26 marzo 2007

durante la prigionia




sono rimasto quasi tre mesi senza uscire. Dovevo sostenere un ritmo di lavoro che consentisse di mantenere le scadenze di pubblicazione. Durante questi tre mesi sono evaso tre volte, per un paio d'ore.
Non scherzo.

In un incontro, a pranzo, con Charles Burns si è parlato (per quanto i discorsi avessero quel tono ossessivo dettato dalla mia prigionia angosciosa) di lavoro.

Me lo sognavo alla notte, potete starne certi.

Ma le chiacchiere dicevano pressapoco questo:

igort: "Sai, mi sta servendo molto l'esperienza giapponese, che mi permette di disegnare continuamente, e di sopravvivere, forse, a questo libro"

Burns: "tu sei giapponese".

igort: " no, davvero, Charles. Una cosa che non capisco: perché non possiamo lavorare come faceva Chester Gould? Ogni giorno si alzava e faceva la sua striscia. Noi siamo cresciuti amando quei fumetti. Era come una fabrica, una fabbrica meravigliosa".

Burns: "e' proprio questo il problema. Apparteniamo a una generazione diversa, il lavoro è diverso. Io non posso pensare in quei termini. Fare diventare il disegnare un lavoro è qualcosa che non mi appartiene".

igort: "Non voglio essere cinico, io amo questo lavoro ma la domanda che mi viene spontanea è questa: Perché non possiamo disegnare come facevano loro?"

Burns: "perchè non voglio ripetermi, se possibile"

igort: "ripetersi? Non è una cosa che puoi controllare o meno. Sai cosa? Ho visto l'ultimo libro di Chris Ware e non l'ho preso. Non mi ha sorpreso; prima di vederlo sapevo già quello che ci avrei trovato".

Burns: "Capisco quel che intendi, ma non è la stessa cosa".

Naturalmente Burns avrà ragione ma io continuo a pensare che in un certo artigianato ci sia qualcosa di nobile e ammirevole. E mi piace molto l'idea di potere affrontare il lavoro senza troppa enfasi. Cercando di prenderla bassa, come un panettiere che deve sfornare il suo pane, giorno dopo giorno.

28 commenti:

andrea barbieri ha detto...

Igort bentornato! Hai avoriato anche il blog...
Per quanto riguarda l'artigianato, è una parola ambigua. Può voler dire che ci vuole infinito lavoro per raccontare davvero bene. Ma può essere inteso nella coppia di opposti artigiano vs autore.
Allora l'artigianato ha come presupposto che tutto è stato già fatto, che l'artista oggi può solo ripescare, mescolare, ma non essere ispirato, non sentire un barlume di verità da raccontare.
Ovviamente a me la seconda accezione non convince proprio.
Si deve sempre inventare qualcosa. Deleuze diceva: chiediamoci cosa l'opera porta di nuovo. E diceva anche che bisogna amare quello che si dice.
Invece mi piace la prima accezione, dove "artigianato" è sinonimo di "lavoro" e sta accanto ad "artista" come sinonimo di "cercatore". Del resto la poesia nell'etimologia greca viene da "fare". Forse per quello mi piacciono molto le fotografie di artisti al lavoro nel loro studio, ordinatissimo come il tuo o sottosopra come quello di Bacon :-)

igort ha detto...

Dici cose interessanti, caro Andrea. Ma mi piace pensarmi come un umile fornaio per evitare quella proposopea che la parola artista qualche volta porta con sé.
A ogni modo è chiaro che hai ragione, un lavoro che ripeta solo sé stesso è noioso per definizione.

Quello di cui cercavo di parlare con il mio amico Burns è che ci sono finestre che si possono aprire, in questa stagione di forze rinnovate verso la narrazione, che possono portare a concezioni di lungo respiro. In un incontro non antico con i miei amici coreani loro insistevano molto sulla "maniera asiatica" di concepire il racconto.
"Nella quantità c'è la qualità" dicevano. E se si pensa alla sterminata produzione manga e manwha si puo' facilmente evincere come questo sia vero.

In passato ho visto una mostra di Hokusay. Aveva pubblicato 180 libri, magnifici e ricchissimi.

Lo stesso Tanigichi ha fatto più di 60 romanzi grafici. Migliaia di pagine, centinaia di situazioni, di raccordi, di scene madri, di entrate, di uscite.

