4 giugno 2006

ARGENTO! (capitolo 25)



Non aveva davvero paura dei sogni, e non li aspettava neppure, perché aveva capito che quelli arrivavano senza preavviso.

PLINK

Osservava le gocce formarsi, gonfiarsi e staccarsi per cadere sul piano di marmo.

PLINK

Alvino era solo nella grotta in cui lui e sua nonna abitavano ed era buio da un pezzo oramai.

PLINK

fuori tuonava, pioveva ininterrottamente da tanti di quei giorni che aveva perduto il conto.
Donna Aurelia non aveva fatto ritorno e, tranne quando era uomo lupo e faceva le sue scorribande, questa era la prima volta che Alvino si trovava solo alla notte.
Cosa era accaduto?

PLINK

quel gocciarea cadenze regolari finiva quasi per rassicurarlo.

PLINK

Se ne stava sdraiato sull’amaca ad aspettare il sonno o il ritorno di sua nonna, un avvenimento qualunque.
Poi, dato che nulla di questo accadeva, prese il libro dei fratelli Grimm; erano le fiabe che sua nonna gli leggeva da bambino.

“una sera che i pensieri non gli davano requie, ed egli si voltolava inquieto nel letto, disse sospirando alla moglie. Che ne sarà di noi? Come potremo nutrire i nostri poveri bambini che non abbiamo più nulla neanche per noi?
- senti marito mio - rispose la donna – domattina all’alba li condurremo nel più folto della foresta: accendiamo loro un fuoco, e diamo a ciascuno un pezzetto di pane; poi andiamo al lavoro e li lasciamo soli:i bambini non ritrovano più la strada per tornare a casa, e ne siamo sbarazzati.”

Questo leggeva Alvino quando avvertì una presenza dietro di lui.
“Non spaventarti” disse.
“Astor! Cosa ci fai qui?”
“Ho bisogno di una mano”
Astor era fradicio di pioggia ma non se ne curava. Aveva qualcosa, un idea per la testa.

“Vieni. Non c’ è tempo.”

Si ritrovarono sulla stradina che separava le due abitazioni, sotto il temporale. Non c'era più nessuno adesso. Solo due corpi stesi in mezzo al fango.
“prendi la lampada, io arrivo con il carro”.
Stava ad Astor il fatto di sbarazzarsi di quei due corpi, il prima possibile, la pioggia avrebbe cancellato le altre tracce.
Ma, lo sapevano, i bracconieri sarebbero arrivati più numerosi portando con se i regolari probabilmente. Erano stati uccisi due uomini durante una battuta di caccia autorizzata. E se i metodi dei bracconieri inglesi erano poco ortodossi questo non costituiva problema alcuno. Essi erano ufficialmente autorizzati dal governatorato a risolvere il problema lupo mannaro.

Fu così che Alvino per la prima volta potè vedere negli occhi il volto dell’uomo che capeggiava la caccia contro di lui.

Illumino’ Colmish per osservare come era fatto e quanto spaventevole poteva essere l’aspetto di un bracconiere osservato da vicino.
Se lo era immaginato diverso, più simile a un drago sputafuoco che a un uomo.
Invece era solo un misero diavolo, che aveva venduto la sua anima. Uccideva per rabbia e per danaro.
Una cosa banale se non fosse stato per la ferocia. Quella rabbia cieca se la ricordava benissimo. Si ricordava le urla e la paura. Si ricordava il sibilo dei colpi di fucile. Il dolore del proiettile d’argento. Bruciava le carni. Tutto questo era rimasto impresso nella sua memoria di bambino.

Scrutava quel volto dalla carnagione così chiara.

Che sorpresa gli fecero quegli occhi acquamarina aperti. Come erano diversi da quelli che guardava di solito.
E fu proprio mentre fissava quegli occhi chiarissimi che si accorse di essere fissato a sua volta. Quell’uomo trafitto ancora respirava.
Fece un balzo indietro per lo spavento e poi si accorse che il bracconiere tendeva un braccio verso di lui, afferrandolo. Rantolava. E disse in quel suo farfugliare indistinto qualcosa come “damned bastard”.

AAHHHHH
Urlò per lo spavento Alvino. Paralizzato. Completamente immobile.
Furono dei momenti eterni e terribili in cui aveva solo voglia di piangere.

Poi arrivò finalmente Astor che lo liberò molto semplicemente dalla presa. Diede un calcio al corpo di Colmish che continuò a rantolare.

“Non è morto. Non è morto.”
“Sì è probabile. Aiutami a caricarli sul carro”
Alvino era sotto shock ma il tono di Astor lo rassicurava.

“passa di la e aiutami a issarli, forza.”

Il lugubre invece era morto per davvero, il suo corpo cominciava a irrigidirsi. Faticarono a levargli il fucile, tanto stretta era la presa di quel corpo.
Poi fu la volta di Colmish. Alvino tentennava. Aveva paura di avvicinarsi.
“cosa fai, ti decidi?”
E caricarono anche quel corpo. Poi Alvino montò sul carro e i due ragazzetti si allontanarono nella notte.
Per scomparire alla curva de Su Mortoriu.

E fu pioggia. E un silenzio innaturale rotto solo dal fragore dei tuoni e dai primi galli che cantavano con la luna ancora alta.

66 commenti:

andrea barbieri ha detto...

"...sono certo che disegnassi tutto il tempo Baobab sarebbe diverso da come poi effettivamente viene.
Raccontare ha i suoi tempi di ebollizione, e di decantazione, ecc. Come la cucina o l'alchimia."

Così scrive Igort. Mi viene da pensare che se i tempi devono essere tanto lunghi sta maturando un'opera-mondo, come si dice in letteratura.

Michele ha detto...

tu sai se si trova ancora in giro qualcosa degli SLAVA TRUDU?? ero curioso di sentirli..

Anonimo ha detto...

