1 dicembre 2005

pensare periferico




Periferico. Pensare periferico.

Voglio scoprire le influenze sul disegno dei fumetti dell'arte etrusca o greca o bizantina.
Se qualcuno mi porta un fumetto italiano ambientato in una megalopoli lo mangio vivo.

Aspetto che il racconto mi porti in luoghi che parlano della mia terra, della mia memoria.

Una volta ho chiacchierato con Nikita Michalkov, era quasi quindici anni fa. Mi colpì il suo discorso. Michalkov diceva che la cultura americana stava cancellando il patrimonio delle fiabe locali. Che ogni cosa stava scomparendo per omologarsi.

All'epoca non esisteva un discorso politico sulla "globalizzazione" ma era di questo, in sintesi, che si parlava.
Michalkov è uno dei più grandi registi che il cinema russo abbia mai avuto e nel suo sguardo malinconico sentivo una vera nostalgia. Ma il sentimento di struggimento non gli impediva certo di darsi da fare. La sua era una nostalgia combattiva.

Anni dopo, a Parigi andai due giorni di seguito al cinema. Era uscito "Natural born Killers" di Stone.

L'ho sempre considerato un pasticcione furbetto con un qualche talento. Il film era pesante ma pieno di trovate postmoderne. Dissi a me stesso: "cavolo, ha una sua forza. Un ritratto crudele della società contemporanea".

Poi, il giorno dopo andai a vedere "Sole ingannatore" di Michalkov.
Uscii in lacrime per la bellezza (ho il cuore tenero, si sa).

Quel film mi aveva mostrato di che pasta è fatta la cultura russa. Che cosa significa ritrarre una situazione e come sono fatti dei "personaggi memorabili".

Voglio dire. Perché in italia è così difficile avere un pensiero autonomo? Siamo così perdutamente omologati, non è possibile resistere a questa ondata di telefonini e tv al plasma?
Ha ragione Fofi quando dice che pensiamo molto all'idea di comunicazione e poi non abbiamo più nulla da dire.

Appunti: riscoprire il lavoro sulle fiabe italiane di Calvino.

31 commenti:

Nanni ha detto...

>Appunti: riscoprire il lavoro sulle fiabe italiane di Calvino.

Anche questo post un po' mi provoca, perchè il testo di Calvino me lo sono letto, mentre prendevo in mano la "storia di un che andò in cerca della paura" dei Grimm per farne un fumetto.
E ho scoperto che la stessa fiaba, oltre ad essere diffusa in tutta Europa, ha un una corrispettivo italiano che si intitola "Giovannin senza paura". Ed è proprio la fiaba che apre il libro di Calvino.

Sono andato a cercarmi un paragrafetto che ricordavo molto bene, e che in qualche modo racchiude un'ulteriore provocazione rispetto al discorso delle "fiabe locali" di Nikita Michalkov che tu riporti. E' tratto, appunto, dall'introduzione alle Fiabe Italiane.

"Se di ciascuna fiaba io seguo una versione raccolta in una data località o regione, ciò non vuole assolutamente significare che quella fiaba è di quel luogo. Le fiabe, si sa sono uguali dappertutto. Dire "di dove" una fiaba sia non ha molto senso: anche gli studiosi della scuola "finnica" o storico-geografica, che orientano le loro ricerche appunto verso la determinazione della zona d'origine di ciascun tipo di fiaba, raggiungono risultati molto incerti, spesso oscillanti fra Asia e Europa. Ma la circolazione internazionale nella comunanza non esclude la diversità, che si esprime attraverso la scelta o il rifiuto di certi motivi, la predilezione per certe specie, la creazione di certi personaggi, l'atmosfera che avvolge il racconto, le caratteristiche dello stile che riflettono una determinata cultura formale."

ciao :)
(un saluto anche all' obliponkyo...che ho letto nel post precedente)

igort ha detto...

una fiaba moderna. Un uomo molto cattivo uccide molte donne e le traforma in tapezzeria (gli taglia la testa e ne fa dei trofei o usa la pelle per farsi un corpetto a scelta) poi arriva un poliziotto che si sta lasciando con la moglie, è tormentato e mangia pizza fredda mentre beve coca cola e guarda le news (così in inglese) alla TV. Quest'uomo sente cos'è il male e immedesimandosi bracca il cattivo tapezziere o imbalsamatore che gli lascia delle tracce tipo rebus da risolvere. Adesso ha rapito una bambina e il tempo stringe. Il poliziotto finirà per prenderlo grazie all'aiuto di un altro cattivo seriale. O dei suoi sogni, o della psicoanalisi.

igort ha detto...

