico, giacchetta corta, niente camicia, e jeans. Te lo spara in faccia il suo “non-voler-essere-bello”. Corteggia il dolore, la nostalgia disperata, i giochi, le droghe, e la danza con morte e gli eccessi che avvolgerà questo inizio punk. Sino alla fine tragica di Syd Vicious. Che arriverà fragorosa a tracciare una linea nera. La linea oltre quale non andare. Public image limited (PIL) questo è il nome , il simbolo che Johhny Rotten-Lydon, ex cantante dei pistols per l'appunto, e compagno di Vicious, decide di prendere per il progetto suo musicale post pistols. Lui, che ha visto deflagrare la sua generazione, e che non ci sta ad auto-distruggersi per il divertimento dei media. Ma torniamo nel '77. Questo uragano che fu il punk, spettina le coscienze di critici e intellettuali o semplici fruitori non abituati all'elasticità. Prende a schiaffi salvifici, divora la coscienza di chi si era consolato fino ad allora, placidamente assorto in una musica-vita spuntata, scuote, risveglia. Io non ho 19 anni quando vedo alla tv Michel Pergolani che annuncia la rivoluzione e mostra un filmato: ci sono i Pistols che si dimenano attorno a tre accordi urlati, violenti, semplici e pieni di una cosa essenziale, la vita. E due mesi dopo parto per Londra, viaggio infinito, autostop. Non c'ho una lira in tasca. Finalmente il Roxy! Tempio del punk, 41 Neal Street, distretto Covent Garden. Ci suonano tutti lì, dai Damned, ai Vibrators, di cui vedo le scritte, infestano la città, perfino sulle scale della metro. Poi Buzzcocks, Stranglers, Siouxie, nomi che diventano leggendari in pochissimo. I pistols sono fuorilegge in 5 minuti; suonano sui barconi del Tamigi e cambiano nome ogni volta. Abituato all'Italia turbolenta sono costernato nel vedere tutti i punkettini in fila ordinata pronti a pagare il biglietto. Da noi ai concerti si sfonda e si prendono i lacrimogeni. Dentro si sta stipati, c'è chi rutta chi si prende a bottigliate in faccia. La musica ti rimbomba nelle viscere. Questa è Londra! A Portobello mi compro un paio di guanti da donna, lunghi, di seta, degni della Cansino. 3 pounds, ci mangio due giorni, ma mi piacciono. Il bancarellaro però non me li vuole vendere, disgustato perché li ho misurati e ha capito che son per me. Mi dileguo e mando la mia fidanzata. Lei li compra. Dormo in una palestra di karate vicino a Notting Hill, che alla notte affitta i tappetini in gomma come materasso. Le donne su, al primo piano e gli uomini giù. Ambiente lercio. Io e la mia ragazza di allora, Susanna, facciamo la fame. Non è l'epoca delle telecamere, si entra in un supermercato e si prendono le cose che mangiamo tra gli scaffali, attenti a non farci vedere dai commessi. Pane, cioccolato, qualche affettato lo infiliamo sotto il maglione. E' luglio, agosto, ma fa un freddo boia a Londra. Alla mattina presto si ruba il latte, come nei film. Per vivere bisogna lavorare, dopo una ricerca di giorni mi prendono in una bettola-pub a due piani. L'atmosfera è greve, sembra di essere in un bordello. Cuoco, aiuto cuoco, e inservienti sono dei maniaci sessuali, se entra una donna delle pulizie le palpate non si contano, il vice cerca di farsela sul banco per pestare la carne, lei si dimena e lui allora, in piena ispirazione artistica, le compone una passerina con due petti di pollo. Risate. Non mi chiamano Igor, preferiscono “fucking italian”, è più divertente. Per loro. Io sono "sguattero di ultima", mi danno i pentoloni da lavare, pentole in cui potrei probabilmente dormire. Un giorno finito il lavoro, il capocuoco, un indiano dallo sguardo lungo, nota che mi vengono a prendere due amiche. Entrambe carine. Una è la mia baby. L'indiano si arrapa e mi