Igort, sei veramente il massimo. Prima preghi di attaccare le idee e non le persone, poi ci dai il buon esempio elargendo un bel << gli stronzi sono dappertutto >>.
Tornando ai francesi: e´chiaro secondo me che i manga si facciano sempre piu´spazio, e´fumetto commerciale che viene prodotto per il grande pubblico, spesso adolescente, e soprattutto viene pubblicato in quantita´industriale. I giapponesi sono veramente prolifici. In Europa si contrattacca o con idee molto tradizionali oppure con materiale autoriale costosissimo e quasi sempre sotto il livello di un buon romanzo medio. Non raccontiamoci delle storie: e´come dici tu, il livello del racconto deve alzarsi, si deve dire veramente qualcosa e saperlo raccontare.

quasimai ha detto...

>Igort : Ho finalmente letto anche il secondo Baobab. Fantastico.
Non so se l'accostamento a "il grande male" da parte di andrea sia motivato da ragioni simili alle mie, ma a me il passaggio con la curandera e tutte le allucinazioni successive mi hanno fatto pensare proprio quel David B li'... non tanto graficamente, quanto per la presenza di spirito (maligno?) che li accomuna.

>anonimo : si’, ma infatti la foga anti-manga degli editori indipendenti francesi non è diretta proprio contro i giapponesi, ma più contro quegli editori francesi che si sono gettati anche loro nel mucchio aggiungendo ulteriore abbondanza alla sovrabbondanza, e facendo strabordare il vaso…
Poi vabbé, ho anche sentito un editore dire che i bambini francesi a forza di leggere alla giapponese (da destra a sinistra) sin da piccoli, rischiavano di disimparare di leggere all’occidentale...

quasimai ha detto...

Brrr... dimenticate quel "disimparare di leggere" e sostituitelo con un "dimenticare di leggere"... era un francesismo ^^

Anonimo ha detto...

Se il mercato tira, gli editori ci si buttano. Si tratta di sopravvivere.

Niccolò ha detto...

Argento è una lettura troppo godibile, spero che un giorno ne esca una versione cartacea.

igort ha detto...

Caro anonimo, perché non ti firmi? Paura delle idee? Anche delle tue?

Non so se sono io che non mi spiego o tu che non capisci. Per educazione opto sulla prima ipotesi. Gli stronzi son dappertutto, è una triste verità. Me lo aveva detto la mamma e io che non le credetti. Adesso ho visto.
E allora? Cosa di tanto strambo conterrà questa frase?


CAro anonimo, il tuo pensare è monocorde. Io non dico che igort è stronzo solo perché la penso diversamente da lui. Capisci l'antifona?
MA ti posso dire che un tale ha cercato di sabotarmi pubblicando cose non vere sul mio conto. Questo è da stronzi.
Capisci l'antifona?

Lo so, non capisci, tu vuoi solo farmi perdere del tempo. Passiamo ad altro.

I francesi fanno fumetto d'autore. Gli italiani pure. Ma il discorso è un altro rispeto al mercato italiano. Sono due realtà troppo diverse.
Da noi c'è penuria da loro iperproduzione. La nostra tradizione è da edicola, la loro da libreria.

Noi siamo esterofili, loro nazionalisti.

Insomma sono due visioni prossime ma distinte. Francamente non so se sia utile entrare nei meandri di un dibattito sempre più per specialisti. Ecco, forse io trovo che sia questo il limite. perché non parliamo anche per chi non è un addetto ai lavori?
Leggere. Bisogna leggere.
Ma anche sapere parlare ai più.
Sapere interessare perché si parla di "vita". E non solo di disegnini, con le polemicucce da tre soldi.

E non parlo di un dibattito sul fumetto. A quello ci credo. Anche a uno scontro virile. Ma sulle idee.

Il livelo del racconto deve alzarsi. Certo.
Lo deve fare forse, a maggior ragione in campo letterario e cinematografico, dato che con il fumetto abbiamo ottime firme oggi e non mi pare che si siano sedute, queste firme.

Nel cinema, per dire, sono orfano di padri putativi. Da decenni ci uccidono con la scarsità di idee e con la noia.

Ha ragione Ausonia a dire che forse sappiamo fare squadra. Non serve avere tutti le stesse idee.

Ma occore una "fumettofilia" che da certe parti sento mancare.

igort ha detto...

Quasimai. La malattia e il dolore sono una delle componenti che mi interessa affrontare. Ci sono elementi personali e intimi sia nella visione del mio amico David, che nella mia. Baobab è un termometro, registra in diretta le mie temperature emotive. Non è autobiografia ma ci sono davvero molti elementi vissuti.

Per Niccolò. Grazie. Sto pensandoci anche io a una versione cartacea di Argento. Questa storia è una cosa con la quale convivo e non passa giorno che non pensi ai suoi sviluppi.
Le turbolenze di questi ultimi giorni sono dovute ai viaggi. Vi devo un capitolo, lo so.
Da ora i poi tutto dovrebbe regolarizzarsi. Adesso vi scrivo dal Parador. E farò il cronista coscienzioso.

bardamu ha detto...

a che tipo di versione cartacea stai pensando?

igort ha detto...

Per Bardamu.
Non so, è ancora presto per parlarne. Ci sto ancora pansando.
Per Michele.
Un paio di ann fa si pensava di ristampare i dischi degli Slava non reperibili. Poi mi sono perso con le decine di cose da fare. Credo che alcuni CD siano tuttora sul mercato.
La casa del Dormiente e Mangarama credo siano disponibili.

Ettore ha detto...

...mi scusi, ma come si può dire che il cinema da DECENNI (addirittura!) ci UCCIDE CON LA SCARSITA'DI IDEE E CON LA NOIA e far finta di niente?
non voglio far polemica, ma il silenzio con cui questa affermazione è stata accolta mi ha inquietato...
torno nell'ombra consigliando a tutti: LE MELE DI ADAMO un film svedese che purtroppo difficilmente(temo) arriverà nei centri più piccoli(a Milano è stato in sala pochi giorni..).
chi può vada a vederlo..
ciao
E.

igort ha detto...