Questa pratica del racconto mi fa pensare alla saggezza orientale in cui ci si rinnova senza la pretesa di fare rioluzioni epocali.
A me di chekov piace il tono della voce, quel suo raccontare in sordina.

Diciamo che questo è anche un lavoro, e che, a dispetto di tutti i credo, si migliora con il tempo, sempre se si hanno le redini ben salde in mano.
Sempre se si riesce nella impresa non semplice di non montarsi la testa.

Molti amici francesi oggi sono qui, troppo successo forse per i loro fragili spiriti e adesso volano a decine di centimetri dal suolo. Mi pare pero' che diverse loro opere volino un poco più in basso, purtroppo.

In questo senso preferisco definirmi un semplice artigiano, che cerca di tenere viva l'emozione dello scoprire.

ausonia ha detto...

ho appena ultimato p-hpc. ed è piacevole leggerti in una condizione mentale simile alla mia.
forse sto dalla parte di burns, ma solo perché non so organizzarmi nel gestire una possibile tabella di marcia...
la mia tabella lavorativa (negli ultimi quattro mesi) è stata lavorare quattordici ore al giorno. uniche uscite: andare a un paio di fiere. alienazione totale.

ieri mi hanno rubato il portafoglio... sono arrivato al punto di essere contento di aver passato la mattinata dai carabinieri, all'ufficio anagrafe, in banca e alle poste... per rifare i vari documenti che ho perso. è stato un ritorno alla vita "normale".
grazie a quel ladruncolo minorenne che mi ha permesso di tornare a pensare a cose così...
ciao igort, ti faccio tanti auguri per il tuo libro!

RRobe ha detto...

Sottoscrivo quanto detto da Igort.
Ma per me è facile.
Io la penso così da sempre.

OWEN ha detto...

Si ma nella cultura dei manga e manwa ci sono centinaia, migliaia di cose da buttare. Non è mica vero che basta fare per migliorare. Anzi, la maggior parte dei manga è pura spazzatura.
Credo che nella visione occidentale, meno logorroica di quella asiatica, ci sia anche più equilibrio.

RRobe ha detto...

Mi sono permesso di far rimbalzare la tua riflessione anche sul mio blog, Igort.

igort ha detto...

Per Rrobe
Grazie. Mi sembra buono se incrociamo le nostre idee e riflessioni.

Per Owen
Si', capisco.
Anche nel feuilleton e nel cinema in genere per non parlare delle serie tv ci sono centinaia di cose da buttare. Eppure è vero che sia possibile una scrittura e una narrazione grafica che sposti il punto di vista. L'apertura della cultura di massa asiatica e specificamente giapponese ha portato a scoprire che si potevano raccontare storie a lungo respiro con una tensione e una prospettiiva allora inedita.
Watchmen ha fatto lo stesso di Akira da noi, in occidente.
Ma ricordo ancora distintamente l'emozione di leggere lo Swamp Thing di Moore e di scoprire quanta ricchezza potesse avere il fumetto.
L'impressione era questa: si possono percorrere strade ancora non battute. E non era mica poco.

bufi ha detto...

uso questo post per rispondere al precedente in modo da legare le cose ,sono cresciuto con la pittura e la scultura ed il fumetto era solo tex e supereroi,eppure ne conoscevo,avevo provato tante volte a leggerli,ma non riuscivo a dar loro un valore, poi ,mi è capitato tra le mani il "CAGES" di Dave McKean e davvero,ho capito che si poteva scrivere nel senso letteraturale del termine attraverso il disegno e dare al romanzo un segno,un ritmo,una musica.
comunque faccio il libraio e quando mi chiedono un fumetto con il quale cominciare a leggere la cosa mi spaventa sempre, mi spiego meglio,quanto ci ha dato tutta quella cultura chiamiamola popolare che erano i nostri vecchi tex,diabolik,manga,supereroi?se da pratt in poi pretendiamo qualcosa di più dal fumetto non è anche grazie a loro?il cliente che mi chiede un fumetto è davvero pronto per McKean,Gipi,Igort,Corona,Mazzucchelli,Burns,Mattotti,Sfar,Blain,ecc?

ps: dimenticavo "poema a fumetti" del grande BUZZATI !