LA fiaba come quella che ho riportato è la falsariga di quelle "tutte uguali" che io ricevo da molti autori italiani. Il signore scuro con cappello che ho messo in testa al post di oggi è Menelik II, imperatore di Etiopia, morto nel 1913, stipulò con l'Italia il trattato di Uccialli, sconfiggendo clamorosamente poi, nel 1895, un tentativo italiano d'invasione e consolidando l'indipendenza etiopica, riconosciuta internazionalmente nel 1906.
Nel 1886 fondò Addis Abeba.

igort ha detto...

Quello che cerco di immaginare è una tela di racconto che si estende per movimenti artistici periferici. Diversi per definizione. Che contrastano le invasioni per definizione. Una tela che in italia, colabrodo culturale e provinciale, NON PUO' ESISTERE. Non può esistere perché noi siamo curiosi e aperti. Il che sarebbe un pregio ma siamo anche pigri e tecnorincoglioniti il che ci porta a esplorare a senso unico, verso culture dominanti appunto. Basta vedere quanti film americani circolano nelle nostre sale e nelle nostre televisioni. E vedere le statistiche che ho riportato nel post "ricordando". Quanti volumi stranieri vengono tradotti in America? Lo 0,4% della produzione in un anno. Il punto è che in italia si producono materiali che vogliono sembrare americani a tutti i costi. E che fuori dell'italia si è molto protezionisti nei confronti della propria cultura.
Io abito in Francia il che mi da un osservatorio, forse, privilegiato per vedere lo stivale. Appariamo una cultura senza un centro certo, intenta quasi esclusivamente, a consumare.

Sparidinchiostro ha detto...

Nella fiaba mancano i coccodrilli albini nelle fogne che si diramano come tentacoli sotto la città e l'inseguimento sui tetti dei grattacieli.

A proposito della circolazione delle fiabe menzionata da Calvino e ricordata da Giacomo, c'è un libro molto bello (non ricordo se citato addirittura da Calvino nell'introduzione alle fiabe o nel saggio "sulla fiaba")che merita un'occhiata (magari pesante, ché sono 800 paginette): Stith Thompson, la fiaba nella tradizione popolare (credo il saggiatore).

igort ha detto...

Le fiabe, il sale di ogni cultura del narrare, si leggono ancora? O sono state sotituite dalle "melevisioni" e affini? Me lo domando seriamente, dato che non ho figli. Io al mio gatto gliela leggo l'odissea di Omero.

Ho scoperto sul tavolo di Leila un libro di immagini e testi. Album Pasolini. Mondadori, 12 euri.

Nel leggerlo molte di queste discussioni sono riportate. Trent'anni fa ci si poneva delle questioni sull'essere antidemocratico della TV e sulla scomparsa di certe realtà di provincia che avevano resistito sino alla prima metà del secolo.
L'alfabetizzazione è arrivata grazie all'elettrodomestico. Ma si sono perse molte altre cose importanti.


Sopratutto quello che non sopporto dell'oggi è il senso di "passiamo ad altro". Non c'è quasi più lo spazio esistenziale per pensare. Siamo tutti troppo presi a vivere freneticamente il niente sotto vuoto dell'ultima trovata ultra-pubblicizzata.
Mangiamo tutti la pizza di cartapesta per vedere albano e lecciso che dormono nell'hotel mano nella mano. Torneranno insieme? Lo speriamo! E' uscito il nuovo cd di al. Corriamo a comprarlo.

VIIIIINCERAAAAAAAAAAAAAAAA!