Caro Ettore, parlo del cinema italiano.
Mi convinca che mi sbaglio, non chiedo altro. Conosce per caso nuovi Fellini o Pasolini, Nuovi Antonioni, o Scola, Rossellini, Monicelli?

Il fumetto italiano di oggi non teme quello degli anni sessanta. Sono gli altri, gli stanieri a indicarcelo.
Mi scuserà ma per me Moretti o Muccino non sono sufficienti ad arrestare lo sbadiglio.

ausonia ha detto...

E.

dicendo che i bei film sono introvabili. ti sei risposto da solo.

igort ha detto...

Ne vogliamo parlare? La stanza del figlio prende la palma d'oro a Cannes e la soffia a Mullholand drive di Lynch.

Mi è sembrato buffo. Incredibilmente a-strorico. Con tutto l'affetto per il nanni nazionale.
E' come se io prendessi il pallone d'oro al posto di pelè.
(Lo so so tirare bene al pallone).

ausonia ha detto...

ma, non c'è molto da dire. è una situazione evidente, lo stato dell'arte in italia.
ma non è un problema circoscritto al nostro paese.

credo che il basso profilo sia una specie di virus. circondati da prodotti artistico/culturali così così... si arriva all'assuefazione. è lo stesso artista che finisce per prenderselo, il virus. senza neanche accorgersene. lo prende perché rapportandosì alle mediocrità finisce per credere che ogni sua idea sia abbondantemente sopra la media. il punto è che se oggi la media è di così scarso valore... l'artista farebbe meglio a rapportarsi al passato. magari basta andare indietro solo di vent'anni.

dicevo che il problema non riguarda solo l'italia.
l'anno scorso abbiamo ospitato dave mckean a firenze. lo sentivo in conferenza lamentarsi degli artisti europei che avevano assorbito, troppo, la struttura narrativa (banale) proposta dal mercato americano... e incitava noi europei a riscoprire il nostro importante background culturale. ero assolutamente d'accordo con lui. ma poi gli ho risposto che facevo davvero fatica ad annoverare gaiman fra gli scrittori di cultura europea.

l'assuefazione è un virus strano: ti uccide ma non ti accorgi di essere malato...

andrea barbieri ha detto...

In Italia c'è anche chi ha un alto profilo, magari non tanti come ai tempi di Pasolini, però qualcuno c'è. Troviamo il modo di parlare di loro, e di chiederci, quando si parla di basso profilo, quali sono le cause.
Sul fronte dell'alto profilo, io per esempio sono tornato dal Bellaria film festival felice per i documentari che avevo visto. Anche questo è cinema.

brekane ha detto...

Non mi esprimerò su Moretti, per troppo affetto temo di non essere obbiettivo e poi se cominciassimo diventerebbe la solita querelle questo contro quello...

Il cinema italiano, da quello che ho capito, soffre di poco coraggio di investimento. Chi caccia i soldi, per dirla in modo brusco, investe solo se può poi rivendere in televisione il prodotto, perché ormai sono tutti sicuri di sapere cosa il pubblico "vuole". Vedi l'ultimo di Giordana (brutto), l'ultimo di Mazzacurati (imbarazzante) e potrei andare avanti per molto. Spesso, da quello che ho sentito, prodotti anche interessanti vengono smorzati in fase di produzione, per paura di non vendere e non rifarsi dei soldi. Perché poi alla fine incassano i soliti, che non nominerò (diciamo, per non essere vaghi: il cinema "comico" natalizio). Di gente brava in giro ce n'è, magari che si autoproducono, tutto sta nel cercarli. Per dire: Sorrentino, Ciprì e maresco sono i primi che mi vengono in mente. Più che le teste manca, a mio parere, il coraggio produttivo, o quelle che una volta si chiamava "struttura". Gli spazi. E anche: un sano dibattito in cui ci si scontri senza paraculaggine.

andrea barbieri ha detto...

Tra i buoni aggiungerei anche Infascelli.

Moretti l'ho visto a Bellaria, ha ricordato insieme ad altri interpreti (tipo Paolo Zaccagnini) "Io sono un autarchico". Credo di avere un rapporto di adorazione per Nanni. E trovo Il caimano un film strepitoso.

andrea barbieri ha detto...

Aggiungiamo anche il bravissimo Matteo Garrone (Primo amore, L'imbalsamatore).

Sparidinchiostro ha detto...

Temo che la questione sia ancora una volta sistemica.
Un'azienda che che si colloca lungo la catena del valore (mi spiace usare questa locuzione delirante, ma Michael Porter l'ha chiamata così) dell'industria della cultura può mirare solo a far quattrini. Oppure non è un'azienda.
Si occupi essa di distribuzione, promozione, produzione, blablabla...
Il narratore sta da una parte e dall'altra il fruitore.
Il narratore vuole esprimersi, ma vuole anche comprarsi le scarpe, il formaggio e i preservativi.
Per raccontare le sue storie il narratore deve scendere a compromessi con tutte le aziende che si frappongono tra lui e il lettore (e che vogliono fare profitti).
Tutte queste aziende hanno un'idea (magari naif) del proprio pubblico e vivono tra budget di inizio anno e bilancio di fine anno.
Il loro budget, che deve fare sempre i conti col bilancio, è fatto di BAU (business as usual) e innovazione.
L'innovazione si porta sempre dietro un margine di rischio.
Allora fanno solo BAU.
Le catene del valore vengono rappresentate come freccioni che puntano a destra, vanno lette da sinistra verso destra ed esprimono un'idea d'alto livello dei processi di business.
A me sembra illuminante il fatto che nel più usato degli strumenti per esprimere le organizzazioni, ogni attore coinvolto cerchi di soddisfare le aspettative di chi è più a destra di lui. Mi sembra una metafora della vita.
Ma se nessuno fa innovazione e tutti sono giù a fare BAU, possiamo stupirci che l'industria della cultura sia zeppa di cani?

