20 dicembre 2005

a cena da Art





ieri sera sono andato a cena da Art, che è appena arrivato da New York. Parliamo e ci si mostra le cose che stiamo facendo. un piccolo rituale domestico tra autori che si vogliono bene. Tra un bicchiere e l'altro di bordeaux non ho potuto esimermi dalla domanda che sto ponendo a tutti noi in questi giorni: cosa vorresti leggere?
Eco la sua risposta:
"Una storia che sia una grande storia, e che tenga conto della complessità del linguaggio con cui è raccontata".
Mi cita Chris Ware che dice: "io penso a disegnare sapendo che è un disegno che serve alla lettura". Marjane Satrapi, per esempio, fa un ottimo lavoro di "materia prima" che è la struttura e la sostanza delle cose che vuole raccontare, ma poi il modo con cui si raccontano le cose è forse poco approfondito. L'uso del linguaggio non è sviluppato.
Stiamo parlando di "forma e contenuto", come negli anni sessanta. Ma il punto è che quando un lavoro è profondo e potente non riesci a distinguere la forma dal contenuto. Si crea una scrittura unica. Art quando faceva Maus si preponeva di avere invenzioni in ogni pagina (stesso assioma, dall'altra parte dell'oceano per quelli di Valvoline). Oggi Ware o Clowes, che sono comunque eccellenti disegnatori, stanno elaborando una grammatica fatta di segni e parole, colori e sequenze, che è scrittura nuova: quella che gli americani chiamano "cartooning".

14 commenti:

andrea barbieri ha detto...

Per uno un po' ignorante: il "cartooning" sarebbe una specie di disegno che funziona per simboli, iconico (non so, tipo Ponchione) mentre l'altro disegno è più come l'arte figurativa (tipo Breccia), e il tuo disegno è qualcosa che sta in mezzo?
Se è una domanda ingenua non infierire, è solo che sono molto curioso.

ps A proposito l'anteprima morviana secondo me è una "visione" e mi pare che sia una delle caratteristiche del linguaggio fumettante.

igort ha detto...

cartooning secondo la dicitura di mazzucchelli, per dire, è anche il fatto che Kurtzman disegnava le braccia curve oppure le gambe, come se non avessero gomiti o ginocchia, è un modo di usare il linguaggio, il bel disegno che diventa "industria dell'arte riprodotta"; una NUOVA ARTE AMERICANA. Una grammatica fatta di segni, e lettere che scandisce con ritmo (quello delle vignette).
Non sono sicuro di avere ben compreso la cosa che dici a proposito dell'anteprima morviana. Puoi spiegarti?

andrea barbieri ha detto...

Forse la tavola è tagliata, però non penso di sbagliarmi dicendo che è un disegno visionario: un uomo tranquillo e smisurato, i tentacoli di una piovra, i gatti, Morvo imprigionato come nel Laocoonte. Mi pare che nel racconto a fumetti, senza abusarne, siano molto belli questi squarci della realtà che aprono uno scenario diverso, soprattutto interiore.

nuvole in viaggio ha detto...

prometto di non dilungarmi...
brindo volentieri alla fine del fumetto estetizzante (anche se le fumetterie traboccano ancora di saghe fantasy dai disegni squillanti, e a milano lo champagne è caruccio). E brindo anche alla vitalità attuale del nostro linguaggio preferito: erano anni che non compravo tanti volumi (e non sai quanti targati Coconino)
Ma non possiamo semplicemente dire che ogni narrazione, atmosfera, storia ha bisogno del suo disegno,
essenziale e anti spettacolare per Summer Blonde, denso e avvolgente per Battuta di caccia, descrittivo ed elegante per Jonas Fink, veloce e intenso per Questa e la stanza, ecc? Senza steccati.
Così come bastano pochi essenziali accordi per il delta del Blues, e servono invece cascate di note e spaventosa competenza tecnica per i brani di Ligeti, Nono ecc. Ascolto volentiere entrambi e non lo trovo così assurdo.

Grazie per la pazienza,
è bello potersi confrontare con un grande autore
nuvole in viaggio (gastone)
ps
più anteprime dei tuoi lavori please

igort ha detto...