promuove a "sguattero con macchina lavatrice", vuole uscire con me e le due. E bere una birra in compagnia non è esattamente la sua mira. Mi racconta, in estasi, della notte d'amore con un paio di gemelle, appena la settimana prima. Il gioco di specchi erotico lo inebria. Devo sopravvivere, accetto entusiasta: "usciamo senz'altro", mento. So che le mie amiche mi scuoierebbero per questo, ma le informerò solo a posteriori, a pericolo scampato. La settimana è lunga. L'indiano mi osserva, vuol capire se lo prendo per il culo o meno. Mi minaccia con il coltello. Io lo rassicuro. Sabato è “paiiidaai”, giorno di paga, come dice con pronuncia cockney lo "sguattero di prima". Devo resistere. Appuntamento giovedì, poi guarda caso, la mia amica si ammala, ops, ci vedremo lunedì. Mi aspetto di tutto, anche che non mi paghino di sabato, ma l'indio è chef, mica padrone. Sabato vengo pagato e saluto tutti, "a lunedì", faccio ciao ciao. E poi la sera di Londra mi inghiotte per sempre. Addio bettola-pub, addio sopranomi simpatici. Fanculo. Nei mesi successivi eviterò accuratamente la zona. Portobello è il luogo in cui li vedi che sfilano, con le loro spille che bucano le guance, catenelle che uniscono orecchie a naso, svastiche al braccio, badge con Hitler a testa in giù, capelli sparati verso l'alto, piume colorate all'orecchio, creste ecc, tutta la paccottiglia che all'epoca fa punk. Oppure a King's road, dove Vivienne Westwood e Malcom McLaren hanno la loro boutique “sex”. Io ci entro, ci sono pantaloni scozzesi con le catenelle, ecc, ma non me li posso permettere. Sono un sognatore pezzente. In quei giorni però compro metal machine music di Lou Reed. Il negoziante mi dice: "Se ami Lou Reed non prenderlo". Io ho la testa dura, cercherò di ascoltarlo a più riprese, quel capriccio concettuale di Lou. Alla sera una birra in un pub, dove suonano continuamente. E' una Londra in pieno fermento. Alla palestra dove si dorme la notte ho conosciuto tre ragazzi di Roma. Uno lo chiamiamo facc'e culu. ha il muso di un bambino. Nessuno di noi può permettersi di pagare il biglietto della metro. The tube, come la chiamano gli inglesi, costa una fortuna e il biglietto aumenta a seconda della distanza. Si salta. Ma qui se ti beccano i controllori non si limitano a farti la multa, dei punk e dei turisti furbi hanno fatto il pieno, ti portano in uno stanzino e ti pestano per bene. E notte quando vediamo arrivare Facc'e culu tutto pesto e gonfio. Lo hanno conciato male, per quelle misere due sterline. Ma c'è di più, i gestori della palestra dicono che a mezzanotte i portoni si chiudono e basta. Non si discute. Cerco, educatamente, di fare presente che alcuni di noi lavorano, che finiscono a mezzanotte. "Che sarà mai ritardare la chiusura per mezz'ora? Giusto il tempo di prendere la metro e venire a dormire". Niente. Così, come prevedibile, la notte dopo chi arriva comincia a chiamare, da fuori. E' insopportabile, molti di loro non li conosco neppure, ma che vuol dire? Siamo quasi tutti svegli dentro, e si parlotta. In breve tre o quattro di noi sgattaiolano verso il portone, e aprono. Quelli che entrano sono incazzati. Non si limitano a entrare, ma urlano, sbraitano contro i gestori. Le notti che seguono, uno per uno, veniamo identificati come organizzatori della rivolta e buttati fuori. Sembra una canzone di Peter Gabriel, la rivolta di Nothing Hill. Qualche tempo dopo tornerò in Italia. Bologna. Tre mesi all'addiaccio, l'inverno del nord, a cercare casa. Ma troverò il Punkreas, che era un pò il Roxy de noantri. E ricomincerò a suonare, con Andrea e Bramino. Prima di andare all'Italian records, che pubblicherà di li a poco il mio primo disco.