(continua)

Sparidinchiostro ha detto...

Altre osservazioni banali (forse anche più di quelle precedenti):
- la catena del valore dell'editoria è più breve di quella del cinema
- il quantitativo di quattrino necessario per fare un film è molto maggiore (anche se ti chiami rodriguez e sta facendo el mariachi) di quello che serve per fare un fumetto

E poi c'è la questione della censura e dell'autocensura che per il cinema è quasi assassina.
Un film raramente si ripaga in sala. I canali su cui viene distribuito per far quattrino sonante sono vari: home video, pay tv, tv generalista, nuovi canali digitali...

Sospetto che i due canali a maggior impatto siano ancora home video e tv generalista.
Per andare in prime time su una delle 6 tv nazionali interessanti, il film deve essere per tutti.
(Consiglio un libro molto bello, mani di forbice - la censura cinematografica in italia di domenico liggeri,che racconta il delirante processo per ottenere i visti censori in Italia).
Se il film non è per tutti non va in prime time e quindi vale meno. Perché un film vale il target pubblicitario che si trascina dietro.
Chi definisce il palinsesto di una tv, di mestiere programma gli spazi pubblicitari che può vendere e la loro appetibilità a fronte della numerosità delle facce davanti alla tetta di vetro televisiva.

Il cinema italiano fa mediamente schifo? Ci sono ottime ragioni.

Sparidinchiostro ha detto...

Sorry...
anche spezzato in due è lunghissimo.

La sintesi, Interdonato, la sintesi!!!

col capo cosparso di cenere
P

quasimai ha detto...

Certo, la situazione del cinema italiano contemporaneo è desolante, ma almeno ci resta il ricordo di un periodo d’oro che tanti altri paesi non hanno neanche vissuto. Magra consolazione.
Quello che manca è forse proprio qualche autore con le palle capace di pensare un’idea di cinema che prescinda dal proprio ombelico. Dietro al neorealismo c’era un’idea fortissima per quell’epoca, ma anche dietro al cinema di genere all’italiana degli anni ‘70, come quello poliziesco o il western spaghetti… per non parlare poi proprio del cinema dei Pasolini o dei Fellini, che era innanzitutto un cinema di riflessione sull’essenza stessa del cinema.
Di questi tempi leggo i francesi rallegrarsi per film come « La meglio gioventù », « Buongiorno notte» o « Romanzo criminale », considerati come degli affreschi romaneschi intinti di denuncia sociale. A me sembrano soltanto una serie di autoritratti tristemente nostalgici di una generazione di autori condannati a vivere dei propri ricordi, perché incapaci di trovare una vera idea di cinema sulla quale basare le loro opere. Ognuno si fa il proprio cinemino nel proprio angoletto, sperando di raccattare incassi riscaldando le solite zuppe...
Eppoi basta con ‘ste Brigate rosse !

igort ha detto...

Paolo. La sintesi

"Ma se nessuno fa innovazione e tutti sono giù a fare BAU, possiamo stupirci che l'industria della cultura sia zeppa di cani?"

è spassosa.

Laterza, che era un grande diceva che se un editore non vende i suoi libri è meglio che cambi mestiere. condivido.

Vogliamo comunicare. Ma vogliamo farlo senza annoiarci e annoiare chi ci legge.
Questa è la sfida. Tutto qua.

Per me il punto è "raccontare". i miei autori preferiti fanno questo. Ne ho altri di amici che sanno "disegnare". i loro libri bellissimi li sfoglio dopo cena. Li leggo? No, li guardo.

Questo blog si schiama come si chiama per una qualche ragione. E io credo che ci siano milioni di modi per raccontare nuove e vecchie storie.

Oliver Twist di Polansky è un film pieno di pittura. Polansky crede ai personaggi. Crede perfino agli sfondi. E sa farli cantare come cosa preziosa, piena di cultura.
Tenere un racconto non significa solo accostare un dialogo a un altro. Se si lavora con l'immagine entrano in campo molte cose.
Molti elementi, molta memoria visonaria.

E questo (Garrone a parte e pochissimi altri, forse cipri e maresco, poi mi mancano i nomi) è ciò che manca al cinema italiano.
Moretti? Bellocchio? Che vadano dall'oculista, ci vedono malissimo.
La grammatica zoppicante di Pasolini regista è un miliardo di volte meglio del migliore dei film che questi esimi registi ci hanno saputo dare. Da un punto di vista della sfida visionaria.

LA scommesa, cari miei, è la qualità. Ma senza retorica.
Un feuilleton dell'ottocento si misurava anche con il sano artigianato di come si tiene una storia in piedi.
NE vogliamo parlare del bozzettismo morettiano?
Del personaggio di Placido nel caimano?

Si può? E' permesso dalla legge fare personaggi del genere?

andrea barbieri ha detto...

E vabe', anche nel Pasticciaccio di Gadda ci sono i personaggi bozzettistici, eppure è un capolavoro della letteratura italiana.
Guardiamo l'insieme, Il caimano lascia qualcosa allo spettatore, è pieno di tensione, è autobiografico (la storia della separazione di Moretti è vera), in alcuni passaggi è visionario, è politico senza essere a tesi.
Poi tu mi citi Pasolini. Pasolini era fissato con l'arte antica: un profondo amore che si manifesta nei suoi film. Bene.
Torniamo al Caimano, pensa alla scelta della protagonista, la giovane regista. Pensa a quell'elemento che Pasolini adorava: il volto. Addirittura diceva che con l'omologazione economica sarebbero cambiati per sempre i volti dei giovani borgatari. Dunque il volto come rivelazione della verità, tu lo sai bene perché disegni.
La protagonista del Caimano ha un volto bellissimo, sembra uscito dalla pittura rinascimentale: è la gentilezza, la nobiltà, la forza. Nel film sono esattamente questi i caratteri della giovane regista, come se la speranza stesse in quella giovinezza, in quella gentilezza di tratti, un contrappeso alla barbarie del Caimano. Questo procedimento è molto pasoliniano.
Certo, Pasolini ha prodotto capolavori, ma questo non significa che Moretti non sia un vero poeta.

brekane ha detto...