Bufi

Bufi ha detto...

...ed al CAGES aggiungerei anche il POE di Breccia visto da ragazzino su dei vecchi comicart

igort ha detto...

Il Poe di Breccia, non lo ricordo bene, a parte delle storie bvevi come "cuore rivelatore". Un capolavoro assoluto. Ma quello non lo definirei graphic novel. Era una storia breve. Perfetta e musicale nel ritmo. Un uso dei chiaroscuri insuperato.

igort ha detto...

Per Ausonia, sono frastornato ancora. E' stato un periodo duro, come quando mi trovavo in Giappone nel 94. Duro e piacevole perché si scoprono tante cose, del lavoro e della propria persona.
Avremo modo di parlarne.

In bocca al lupo anche per il tuo libro. Son molto curioso di sfogliarlo.
Un abbraccio.

smoky man ha detto...

per chi fosse interessato al tema: graphic novel.
La First Second la casa editrice americana che pubblica tra glia ltri Gipi ha pubblicato una lista di gn qui:
http://firstsecondbooks.typepad.com/mainblog/2007/03/o_ye_bookseller.html

pdf:
http://firstsecondbooks.typepad.com/mainblog/files/onesheets.pdf

Enjoy!

ausonia ha detto...

"sono frastornato ancora. E' stato un periodo duro, come quando mi trovavo in Giappone nel 94. Duro e piacevole perché si scoprono tante cose, del lavoro e della propria persona".

ecco, a parer mio hai centrato il punto. credo che fare un libro, seguendo lo sviluppo delle vite dei personaggi(persone) che hai creato, sia un percorso così profondo all'interno di noi stessi che da il senso del perché uno senta la necessità di raccontare.
mi fermo qui, perché l'argomento è delicato, fraintendibile e complesso. ma so bene cosa intendi dire in quelle poche righe che hai scritto.

maledizione, ci incontreremo mai?!

andrea barbieri ha detto...

"Nella quantità c'è la qualità", penso che un autore deve essere davvero grande perché sia così. Comunque è un punto di vista molto aperto e intelligente e forse poteva nascere solo incontrando l'oriente.

RRobe ha detto...

Già... perché i nostri fumettari "popolari" che per una vita hanno prodotto una marea di roba son da dimenticare...

Uno come Galep è da buttare perché il pensiero che "nella quantità c'è la qualità" può nascere solo ad oriente...

andrea barbieri ha detto...

Scusami Rrobe, tu hai introdotto una parola nuova tra quantità e qualità: "popolare", parola su cui pesano un bel po' di incomprensioni. Per come si usa oggi la parola, "popolare" è sinonimo di successo di vendita, quindi è un dato esterno al prodotto artistico (o artistico-artigianale che dir si voglia). Nel nostro paese Oriana Fallaci è un'autrice popolare, come lo è Pulsatilla, ma anche Terzani, o Saviano. Insomma, "popolare" ci dice poco del libro che abbiamo in mano. A meno che tu non sia un grande ammiratore di Gramsci. Però anche in questo caso ammetterai che è passato parecchio tempo da quando scriveva, il mondo è cambiato, l'industria anche. Oggi forse Gramsci la vedrebbe diversamente.

Invece ci possiamo chiede altre cose, prima di tutto se un libro è vivo o inerte. Oppure se è leggibile o no, e così via...

ausonia ha detto...

"[...]prima di tutto se un libro è vivo o inerte"

ecco.
questo sì che può essere uno spartiacque decisivo e intelligente.
popolare, d'autore, graphic novel, fumetto da edicola, cartonato, letteratura disegnata...
ma è VIVO O INERTE?
bravissimo andrea, hai sintetizzato benissimo.

Anonimo ha detto...

a parte che vivo o inerte è una distinzione del cazzo.
L'opposizione potrebbe essere vivo o morto, reattivo o inerte, ma vivo o inerte non è un'opposizione.
Eppoi i materiali inerti sono quelli da costruzione. Un libro deve essere inerte, per diventare mattone e scardinare la testa agli idioti.
state attenti.


vs Stracci
critico edile

ausonia ha detto...

suvvia... qui si fa finta di non capire. una cosa viva è una cosa che interagisce per forza. vibra, partecipa. la morte, è inerte.
ma il punto, caro critico edile, non è questo, ovviamente. stai attento tu: rifletti sul contenuto e non ti fermare alle definizioni.

andrea barbieri ha detto...