RobertoLaForgia ha detto...

i bambini sono esclusi (come i vecchi e i disabili).
non ho figli (ci mancherebbe, ho ventidue anni) ma per quel che so ai bambini non vengono lette fiabe o libri in generale.
ma non penso che debbano esserci per forza. si può fare una buona "melevisione" che non tratti i bambini come dei deficenti. che non sia presentata da uno scemo che parla come una "persona che non esiste".
è questo il punto. non trattarli come cretini se no si abituano e restano cretini per sempre. io non sono per niente ottimista a riguardo. si sta tirando su un'altra generazione di cagasotto.

non c'entra molto con la discussione che si ta tenendo ma è un'argomento che m'interessa abbastanza.

ciao igort
ciao a tutti

igort ha detto...

C'è chi sostiene che da bambini facciamo il pieno di cose che sfrutteremo da adulti. Io penso che il senso del colore che ho sviluppato da grande sia il frutto, neppure tanto mediato delle illustrazioni che vedevo nei libri di fiabe da bambino. O dei libri di pittura che un amico di mio padre mi prestava.

Spero solo che ti sbagli. Che non sia vero che stiamo perdendo il contatto con l'oggetto libro. A giudicare dalle vendite degli allegati dei quotidiani non sarebbe vero questo dato. Ma il punto è che io sospetto che i libri secondo la odierna concezione facciano "arredamento".

Oddio. Vado a bere la cicuta.

RobertoLaForgia ha detto...

verissimo. mio padre se li compra tutti e non ne legge neanche uno.
i libri allegati si comprano per essere tesaurizzati.
agli italiani manca una libreria dignitosa: ci pensa il quotidiano.

ma da qui a dire che si sta perdendo il rapporto con l'oggetto libro... non lo so, non faccio statistiche. parlo per impressioni.
per quel che so io, per i bambini con cui ho a che fare, so per certo che leggono di rado.
molti non sanno neanche cos'è un fumetto.

ahi, spero di non averti distrutto l'umore :)

igort ha detto...

ma quanti anni hanno? Di solito se di età inferiore a quella scolare sono i genitoiri che leggono loro.

Cosa fanno mangiano merendine e fanno scorregge tutto il santo giorno?

I miei amici con figli hanno un rapporto normale con l'istruzione dei loro piccoli. Non posso pensare che stia crescendo una generazione di baby godzilla.

Sparidinchiostro ha detto...

Un po' di anedottica personale su bimbi e lettura.

E' chiaro che non posso parlare per tutti i bambini e che non ritengo me e Patrizia i genitori di platino iridio.
Ciò nonostante osservo che i nostri due mostri (chiara 6, davide 3) amano i libri (a casa ce ne sono tanti e forse è difficile ignorarli) e ogni volta che non stanno commettendo atti di vandalismo (la maggior parte del tempo) ne hanno in mano qualcuno e se lo raccontano (chiara ha appena iniziato a leggere).
Di tv ne guardano il giusto. La regola è: max 1 ora al giorno. Alla melevisione hanno visto cose molto belle. Ricordo il babbo natale di briggs, alcuni cortometraggi dell'est europeo bellissimi (non ho mai scoperto cosa fossero - bastardi! voglio i titoli di coda!) e la mosca di trondheim.
I dvd che guardano più spesso sono in questo periodo totoro e i vip di bozzetto (che preferiscono inspiegabilmente agli incredibili pixar).
La sera leggiamo insieme. Anche romanzi (però l'unica odissea che abbiamo guardato è quella di piumini con le illustrazioni di ghermandi).

I figli degli amici leggono e guardano la tv. E gli amichetti di scuola di Chiara leggono e guardano la tv. Quando abbiamo ospiti bambini in casa, questi si aggregano volentieri alla lettura della storia pre-nanna.

I riti di lettura collettiva scatenano strani eventi.
La maestra di Chiara, l'anno scorso, si è molto scandalizzata quando mia figlia ha portato in classe i lupi nei muri. Era inconcepibile che una bambina leggesse una storia di paura (la stessa cosa - e a proposito dello stesso libro - me l'ha detta Massimo Galletti, papà di due bambine).
Alcuni genitori si scandalizzano (e mi sgridano in privato) per storie bellissime ma eversive. E' successo con il cappuccetto rosso rinarrato da Dahl (la bambina alla fine estrae una pistola dalle mutande e fa fuori il lupo per prendersi la peliccia e liberarsi da quella brutta mantellina che la costringe a un nome idiota).
A scuola, domenica scorsa, c'era la festa del libro. Le favole lette erano di Rodari (ottimo, ma un po' di varietà non avrebbe guastato). I libri in mostra erano Geronimo Stilton, Harry Potter, Tony Wolfe e merchandising wraner bros. Completamente assente l'editoria per ragazzi dalla rivoluzione guidata da Ziliotto e Lazzarato alle piccole etichette odierne (zoo libri, orecchio acerbo, topipittori, ...).