A me sembra che moretti stia proprio cercando di sfuggire al bozzettismo. Certe volte gli scappa. Quando placido parla di mutandine è una battuta così facile che non fa ridere, ma quando, vestito da cristoforo colombo, passa senza disturbo da una conversazione telefonica all'azione cinematografica, moretti sta cercando di rappresentare tutto ciò per cui il cinema italiano non funziona, o funziona male.

E però ti giuro Igort che non ti so parlare di questo film, del Caimano, perché ne vedo evidentissime le falle, le imprecisioni, ciò che non va a livello narrativo, le ambizioni mancate; e allo stesso tempo mi piace anche per questo, per il tentativo fallito, anche visivamente, per la faciloneria di certe scene: mi sembra comunque un film che cerca di dire delle cose importanti e non scontate.

Non amo bellocchio, ma l'ora di religione mi è sembrato un gran film (anche lì: buchi narrativi a go go, problemi vari, etc.)

scusa la velocità, ma sto per uscire, magari continuo dopo. Ciao.

igort ha detto...

Va bene amare anche per i diffetti; Si fa anche questo.
Però lo devo dire, mi pare che non siano ben chiare le differenze tra "zampettare" e "correre armoniosamente", tra "farfugliare" e "dire cose".

Opinioni personali, le mie. Io sto parlando di analfabetismo, non di fine deformazione.

Ma è OK per me, come diceva Elliot Gould nei panni di Marlowe.
E' OK per me. Non voglio trasformare la giornata nell'esegesi o abbattimento di Nanni Moretti. Io trovo alcuni pregi nel suo lavoro.
E una sapiente regia comunicativa.

E tanti limiti.

Gadda invece lo trovo un tantino meno limitato e credo che Andrea lo abbia letto distrattamente. Bsogna capirla bene l'operazione di Gadda con il "pasticciaccio", collocarla.
Come bisogna collocare precisamente l'operazione di Elsa Morante con "la storia", che fece imbestialire tutte le avanguardie del suo tempo per una volontà specifica di ritornare al racconto.

I libri reggono nel tempo , ma si assaporano ancora di più se si comprende il contesto in cui videro la luce.

manuele ha detto...

Eh, Igor, non vale, vai a pescare proprio gli ultimi film di moretti (caimano, stanza del figlio) che per certi versi sono così poco morettiani...
Secondo me quello che Nanni doveva fare l'ha già fatto, con "io sono un un autarchico", "Ecce Bombo", "Bianca", insomma film rivoluzionari, autoprodotti, autentici e bellissimi.
Pasolini ok, niente da controbattere, se non che non mi arroccherei su questi mostri sacri per guardare tutti gli altri dall'alto, Moretti ha semplicemente cambiato strada, per certi versi ha anche scardinato la struttura canonica del film classico procedendo per frammenti, pezzi di cinema. E' una cosa molto attuale, che appartiene molto alla nostra generazione.
Poi, io non sono un esperto di cinema, ma il rapporto tra moretti e la sinistra italiana, moretti e il telefono (vengo? no non vengo...sì dai vengo), moretti e il musical, se tutto questo è bozzetto...allora la società è caricatura, forse è anche questo che moretti vuol dire.
ciao
manu

brekane ha detto...

No, non per i difetti, ma nonostante. Il Caimano dice cose, in un paese dove non si possono dire, oppure si dicono strizzando gli occhi a una parte del pubblico, sempre lo stesso. Parla anche di cinema italiano, rivelandone i limiti e i processi sotterranei. E di famiglie e di persone. E di come questi tre fattori - politica, cinema, gente - siano collegati tra loro. La deriva politica è una deriva etica, ecc. Le scene memorabili ci sono e non sono scollegate tra loro, a frammenti, come nei primi film. A volte lo storytelling ha dei buchi, oppure inisiste retoricamente su alcune questioni dove magari era più vantaggioso glissare. Ma lo fa con uno sguardo pulito, onesto, che negli anni è rimasto sempre lo stesso, senza mascherarsi o svendersi.

Ma allora la domanda è un'altra (anche per non fossilizzarsi su moretti): si può fare ottima arte narrativa anche dove lo storytelling venga a mancare parzialmente? (la mia risposta è sì)

ausonia ha detto...

gli ultimi due film di moretti mi hanno lasciato freddo. freddo nelle ossa. però specialmente il caimano, che proprio non mi è piaciuto, mi ha fatto pensare a quanto di bozzettistico ci sia, in quel film, ma soprattutto nella realtà.
la cosa avvilente è che di quei placido lì, ne esistono eccome. forse non teniamo abbastanza ben presente che tipologia di persone, la società mediatica, stia creando.
e allora si torna a parlare (ti ricordi igort?) del totale senso di nausea che proviamo verso la realtà, specialmente quando la realtà ci viene mostrata da l'arte....

bardamu ha detto...

ovviamente il modo in cui si racconta è importante tanto quanto il contenuto. se non di più a volte.
In un certo senso parliamo tutti sempre delle stesse cose, con piccole varianti, ma sempre delle stesse cose.
Gli argomenti di cui parla moretti nel caimano non sono certo "roba nuova". la scommessa era raccontarla in maniera diversa. Creare 1 agolazione differente che permettesse al pubblico di assaporarla come "nuova", come riaccorgersi improvvisamente di qualcosa che era stato assimilato dall'abitudine, e guardarlo ancora con occhi stupiti.
Ed è li che secondo me ha "fallito".

nel tentativo, ha perso di vista il filo del discorso, creando un film con spunti interessanti ma che alla fine rischia di apparire solo una "cozzaglia", come se nemmeno lo stesso moretti lo avesse masticato e digerito.
quando sono uscito dal cinema ho detto: "Vabbè.. quindi? ...peccato"

si, peccato.

ausonia ha detto...