La tavola è tagliata ma è il ritratto di Celestino Villarosa, esponente del cosidetto "rinascimento creolo" del fumetto. Siamo nel 1910 periodo di pieno fermento visionario per il nostro amato linguaggio. Quindi è il suo ritratto (un particolare della copertina di Baobab 2) ma un ritratto anche interiore. Celestino è assalito dalle visioni e sogna un fumetto metafisico e mirabolante come quello di Winsor McCay o Feininger.
Io, rispetto alla domanda su dove situi il mio lavoro, penso questo: sono cresciuto con i fumetti americani, poi ho scoperto la tradizione Europea e ho scoperto che la mia sensibilità risiede certamente là, poi, una quindicina di anni fa sono stato adottato dai giapponesi e ho scoperto l'Asia da vicino (prima la avevo amata attraverso i libri e i film). Ho anche scoperto che il linguaggio può avere altri tempi di narrazione.
Per farla breve definisco il mio lavoro come un lavoro meticcio e di frontiera. Io credo nel grande racconto, nel romanzo fluviale. Baobab sulla carta potrebbe svilupparsi per 400 pagine.
Per Gastone: le anteprime stanno arrivando ma non mi piace pubblicare un intero fumetto su internet, sono ancora molto affezionato alla carta e al piacere di avere un albo tra le mani.
Grazie per la vostra affezione. Ci si sente meno soli.

Sparidinchiostro ha detto...

"Una storia che sia una grande storia, e che tenga conto della complessità del linguaggio con cui è raccontata".
E' bello. Davvero.
Però a me piacciono anche le storie semplici che usano il linguaggio in maniera forse anche inconsapevole.
Siccome citi Satrapi, mi viene in mente un aneddoto cui sono molto affezionato.

Mia suocera è una donna del sud, trapiantata a Milano (in un quartiere dormitorio delle frazioni delle province) e allontanata a forza dalla sua terra. Ha studiato poco (tempi in cui l'obbligo si risolveva in 5 anni). Una vita da bidella in una scuola elementare e adesso è un'ottima nonna.
Da qualche anno, sua figlia (mia moglie) le allunga dei romanzi. Questa signora si è scoperta lettrice stupefacente e naif ("paolo, perché gregorio s'è trasformato in scarafaggio?") e la sera guarda meno tv.

Un giorno, a casa mia perché i miei bambini avevano la febbre e io e Patrizia eravamo a lavorare, si è ritrovata da sola e ha afferrato un libello da una mensola.
Il libro era taglia e cuci (broderie) di Marjane Satrapi. La sera ne abbiamo parlato e l'abbiamo scoperta commossa. Innanzi tutto non sapeva di aver letto un fumetto (o se se n'è accorta non ne ha fatto menzione, e noi neppure). Poi era stupita che ci fosse qualcuno pronto a raccontare con tanta pregnanza e capacità le serate tra donne in casa a Geraci Siculo (paesino sperduto sui monti della provincia di Palermo).

Non le ho detto delle origini e dei motivi di Satrapi.

Però mi sono interrogato.
Broderie è dei libri di Satrapi quello che preferisco. Perché mi sembra che sia raccontato con una scioltezza e una naturalezza che si accorda pienamente al racconto.
Veramente voce e chitarra.
Un libro di pancia con pochissima consapevolezza.
Però anche un libro che ti fa perdere la fermata del treno e ti costringe a fare una lunga camminata.
Non sento le stesse cose per Persepolis o per pollo alla prugne. Sono storie per cui trovo il giudizio di Igor estremamente calzante.

igort ha detto...

Caro Paolo, in genere trovo che la Satrapi abbia un patrimonio di cose da raccontare molto interessante e un ottimo sense of humor che rende anche più piccante e godevole la lettura. Questa fa di una storia un grande storia (non l'epicità, anche Carver che è minimalista sa cogliere elementi che fanno le sue storie "grandi"). Il fatto di riuscire a comunicare cose prediligendo "il contenuto" farebbe felici i critici marxisti degli anni settanta ma non me (anche se io prendo a pedate i formalisti, personalmente). La grande lezione me l'ha data Fellini con "otto e mezzo". C'è, in quel guazzabuglio di racconto nel racconto, tanta umanità quanta se ne trova in "100 anni di solitudine". Il mondo è anche complessità. Ma questo non toglie che per portare fuori il fumetto dal ghetto sia molto importante riuscire a raccontare "cose". Le "cose " che la signora di Geraci Siculo ha riconosciuto.

boris battaglia ha detto...

igort, scusa, odio Fellini, ma otto e mezzo non è un guazzabuglio... è la versione cinematografica più consapevole e fedele della signora bovary di flaubert...

non sono nemmeno così convinto che broderie sia un libro di pancia (cosa vuol dire?)...
sciao
boris

igort ha detto...

Parlo di racconto nel racconto. Voglio dire che se si parla del linguaggio in genere si ha un'attenzione cosidetta "fredda". Fellini insegna che si può essere caldi e umani. I personaggi da lui ritratti sono memorabili.
Boris, non è che tu odi un pochino troppe cose?
Anche Moebius lo tratti con sufficienza. Un pochino di umiltà forse gioverebbe.