Mi sembra che la situazione non sia felice, ma neanche drammatica. Sono fortemente convinto che i figli non possano che essere migliori dei propri genitori.
L'antidoto alla teledemenza giungerà spero dalla morte della televisione come la conosciamo. Wireless Broad Band non è un'opzione ma una sicurezza (l'incertezza sta nei tempi di attuazione). A quel punto: a cosa servirà la televisione centralizzata e broadcast?
Non sarà la morte dei reality show (che annullando la distanza con l'oggetto del desiderio - in questo caso, la vita vera - sono, credo, la più evoluta delle forme di pornografia del contemporaneo) e neanche degli interessi verso le torbide relazioni degli albanileccisi. Ma su questo non ci possiamo far nulla. Un villaggio globale richiede pettegolezzi globali.

Ecco, mi sfilo la tonaca e scendo dal piedistallo improvvisato nel parco. Mi sono accorto che se ne sono andati tutti.

scusa
P.

RobertoLaForgia ha detto...

bambini dai 5 ai 10 anni.
durante un piccolo laboratorio di fumetto (un laboratorio senza nessuna pretesa) ho chiesto classe per classe "chi di voi sa cos'é un fumetto?". silenzio (dovuto anche alla timidezza naturalmente).
ma avevano l'espressione di chi proprio non sa rispondere. naturalmente c'era sempre qualcuno (massimo 3 per classi di 15) che riusciva ad abbozzare una risposta. e l'abbozzava a suo modo.
spesso confondono un fumetto con un personaggio delle confezioni delle merendine o dei cartoni animati. il fumetto secondo molti é il pupazzo disegnato questo la dice lunga sul fatto che i fumetti non li hanno (quasi) mai visti.
poi spunta il genietto vispo che rimprovera tutti e dice "macché! un fumetto sono dei disegni colorati con delle nuvole e i personaggi parlano nelle nuvole e il mio papà mi compra topolino..." e non si fermano più. quando sanno di avere azzeccato giusto non si fermano più.

altrochè scorregge. molti si cagano addosso di fronte a ogni cosa e questo gli impedisce di vivere le relazioni in modo rilassato e aperto e partecipare bene a un gioco (senza frignare per delle troiate incredibili).
probabilmente hanno dei genitori che non riescono a sdrammatizzare le loro assurde tragedie (es. non riesco ad aprire la merendina e federica mi ha detto che non sono capace ad aprire e merendine!).

ma i bambini, alcuni di loro, sono curiosi assai e hanno le "palle" di intrufolarsi nelle cose "per grandi" e sono intelligenti, si muovono bene, sono cornuti e non si lasciano fregare.

solo che viviamo in una società che continua e Continua a trattare i bambini come "mocciosi" incapaci. gli apriamo le merendine, gli prepariamo una dieta tutta per loro, li vestiamo e gli tagliamo le unghie e magari qualcuno gli pulisce pure il culo.

come si fa con i vecchi.

igort ha detto...

Non so Roberto. Io sono stato educato in un terreno misto fatto di amore, intelligenza, botte e violenza verbale. Non è che me la ricordi come una favola la mia infanzia. Forse vuoi dire che tendiamlo a creare un'educazione felpata e fin troppo rassicurante?
In questo caso sono d'accordo con quanto dice Paolo : a volte non esiste una competenza specifica di genitori (è un lavoro fare il genitore, credo) e si tende a rassicurare in eccesso. Io e Leila notavamo, nell'ultimo soggiorno giapponese, di come le mamme lasciassero giocare liberamente i bambini nei parchi. Che si arrampicavano con il rischio di spiattellarsi per terra tipo omelete. E' chiaro che quel modello di educazione ha un'apertura che forse da noi è insperata.
Si ha paura che possiamo generare figli con paure irisolte. Io stesso quando ho fatto Brillo con la De Agostini ho ricevuto una lettera di un genitore che mi rimproverava perché la sua bambina aveva avuto paura delle atmosfere che avevo disegnato nel cartone animato.
Non ci potevo credere. (si chiamava Brillo e i segreti del bosco antico, il bosco era invaso da lucciole giganti, non c'era neppure un orco, che so).