Per essere sincero il merito di quella distinzione elementare - ma che evidentemente per come vanno oggi le cose non è più tanto elementare - va a critici letterari che fanno davvero il loro lavoro (detta in quei termini l'ho sentita da Carla Benedetti).
A me piace molto detta così perché non c'è sotto l'idea pedagocica per cui leggendo metti del materiale dentro la testa che ti migliore. C'è l'idea che il libro è una voce, allora la voce del lettore si incontra (e scontra) con la voce del libro. Leggere diventa un dialogo tra due persone che spesso non si sono mai conosciute, magari perché una viveva mille anni prima, in un altro paese.

Anche "leggibile - illeggibile" non è da sottovalutare. Proprio questo sabato leggevo una recensione di Pent (TuttoLibri) sul secondo libro di Leonardo Colombati "Rio". La recensione prima di tutto informa che questo è il primo romanzo "leggibile" di Colombati. Allora uno pensa che Colombati abbia scritto un primo romanzo "illeggibile", cioè di lettura difficilissima, come "L'ulisse" per esempio. Il primo romanzo si intitola "Perceber", è stato scritto in circa dieci anni, è un accumulo di materia debordante, una specie di "Arcobaleno della gravità" di Pynchon. Non so se è un capolavoro come enfaticamente qualcuno ha scritto, forse no, però è un libro prezioso, coraggioso, affascinante, e sicuramente leggibilissimo, soltanto non ha una trama lineare.
"Rio" invece è molto più "rassicurante", non più "leggibile" come dice Pent. In sostanza un lettore medio-basso ci si può ritrovare con più familiarità, può essere lo specchio dei suoi pensieri. Ecco "leggibile" era usato da Pent col significato di "familiare". Un ritorno all'ordine insomma. Nemmeno alla semplicità, all'ordine, che poi viene determinato sul profilo - fatto da qualche manager della casa editrice - del lettore medio-basso (che quindi non è qualcosa che esiste ma una serie di dati di vendita).
Poi, sui giornali, il giornalista - molto probabilmente in buona fede - ratifica il modo di pensare del manager.

andrea barbieri ha detto...

...l'idea pedagoGica per cui leggendo metti del materiale dentro la testa che ti migliorA...

Scusate, scrivo in fretta, faccio uno strapacco di errori.

Anonimo ha detto...

andrea...
suvvia,
leggere diventa un dialogo...
suvvia,
è roba da romanticismo da scuola dell'obbligo,
l'idea del libro che ti migliora è cosa da maestrina dalla penna rossa (appunto: la debenedetti).
mille cose fa un libro, ma non certo migliorare chi lo legge. Se non ho capito male da quanto tu leggi dovresti essere il meglio del mondo... ti sembra?

Ausonia carissimo. Io fingo di non capire. Tu no.

sciao
stracci
critico fingitore

andrea barbieri ha detto...

Purtroppo non capisco se ci sei o ci fai, penso la seconda ma non è sicuro.
Tu hai scritto:
"Un libro deve essere inerte, per diventare mattone e scardinare la testa agli idioti."
Forse è solo una battuta per dire qualcosa a tutti costi. Ma a prenderla seriamente penso che questa idea del materiale inerte che arriva in testa sia una cosa pedagogica nel senso peggiore. E' proprio da un'idea come questa che si attacca l'altra idea per cui chi legge tanto e guarda tanti dipinti e tanto teatro ecc. diventa necessariamente una persona migliore, più civile. Non è così purtroppo, lo sappiamo.
Un gigante come George Stainer ha dedicato alla cosa un libro, "Linguaggio e silenzio", dove scrive: "Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz."

Tu dici che l'idea di una lettura- dialogo è una sciocchezza romantica, da maestrina. Bene. E' proprio contenuta in quel libro di Steiner, che scrive "In quel grande discorso con i morti viventi che noi chiamiamo lettura, la nostra non è una parte passiva. [..] Noi impegnamo il presente, la voce del libro. Gli consentiamo l'accesso, anche se sorvegliato, nell'intimo di noi stessi."

Ora ti saluto.

igort ha detto...