Sparidinchiostro ha detto...

Boris, probabilmente hai ragione: libro di pancia non significa nulla.
E' una di quelle locuzioni che ti restano appccicate come mignatta e le usi quando sei in difetto di sintassi.
Intendo dire che Taglia e Cuci è un libro decisamente meno progettato degli altri di Satrapi, con meno lavoro nella cucina del narratore. Lo è perché è uscito originariamente in una collana pensata per pubblicare libri di getto, quaderni, sketchbook, diari.
Su Comics Journal il recensore (che non ricordo, forse spurgeon, forse beaty) lamentava il fatto che un libro di tal tipo fosse uscito senza nessuna indicazione sull'edizione originale. L'acquirente, convinto di trovarsi per le mani un libro che ha seguito la normale trafila editoriale, avrebbe reputato spesi male i soldi per un libro disegnato male, in fretta, senza sfondi e con grandi talking heads (gli statunitensi qualche volta sono ossessionati dalle teste parlanti nel fumetto, sarebbe interessante capire perché).

Ciao
P.

Sparidinchiostro ha detto...

Forse non si capisce, ma il redattore del Journal si riferiva all'edizione statunitense di taglia e cuci (credo Pantheon)

igort ha detto...

Sì , i libri devono essere accompagnati, come si fa con i bambini all'asilo. Altrimenti vengono spesso travisati e non compresi. E' un discorso che mi trovo a fare spesso con gli autori americani e francesi, i quali dall'alto di un mercato interno fortissimo, fanno racconti che si basano su una fama consolidata in casa loro e se ne fregano abbastanza. Ho avuto, per dire, dei seri problemi quando dovevo scegliere un libro di Sfar da pubblicare. Il suo lavoro è un continuum e non so se esista un "capolavoro" di Sfar. Così presentare in Italia un autore del genere, che utilizza anche un disegno non sempre rifinito, non era mica cosa scontata.
Agli autori italiani è richiesto di parlare "più lingue allo stesso momento". Questo perché il mercato interno è relativamente povero. Immaginate se Broderie di Marjane Satrapi fosse stato presentato da un autore italiano a un editore italiano. Secondo me sarebbe ancora nel cassetto.

andrea barbieri ha detto...

Be' a me piacciono molte cose: dopo Boris riporto la situazione in equilibrio :-)
Circa Fromental e il taglio di vene, direi che non è necessario, che ci sono decine di narrazioni disegnate (restando a quello che ho letto io) che non hanno nulla dell'adolescenza, anzi hanno tutto dell'opera importante. Ovvio andare a parare, per un esempio recente, sul Grande Male. (IGORT, ehm, da qui in poi non dovresti leggere) Ma io direi anche che proprio Baobab mostra una narrazione robustissima che impasta l'esperienza personale, il mito, il tempo, il sogno (che muove le esistenze, non quello onirico), un disegno essenziale e gentile, la tradizione pittorica (quella qui poco conosciuta di Hokusai), la complessità del racconto, se arriverà alle quattrocento pagine. Non è facile trovare narrazioni che si muovono su tanti piani, quindi così mature.
(IGORT puoi ricominciare a leggere) Mi aspetto molto anche da un'autrice ancora piccina picciò, Amanda Vähämäki, che su Canicola n.2 pubblica un suo - diversissimo da quello igortiano - Baobab. Si sente una forza dell'immaginazione in quello che fa. Profezia: se continuerà a cercare, produrrà delle cose notevoli.
Oh, sia chiaro, quando qualcosa non mi piace lo dico, però dico anche quando mi piace. Insomma non datemi troppo del paraculo :-)

igort ha detto...

Caro Andrea, non ti devi scusare se scrivi cose gentili sul mio lavoro o sul lavoro di altri. io credo che l'affetto vada dimostrato, che sia una cosa importante. Quindi ti ringrazio.
A questo aggiungo che un autore è una persona che svolge un lavoro solitario, chiuso nel suo studio, a parlare, tramite disegni e parole, con un interlocutore immaginario. E' importantissimo sapere se le cose arrivano, che c'è un riscontro, che i personaggi rimangono nella memoria di chi ti legge, che piace questo o quello.
Il riscontro aiuta a comprendere meglio le dinamiche del lavoro stesso. Per questo, io, quando parlo con i miei amici autori se penso che stanno facendo un grande lavoro non lesino aggettivi e complimenti.
Una volta Bernardo Bertolucci ha scritto un corsivo su Repubblica parlando della mancanza di "cinefilia" in Italia. Avremo modo di ritornare su questo argomento.