"Gli argomenti di cui parla moretti nel caimano non sono certo "roba nuova". la scommessa era raccontarla in maniera diversa. Creare 1 agolazione differente che permettesse al pubblico di assaporarla come "nuova", come riaccorgersi improvvisamente di qualcosa che era stato assimilato dall'abitudine, e guardarlo ancora con occhi stupiti."

bravo, condivido... mi sono svegliato da poco e non connetto bene. ma mi hai letto nel pennsiero...

igort ha detto...

Ho trovato la stanza del figlio un film buono.

Caro diario il film che preferisco.

Qua è il problema zograf che emerge.

Zograf non sa disegnare. E fa storie lo stesso.
Non sa disegnare, lo ammette lui stesso (quindi qndreq non essere più realista del re).

Si può raccontare anche senza la tecnica.

Quando Moretti è spuntato come un fungo autarchico tutti, Morava in testa hanno riconosciuto che aveva delle idee.
Ma che non sapeva filmare.

Si può dire tutto, anche che io sono nureyev, ma è arbitrario.

Questo non toglie nulla alla mia grazia naturale e al mio leggiadro volteggiar.
Ma non sono nureyev.
Moretti fa film, racconta le sue storie.
E' simpativo volendo, intelligente senz'altro. Poetico (ci prova).
MA quello di cui stiamo parlando è altro.
Bozzettismo è quando un personaggio non è complesso.
Non quando gioca con il suo essere di cartapesta (apparizione del cowboy in Mullolland Drive).

Si confondono tecniche e visioni, intenzioni e riuscite.


Non importa se a me piace o meno moretti.
Importa come lo leggiamo;
A me pare in maniera naif.


MA forse son troppo severo.
Io apprezzo Zograf, perchè usa una grammatica primitiva per dire cose non primitive.
Quello è un autore.

Uno che sa vedere e mostra una prospettiva.

Non parliamo solo di moretti. Come dice Brekane, torniamo al generale.

manuele ha detto...

Ma scusa igor, i personaggi di Ecce Bombo non ti sembrano complessi? E il personaggio principale di Bianca non ti pare complesso?
Ok dopo la finiamo con moretti ma mi sfugge la tua visione, i gusti sono gusti ma tutta questa cartapesta in moretti proprio non riesco a vederla.
a presto
manu

Altro ha detto...

Scusa Manuele, cartapesta era il cowboy di Lynch, cioè, era un simbolo, era il cinema. Per Moretti invece si parlava di bozzettismo(il personaggio di Placido ne Il caimano che è macchiettistico).

scusate l'intrusione

brekane ha detto...

Manuele. Anche il personaggio di silvio orlando è complesso, come invece, in Bianca, il personaggio di Edo, il bidello geniale, è un bozzetto. Il bozzetto è un personaggio piatto, utilizzato a scopi spesso umoristici (un personaggio complesso è più difficile da prendere in giro) per stigmatizzare qualcosa/qualcuno o avere con facilità (quando funziona) l'appoggio del pubblico. Placido non è un personaggio complesso anche perché deve essere lo specchio del caimano - lo specchio di un'italia facilona, pronta a cambiare posizione in fretta per utilità. Moretti, anche attraverso Placido, pone una domanda chiave: se è il caimano che ha prodotto l'italia di adesso o se invece non sia l'italia che se lo merita.

Insomma, il punto è come si usano i bozzetti, a quale scopo, perché.

manuele ha detto...

Boh, sono perfettamente d'accordo, ci sono i personaggi complessi, i bozzetti, insomma quello che ci vuole per dare una rappresentazione (casomai caricata) della realtà attraverso il film.
i film di moretti sono pieni d'Italia: non solo il caimano, anche caro diario, aprile, sono film che si potevano fare solo in Italia.
Visti e rivisti da uno che come me vive da 10 anni all'estero scaldano il cuore!
E' l'italia che è cambiata dai tempi di fellini e pasolini, non è più quella di ladri di biciclette, mi sembra che il lavoro di moretti (adesso basta non lo nomino più) sia riuscito, è un qualcosa da salvare e conservare degli anni settanta ottanta e novanta.
ciao a tutti
manu

andrea barbieri ha detto...

Igort, lo capisco che Zograf non ha la tua tecnica: tu SEI la tecnica, nel senso che si vede lontano mille chilometri che hai imparato a disegnare perfettamente TUTTO per distillare dei segni semplicissimi, sei il Mozart del segno. Ma quello che volevo dire io è che Devendra Banhart, che tecnicamente in confronto a Mozart ha pescato la carta della merda secca, riesce comunque a fare in modo convincente poesia, a inventare una SUA lingua molto bella. Lingua che ha infinitamente meno strada alle spalle della tua, ma che è espressiva. Alla fine conta l'espressività. Bacon che non sa dipingere come Rembrandt, non è lo stesso un maestro?

igort ha detto...

Manu e Brekane, vi consiglio STORY di Robert MC Kee.

Sto parlando di techné. Costruzione di strumenti utili al racconto.

Non mi interessa continuare su Moretti.

Comprendiamo cosa sono le cose e come le si usa.

Ma chiamiamo gli attrezzi con il loro nome.

Una zappa spuntata può servire egregiamente come cavatappi. Ma se devo scavare mi rendo conto che è spuntata. OK?

Per Andrea,
io non penso di possedere la tecnica del virtuoso. Se è così vuol dire che ho sbagliato tutto.
Sono convinto, come dice Gipi, che una volta che acquisisci la tecnica la devi dimenticare per giungere all'espressione.
Altrmenti ci si compiace e basta.

andrea barbieri ha detto...