Bene, ho letto cose e cose inutili in questi ultimi interventi. Direi che il discrimine tra "racconto inerte" e "racconto vivo" si possa considerare un punto di partenza interessante. Più interessante che popolare o meno. Perché la cosa che mi intriga in quanto lettore è il trovare cose che mi emozionano, che non mi aspettano e che, francamente, mi insegnino qualcosa sull'esperienza di esistere.

andrea barbieri ha detto...

Tra l'altro è una distinzione che permette di mettere in soffitta anche l'idea di "racconto di genere", così da riconoscere la forza per esempio di certi autori di fantascienza o di noir/polar. E questo non solo quando compiono operazioni raffinate di contaminazione dei generi.

igort ha detto...

Come è noto Sampayo parlando con munoz ebbe a dire che esitono solo due genere di racconti: quelli buoni e quelli che non lo sono.
Questo per eliminare appunto ogni diatriba sciocca legata al genere e alla diffusione più o meno popolare.

Il "popolare" è una categoria che non ha ragione di esistere, popolare non è sinomino di qualità, significa solo se si pensa in termini di cifre, di venduto ecc.

La cultura "pop" ha regole di "evidenza" e "riconoscibilità" che possono essere elementi interessanti. Ma non è ovviamente detto che sia esclusiva di questi dettami estetici il fatto di produrre opere di un qualche significato.
Per dire, mi piace Lucio Battisti ma non credo che la sua "ricetta" artistica sia unica. Mi piace anche Tom Waits che è certamente meno popolare di Battisti.
Ma è poi cosi' vera questa affermazione?
Tom Waits è noto in tutto il mondo, battisti in Italia e svizzera.
Come si vede tutto è relativo.

RRobe ha detto...

Sì ma il discorso non verteva sul popolare o meno.
Il termine l'ho tirato fuori io ma non era quello il punto.
Il punto è che, sentire che "forse solo incontrando l'oriente può nascere il concetto che nella quantità c'è la qualità" mi fa sorridere.
In Italia abbiamo degli autori favolosi come Magnus (o Galppini, o tanti, tanti altri) che l'hanno palesato con forza indiscutibile e dobbiamo stare a elogiare il pensiero orientale anche su questo... (e si badi, io sono un forte sostenitore di un certo pensiero orientale).

igort ha detto...

Pero' è indiscutibile l'apertura verso nuove visioni che è giunta con il fumetto orientale.
La grande stagione del fumetto anni sessanta (magnus e galeppini, anche se quest'ultimo aveva cominciato ben prima) si è con il tempo anche sclerotizzata. l'italia ha prodotto due grandi formati, grandi nel senso di interessanti, nostri, potenti. Quello dell'albetto (formato diabolik) e quello di tex. La versione "pulp" con, carta uso mano porosa e assorbente e una pubblicazone periodica non sembra essere stata utilizzata con visioni diverse se non quella seriale.

Paralelamente si sono sviluppate le riviste antologiche come linus o frigidaire che hanno portato a un altro modo di concepire il racconto , per durata e elaborazione tecnica (colore, periodicità differenti, approccio meno avventuroso ecc)

Quando si sono aperte le frontiere ed è arrivato il manga si è pensato che queste due strade potevano anche confluire. Che si poteva guardare a un formato "popolare" per definizione e su carta pulp in maniera anche diversa.
Ricordo un amico che mi regalo', negli anni ottanta il primo volume di Akira, appena uscito. Io avevo questo oggetto disegnato in maniera molto accurata, che mi ricordava moebius, stampato in bianco e nero, su una carta non certo patinata, con storie che andavano a parare da un'altra parte rispetto a quanto conosciuto sino ad allora.

l'impatto fu enorme e questo mise in discussione molte certezze. Si comprese allora come certe idee rispetto a formati e visioni erano solo "apparentemente" statiche o immutabili.

In questo senso l'affermazione di Andrea è profondamente vera, non nel senso che dobbiamo imparare per forza dall'est una qualche realtà.

E' poi vero, come ha scritto qualcun'altro, che solo raramente si riesce a produrre molto e bene. Questo per onestà dobbiamo ammetterlo, altrimenti si fa passare un discorso per un altro.

Le ipotesi sono aperte ma qui si vedono strade possibili che altri, in America o in Sud America (penso a Breccia per esempio) hanno già percorso.