Quando da bambino fui ricoverato in ospedale un compagno di camera mi leggeva le fiabe dei fratelli Grimm, che mi terrorizzavano letteralmente.
Ebbene, quel ricordo è uno dei più belli della mia infanzia. Era una paura letteraria che ha molto contribuito a formare un'idea di ritmi, luci, ombre, bello, brutto, bene, male e via dicendo.

Panda ha detto...

"Le radici storiche dei racconti di fate" di Vladimir Jakovlevic Propp un libro che analizza le fiabe russe e le loro accomunanze. Scopriamo perché tutti i principi si chiamano Nicolai, perché i regni erano sempre 39(?non ricordo bene ora...) + 1 (o era 2... devo rillegerlo), La gamba d'osso della strega e il perché la casa dulle zampe di gallina da sempre le spalle all'eroe. Fiabe diverse ma con situazioni comuni e personaggi comuni. Persino cappuccetto rosso ne è colpita! l mito del lupo mannaro... non un uomo che si trasforma ma un lupo che ne entra dentro e ne divora le carni per indossarne la pelle... praticamente la nonna! Ma un momento, non era diversa la storia? Si, lo erano tutte perché le fiabe non erano tali, erano in realta storie, racconti da taverna tramandate di bocca in bocca, viandante per viandante e si diffondevano per l'europa mentre si beveva vino e si palpegiava il culo di una locandiera un po sfatta e avanti con gli anni. A volte il lupo mangiava cappuccetto rosso, a volte ne abusava, per non parlare del primo sangue della bella addormentata. Poi vennero loro, i cantastorie moderni, marchesi e ubriaconi che presero questa antica cultura e la depurarono eliminando gli aspetti truculenti più evidenti... mascherati ma non del tutto scomparsi e ne fecero le moderne fiabe, questa volte scritte! E aprirono una rotta per un nuovo mondo! In realtà la via per il vecchio mondo esiste ancora, ma va cercata, oramai é nascosta dai rovi e solo pochi sanno dov'è l'accesso.
I grandi narratori delle taverne non esistono quasi più, io persino ho permesso che mia nonna dimenticasse le sue fiabe ed ho atteso troppo tempo per richiedergliele. Peccato, non saprò più che fine ha fatto lo zufollo d'osso!
Ciao Igort e benvenuto tra gli internauti!

:)

Panda Robbè

Sparidinchiostro ha detto...

Roberto,
i bambini se non gli pulisci il culo a volte puzzano di merda e gli vengono le piaghe. Se non gli dai da mangiare (non sono un fervido sostenitore delle merendine, ma neanche un loro temibile detrattore - si mangia quel che c'è), muioiono di inedia. E se non gli tagli le unghie si graffiano.

Credo che l'immagine dei bambini con le palle sia un po' retorica. La tutela dell'infanzia è una conquista relativamente recente. Un bambino non è un piccolo adulto. E' un individuo (un crogiuolo di diversità: furbizia, cattiveria, affetti, gioie, parole, segni, ...) che merita protezione.

Sono cresciuto nella provincia più perifierica e selvaggia (una roba da far sembrare i genitori nipponici dei maghi di apprensione).
La mia unica linea guida oggi è "non farà niente che non avrei fatto io alla loro età". E tutte le volte mi corre un brivido dietro la schiena.
Siccome sono consapevole di essere vivo per un'inspiegabile sequenza di botte di culo, oggi sono un genitore piuttosto apprensivo ("Pistola! Non ti sporgere così!").
Sbaglio? Probabilmente sì. I bambini non sembrano risentirne pr il momento (continuano a sporgersi e sono abbastanza solidi). Se sarà il caso, tra qualche anno, andrò a costituirmi di fronte al loro psicoanalista.

Ciao
P.

igort ha detto...