No, non la "tecnica del virtuoso", infatti dicevo che il tuo segno è "semplicissimo" però è una semplicità arrivata percorrendo TUTTE le strade (lo so bisognerebbe dire "essenziale" o qualcosa del genere, ma "semplice" fa risuonare anche qualcosa di "umano" che c'è nel tuo segno). Io la vedo così.
Magari più avanti provo a riprenderlo questo discorso di come un lettore vede la tecnica.

ausonia ha detto...

stai a vedere, che tutta la chiacchierata che abbiamo fatto in assenza di igort qualche giorno fa... almeno ha prodotto idee nuove in barbieri. che finalmente capisce l'importanza della conoscenza che sta dietro al segno ESPRESSIVO, in questo caso di igort...
ma continua a sbagliare, a mio giudizio, nel voler fare un parallelismo fra arte pittorica e arte del fumetto. due cose imparagonabili. due storie troppo diverse. come parlare di musica citando esempi di letteratura.
lo vogliamo capire, una volta per tutte, che il fumetto non ha bisogno di nessun accostamento a nient'altro che al fumetto stesso? che è cosa a sè. che ha una sua storia. dignità. ragione.
è la solita struttura fossile/intellettualistica all'italiana. una nuova forma d'arte si deve rifare all'arte preesistente.
il fumetto (per come lo intendiamo) ha cento anni. cento. è una materia artistica nuova. diversa. e ha bisogno di una critica specifica.

bardamu ha detto...

Ausonia: "lo vogliamo capire, una volta per tutte, che il fumetto non ha bisogno di nessun accostamento a nient'altro che al fumetto stesso?"

esatto.
accostare il fumetto alla pittura significa considerare quasi esclusivamente l'aspetto del disegno che ne è solo una componente, e non necessariamente la più importante..
Inoltre tutte le altre "abilità" necessarie per il linguaggio possono drasticamente modificare il disegno in 1 ottica di "quello che è meglio per il racconto".

Luca ha detto...

Ciao Igort,
"Story" non lo conoscevo. Hai letto "Trame" di Peter Brooks (Einaudi, 1995)?Raccomandatissimo: va alla sostanza, e non e' un libro di "ricette" tipiche di una visione un po' formulaica del "creative writing". Sarei curioso di sapere che cosa ne pensi dopo averlo letto (se non lo hai già fatto, naturalmente).
Da leggere anche "Il secondo sesso" della De Beuvoir per alcune interpretazioni del femminile desunte da trame di romanzi. Cosa non tecnica, ma un esercizio interpretativo estremamente interessante alla portata anche di noi non semiotici.
Proposta: perche' non facciamo partire un reading group online di lettura comune di alcuni testi significativi su cui ci confrontiamo. Magari lo proteggiamo con una password cosi' non facciamo figuracce...
Ciao,
Luca

andrea barbieri ha detto...

Ausonia, non scrivere solo Barbieri ché Daniele si potrebbe offendere... :-)
Comunque su questa cosa della tecnica bisogna tornarci per bene, se ne ho la capacità ci torno, per farti capire il mio punto di vista.

Parlando di cose serie, quando arriva il tuo Pinocchio di carta?

ausonia ha detto...

a settembre. esce contemporaneamente in italia e in francia.... ma ci vai mai sul mio blog? :)

Anonimo ha detto...

Dov'è il tuo blog, Ausonia??
Ciao.

andrea barbieri ha detto...

Ci vado ma guardo le tavole! Dico davvero, ci metto un sacco aprirle.
Ci sono stato anche due giorni fa, dicevi che cominciava una ricerca, mi pare tu la chiamassi "spasmodica", dell'editore per l'ultimo lavoro che stai facendo. Secondo me è un bel lavoro e se il mondo gira come deve la ricerca non dovrebbe essere "spasmodica". In bocca al lupo!

ausonia ha detto...

oh, grazie!

infatti forse l'ho trovato.

blogger ha avuto la febbere. ma ora sembra funzionare...

brekane ha detto...

"Trame" è un grande libro, ma ha un'impostazione da critica letteraria. Cioè, se non ricordo male, non spiega i meccanismi tecnici delle trame (la techné, come dice igort, o anche gli strumenti di bottega) ma ne svela gli anfratti inconsci, le motivazioni nascoste e artistiche. Come ogni bravo critico letterario, Brooks smonta senza dare gli strumenti per rimontare, nella convinzione di trovare ciò che rende unica l'opera dell'artista. Spiega come leggere, non come scrivere (ma, come ho detto prima, forse non lo ricordo bene e devo riguardarlo)(e con ciò, comunque, non voglio dire che imparare a leggere non serva ANCHE per imparare a scrivere, anzi). Insomma il discorso mi sembra altro, e recupererò Story, di cui non avevo mai sentito parlare.

Igort, a me sembra di aver capito bene il tuo discorso sugli strumenti e la tecnica. Sono parzialmente d'accordo. La domanda che mi pongo è: questo discorso non limita, alle volte, il nostro godimento di certe opere? Qualche anno fa avevo un'idea molto chiara di come dovevano essere fatti i dialoghi in un'opera narrativa. Tanto che quando trovavo un lavoro che non soddisfava i miei criteri estetici di dialogo (brillantezza, sintesi, ritmo) lo bollavo come orribile. Per esempio, non sopportavo Corto Maltese. Anche adesso, a volte, faccio fatica a leggere Sampayo. Il fatto è che la mia visione rispondeva a dei criteri di pulizia, non ridondanza, chiarezza a cui questi autori non si sottomettevano.

Lo so, sto confondendo estetica e tecnica. ma non sempre le due cose sono distinguibili: scegliere di studiare una/la/le tecnica/che è l'indizio di una volontà estetica. Lo spazio dei commenti forse non è il migliore dove dibattere di queste questioni: è ristretto, aiuta i fraintendimenti...

Anonimo ha detto...

ma è come la caverna di Alì Babà, questa storia!
Una vera storia.

milim

Luca ha detto...

Certo, Brooks, non da ricette. E´un libro interessante. Ricordo un altro metodo che salto fuori quando mi occupavo di ipertesti multimediali. Non l´ho fatto per molto, ma mi ricordo che c´era addirittura un software che aiutava nello sviluppo della trama. Sembrava fatto bene, se mi ritorna in mente il nome ve lo faccio sapere.
Ciao a tutti.
Luca

Luca ha detto...

Ciao Igort e C.,
eccolo qui, il metodo che vi accennavo. Lo trovate al sito: http://www.dramatica.com/
Completo di software, credo, e libri. Sarei curioso di avere la vostra opinione. Inoltre, quando ho un po´di tempo dopo le ferie vi faccio avere anche un generatore automatico di storie che si basa sulla morfologia della fiaba di Propp. Courtesy of Brown University.
Ciao,
Luca

ausonia ha detto...

generatore automatico di storie.

diomio...

Luca ha detto...

Beh, capisco lo scandalizzarsi, ma e´la radicalizzazione degli studi sulle strutture delle trame. Tantissimi prodotti della creativita´umana possono essere in parte generati automaticamente.
Ciao
Luca

andrea barbieri ha detto...

Per dire, Gianni Rodari usava le "Carte di Propp" con gli alunni... (ne parla in Grammatica della fantasia).

Gipi ha detto...

Pausa buffa:
Leggetevi come San Vonnegut prende per il culo la struttura delle trame dei romanzi e fatevi due risate.
Lo trovate nel suo ultimo libro uscito per minimum fax "Un uomo senza patria".
Che poi è pure un libro meraviglioso.

ciao ciao

Anonimo ha detto...

Mi sembra che rimaniate sempre sul vago, su tutti gli argomenti, staccare il fumetto dalle altre arti è sbagliato. Tutte le arti si mischiano alle altre, sono dello stesso mondo è normale.

La visione di Ausonia del fumetto è un pò "fascista" per quanto mi riguarda.

Sarebbe interessante per me che sono una lettrice sapere anche quello che possono provocare le vostre storie signori Igort, Ausonia, gipi ecc... Quello che lasciano, visto che parlate sempre di Zograf lui lascia molto e chi se ne frega della tecnica della struttura quello che conta è il risultato finale, la sua forza.
Daniela

Gipi ha detto...

Daniela, non parlare al plurale.
Non funziona.
Attaccaci uno per uno.
Per quanto mi riguarda non ho mai detto/scritto una parola su Zograf in vita mia e non sono un signore.
Piuttosto una signora.

Tu scrivi:
"Sarebbe interessante per me che sono una lettrice sapere anche quello che possono provocare le vostre storie signori Igort, Ausonia, gipi ecc..."

Questa cosa è un po' assurda.
Se non lo sai tu...
Leggile, le storie e vedi che effetto ti fanno. Se ti fanno cagare prendi il libro e lo tiri nel muro. E' semplice.

ausonia ha detto...

non è scandalizzarsi.
anzi. ne sono affascinato, semmai. affascinato ma non entusiasta. perché non credo molto nei modelli e nelle strutture prefabbricate. predefinite. preformulate. pre.
gli autori che stimo di più sono quelli che hanno inventato strutture personali... innovative. ho letto vari libri di scrittura creativa e cose del genere. ma giusto per curiosità. mai applicata una regola standard in vita mia. voglio dire, seguendo queste logiche di scrittura non esisterebbero fellini, bilal, lynch, houllebeck, cronemberg, lars von trier, gus van sant, bergman... solo per citare alcuni degli autori più noti... e neanche zograf.

facsista.
guarda daniela... mi pare una cosa un po' buffa più che inquietante.
semmai "radicale". radicale mi sta benissimo.

Luca ha detto...

Generatore automatico di favole secondo le teorie di Propp. Provare per credere al link: http://www.brown.edu/Courses/FR0133/Fairytale_Generator/gen.html


Chi invece si vuole dilettare di storytelling multimediale, ecco che cosa si fa in ricerca adesso:
http://wwwisg.cs.uni-magdeburg.de/~hartmann/Interactive-Drama/editors.pdf
Ci ho lavorato anch´io per un brevissimo periodo.
Ciao,
Luca

Luca ha detto...

Scusate il link corretto del generatore automatico proppiano di favole e´:

http://www.brown.edu/Courses/FR0133/Fairytale_Generator/gen.html

Ciao.
Luca

Luca ha detto...

Sono ancora io speriamo che questa sia la volta buona:

http://www.brown.edu/
Courses/FR0133/
Fairytale_Generator/
gen.html

Gianluca Costantini ha detto...

scrivo solo per entrare in contatto con Luca, grazie.

ciao luca,
come posso avere un tuo contatto?
Mi interessa molto quello che fai e sai.
puoi scrivermi qui inguine@email.it
gc

andrea barbieri ha detto...

L'idea della letteratura combinatoria è in sé una forma innovativa e radicale che ha dato come frutti per esempio i "Cent Mille Milliards" de Poèmes di Raymond Queneau.
Magari è discutibile per altri motivi, ma non dal punto di vista dell'innovazione...

igort ha detto...

Perché scandalizarsi?
C'è stata, oltre vent'anni fa, perfino la musica generata dai computer secondo criteri di mera casualità.
Va bene anche questo.
A volte pare che esista un solo modo di fare. Come quei puristi che dicevano "a me la musica piace solo quado è suonata da mano umana. Niente campionatori."
Il campionatore è uno strumento, è l'uomo che comunque ne definisce i parametri artistici.
L'aleatorietà, il caso, è un concetto che i Dada hanno recuperato nel loro fare arte.
E' una buona idea.
Poi, per dire, io uso una tecnica diversa.