Mi sembra che ne stia venendo fuori abbastanza per chiamare qualche editor delle case editrici per bambini a porsi qualche domanda.
D'altra parte per essere equo, non posso nascondere il mio sconcerto davanti ad alcune affermazioni del mio amico Sfar. Lui dice che fare libri per adulti o bambini non fa differenza. E io, sinceramente, non credo che questo sia sostenibile.

Molti hanno letto Propp o Bettelheim, ma meno di quanti si creda.

D'altra parte gli editor per bambini non osano, non conoscono. A me, diciamo così, in un esperienza di cinque lustri, in italia o all'estero, non è mai capitato di imbattermi in un editor che mostrasse di sapere veramente quel che stava per pubblicare.

igort ha detto...
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igort ha detto...

Grazie a Panda-Robbé, quello che scrivi sarebbe già una buona sceneggiatura, l'ho immaginata disegnata con lo stile del buon vecchio Corben. Lui si che ha ripensato le dimensioni dell'horror. D'altra parte il lavoro di riscrittura della fiaba che ha cominciato Giacomo Nanni è una bella direzione di racconto.

Nanni ha detto...

Grazie Igor. Visto che siamo anche alle esperienze personali, da mio padre credo di avere ricevuto un unico schiaffo da bambino, o per lo meno è l'unico che ricordo perchè è stata un'esperienza piuttosto "intensa". Non ricordo neppure precisamente perchè me l'abbia dato. Non credo però che sia tanto l'atto fisico, il gesto materiale a fare tanto la differenza, quanto la fantasia che un bambino può sviluppare anche attorno ad avvenimenti dei quali può accadergli di essere stato semplicemente testimone.

Penso che il fatto di leggere o meno difficilmente impedirà a chicchesìa di sviluppare un proprio universo immaginativo.
Di "racconto" sono fatti anche i più semplici rapporti umani. Si è buoni amici quando si hanno racconti, leggende, miti in comune, e viceversa.

Nanni ha detto...

Una citazione, non dico di chi, tanto non fa nulla:

"La qualità del racconto non è quella di chi può raccontare oppure no: è una qualità inestirpabile dall'esistenza umana, che non può essere tale se non sa raccontarsi."

igort ha detto...

caro Giacomo si impara a raccontare leggendo. E' una vecchia massima. Ma sempre valida, io la giudico immortale. Nel tuo stesso lavoro c'è molta visione, molta memoria di immagine. Non credo nel buon selvaggio che conia una grammatica originale ogni volta. Siamo parte di una rete di segnali che ci uniscono, magari, forse, a nostra stessa insaputa.

RobertoLaForgia ha detto...

se non si pulisce il culo del bambino si rischia di crepare dal fetore. certo.
ho usato l'espressione "con le palle" ma non riduciamo tutto a questo.
quand'ero piccolo (praticamente una cazzata di anni fa) mi beccavo un casino di mazzate da mia madre perchè ero una peste. il mio maestro (vivevo nella periferia di una provincia di bari) mi picchiava e mi diceva che non avrei combinato niente nella vita. in quella scuola, con quel maestro, ho visto le scene più violente della mia vita.
per strada io e miei amici ci azzufavamo pesantemente e in gruppo.
una volta mia madre mi portò sanguinante in ospedale e il medico mi disse scherzando che avrebbe potuto farmi l'abbonamento.
tutto questo accadeva non perchè i miei genitori si scolavano rum e coca mentre io le prendevo o le davo ma perchè era permissiva ed io ero un cornuto e mi cacciavo sempre nei casini.

sparidinchiostro, non sto cercando di darti del torto (specifico che nei blog ci si fraintende facilmente:)
voglio dire che non penso che tutto quello che ho visto e vissuto sia stato una schifezza. anzi.

è questa dimensione che vedo del tutto assente oggi in veneto, per esempio.
non faccio confronti generazionali tra me bambino e i bambini di oggi (sarebbe ridicolo).
mi limito a un confronto geografico.

scrivo assai,
vado a disegnare
ciao

igort ha detto...

torniamo al punto. Anni fa esisteva una rivista chiamata "corriere dei piccoli". Dove fu pubblicato anche Pratt e altri autori adulti. La domanda che mi pongo è la seguente: sarebbe oggi possibile aggiornare quell'esperienza portando racconto puro a un pubblico che sappia leggi con uno sguardo aperto e incantato (intendo di scoperta)?

Panda ha detto...

Oggi il racconto si è aperto a nuovi media. Hanno incominciato le pitture rupestri e le pergamene secoli fà. Oggi usiamo CD interattivi e lettori multimediali... il tutto ha un unico scopo, portare il racconto al fruitore... adulto, bambino, gatto che sià. Forse per reinventare bisognerebbe tornare alle radici, un cantastorie che narra ed una platea che ascolta avida. Anche il luogo con la sua atmosfera dovrebbe fare la sua parte. Lì, son sicuro, potremmo avere colli allungati, occhi sgranati e orecchie tese.
Forse è il narratore la nuova frontiera. Alloea il nuovo problema che mi poni davanti è come dare al narratore disegnato il potere del verbo parlato e non descritto..

Panda Robbè

igort ha detto...

No, quando ho lavorato con Kodansha l'idea era una idea molto pratica. Si credeva che fosse possibile creare una sorta di esperanto grafico. Paola Bristot mi dice che i suoi figli guardano tutto. Io mi pongo la domanda, se siamo oggi capaci di creare un oggetto come il corrierino. Se siamo capaci di essere universali. Validi e leggibili per adulti e bambini. Ma non come dice Sfar che non ha regole. Conoscendo un linguaggio universale, un passpartout. E riuscendo a interessare un pubblico vasto. Il segreto del successo dei manga è che comunicano con un target molto esteso. Io stesso ho ricevuto duecento lettere tra le quali c'erano bambini di 4 anni che dettavano le lettere ai genitori, e signori ottuagenari che riconoscevano la mia passione per Hokusay o la cultura dell'est.
Quindi non parlo di massimi sistemi io vi domando se secondo voi oggi c'è questa possibilità.
Happy Potter dovrebbe farci riflettere. Le applicazioni su altri media sono oggetti derivati.

Sparidinchiostro ha detto...

Igor carissimo,
avevo scritto un commento lunghissimo sullo stato dell'editoria per bambini e ragazzi in Italia.
L'ho cancellato perché la domanda che poni ("sarebbe oggi possibile aggiornare quell'esperienza[...]?") mi fa venire in mente una vignetta di altan.
"Poteva andare peggio"
"No"

No, Igor, non sarebbe possibile rifare quell'esperienza. Il corriere dei piccoli era lo strumento che il quotidiano più importante d'Italia usava per formare i propri lettori adulti.
Oggi, un'operazione di quel tipo richiederebbe - per prima cosa - un progetto editoriale e una grande disponibilità all'investimento.
Penso a baribal e vengo colto da saudade. Immagino interminabili riunioni tra autori e pensatori e, tra questi, nessuno che facesse il produttore esecutivo (inteso come ruolo nel cinema). Ne risulta un prodotto che non ha in mente i lettori, gli edicolanti e gli acquirenti.
Sfogliandolo (ho le dita tozze), l'ho strappato in più punti. Mia figlia ha completato l'opera di distruzione. Gli edicolanti a cui l'ho chiesto mi hanno risposto che l'hanno guardato (un tabloid) e non sapendo dove esporlo e lo hanno mandato in resa.

Una rivista di storie per ragazzi da allegare un mercoledì sì e uno no al Corsera. Quella sì che sarebbe spiazzante. Una rivista, non un libro da collezione (e da riporre intonso sulla mensola).
Ma che investimento "a fondo perduto" richiederebbe? Per cosa poi? Per ricostruire un popolo di lettori di storie?

Toccherà di continuare a far leggere ai bambini storie estratte da libroni impossibili da maneggiare, in lingue che non conoscono e indirizzati ad altre fasce d'età. A Chiara, Baobab1 è piaciuto abbastanza.

Ciao
P.

igort ha detto...

Che a Chiara Baobab 1 sia piaciuto abbastanza è una cosa che mi incoraggia (oltre che commuove). Baobab è un racconto che nasce in Giappone, in seguito a 13 indefessi anni di collaborazione con i miei editor scassacazzo, cui devo moltissimo. Questa la mia speranza: riuscire a comunicare con lettori di età diverse, ad arrivare a lettori che non siano solo otaku del fumetto.
Questo blog è per me anche una bussola.
Sui commenti che riguardano la potenza editoriale dei quotidiani e il cosa dover fare ne riparliamo in futuro.

Panda ha detto...

mmm...se ho capito bene allora te proponi non una ricerca per un nuovo modo di raccontare ma invece un linguaggio comune che possa ttingere ai serbatoi culturali dei popoli e delle età per far sì che tutti possano identificarci dei luoghi comuni e fare proprio il racconto, affezionarcisi ed imedesimarcisi. Combattere un drago ma farlo nel proprio cortile e alla propria età. La Rowling è riuscita a mettere dentro molto della sua cultura d'infanzia basata sulla lettura dei grandi classici inglesi e greci. Così attinge a quei libri che quasi tutti noi abbiamo letto e ne ripropone la formula modernizzandola. Magari tra 50 anni i suoi 7 libri saranno un classico al pari dei racconti di Lewis, Carroll, Tolkien, etc. etc. Ora la cosa che hanno in comune questi grandi narratori del passato è che tutti indistintamente, asserivano che scrivevano cose che loro stessi per primi avrebbero desiderato leggere. Forse il segreto è questo? Accontentare prima la nostra di anima?
Se voglio far ridere un bambino e far piangere un ragazzo e far sognare un adulto, allora devo per primo ridere io, piangere io e sognare io!
Buffo, è vero le applicazioni su altri media sono dei derivati... come lo furono a suo tempo pittura e scrittura e dopo ancora fumetto, cinema... e cosi via...
Alla fine la storia è che ogni storia nasce a sua volta da una storia.

Un abbraccio

Panda Robbè

Panda ha detto...

Un Otaku del fumetto... ahimé credo di essere uno di questi! :( Perdonatemi!

Leggo senza regole, alla Sfar ;)

Panda R.

igort ha detto...

Ah certo, questo alla base di tutto: io diverto se per primo mi diverto.
Paz mi leggeva le sue storie e si divertiva come un matto. Anche Spiegelman ha questa dote. Sono autori molto molto sinceri.
Ma non so se questo basti. Ci vuole una vera volontà di essere universali, che porti il racconto fuori dalle secche del facile sperimentalismo e del cliché mortalmente noioso.

Nanni ha detto...

Rispondo un po' in ritardo alla quesione "si impara a raccontare leggendo", scusa ma sono fuori casa. Appunto, per esempio, in questo momento sto ascoltando un nastro di Elvis Costello e la canzone che sta suonando ricordo di averla già sentita fare da qualcun altro. Son sicuro che è una cover, ma non trovo la copertina della cassetta. Intendo dire che do per scontato che la cultura in generale sia fatta di scambi e contaminazioni. Nel caso del racconto in particolare. Quel discorso che ho citato non è in contraddizione col fatto che si impari a raccontare leggendo. Penso solo che ritenere che l'esistenza umana non sia tale se non sa raccontarsi, sia una base piuttosto ottimistica per poi passare entrare nel merito della questione in termini più precisi. E quindi parlare di letteratura o fumetto o arte...
Al buon selvaggio non credo nemmeno io.

Anzi sono anche un po' fissato perfino col trovare rimandi e citazioni, penso che tu lo sappia. Ricordo una volta che avevo letto Dick Tracy e poi una storia di Alack Sinner e mi ero fissato che doveva essere una specie di omaggio di Sampayo a Chester Gould...credo di avertene pure scritto, e mi hai mostrato la piccola cantonata che mi ero preso.
Evidentemente se uno racconta di un poliziotto e l'altro di un detective, le due storie qualche cosa in comune ce l'hanno per forza...ecco, magari Gould e Sampayo hanno imparato a raccontare leggendo cose simili...per lo meno le pagine della cronaca nera dei quotidiani.
Si somigliano molto, un po' dappertutto.
Altra nota: ultimamente ho letto Delitto e Castigo. Ehi! L'investigatore del libro di Dostoevskji usa lo stesso procedimento psicologico del tenente Colombo! Qualcuno ci ha mai fatto caso? :)

A parte gli scherzi, buona serata a tutti.