23 settembre 2006

un dovere morale

Lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano


Caro Presidente,

scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.

Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l’ausilio del mio computer, scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita.

La giornata inizia con l'allarme del ventilatore polmonare mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catheter mounth, trascorre con il sottofondo della radio, tra frequenti aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitoraggio dei parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazioni, bevute di pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patologia, la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio fisico è diventato molto precario . A mezzogiorno con l’aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo, ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto senza aprire il computer perchè sento una stanchezza mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per un’ora una posizione differente di quella supina a letto. Tornato a letto, a volte, mi assopisco, ma mi risveglio spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora faccio accendere la radio ma la ascolto distrattamente. Non riesco a concentrarmi perché penso sempre a come mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro sforzo a mettermi seduto, con l’aiuto di mia moglie Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sempre più debole e stanco. Dopo circa un’ora mi accompagnano a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l’ora della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina.

Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso…morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita…è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio...è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero , belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c'è pietà.

Starà pensando, Presidente, che sto invocando per me una "morte dignitosa". No, non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte.

La morte non può essere "dignitosa"; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte per eutanasia "dignitosa" è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell’occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos’è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo: "Ostico, lottare. Sfacelo m'assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m'accerchia senza spiragli. Non esiste approdo".

L’approdo esiste, ma l’eutanasia non è "morte dignitosa", ma morte opportuna, nelle parole dell’uomo di fede Jacques Pohier. Opportuno è ciò che "spinge verso il porto"; per Plutarco, la morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto e Leopardi la definisce il solo "luogo" dove è possibile un riposo, non lieto, ma sicuro.

In Italia, l’eutanasia è reato, ma ciò non vuol dire che non "esista": vi sono richieste di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato di pazienti coscienti. Per esaudire la richiesta di eutanasia, alcuni paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente "terminale" che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di "approdo" alla morte opportuna.

Una legge sull’eutanasia non è più la richiesta incomprensibile di pochi eccentrici. Anche in Italia, i disegni di legge depositati nella scorsa legislatura erano già quattro o cinque. L’associazione degli anestesisti, pur con molta cautela, ha chiesto una legge più chiara; il recente pronunciamento dello scaduto (e non ancora rinnovato) Comitato nazionale di bioetica sulle Direttive Anticipate di Trattamento ha messo in luce l’impossibilità di escludere ogni eventualità eutanasica nel caso in cui il medico si attenga alle disposizioni anticipate redatte dai pazienti. Anche nella diga opposta dalla Chiesa si stanno aprendo alcune falle che, pur restando nell’alveo della tradizione, permettono di intervenire pesantemente con le cure palliative e di non intervenire con terapie sproporzionate che non portino benefici concreti al paziente. L’opinione pubblica è sempre più cosciente dei rischi insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie da praticare. Molti hanno assistito un famigliare, un amico o un congiunto durante una malattia incurabile e altamente invalidante ed hanno maturato la decisione di, se fosse capitato a loro, non percorrere fino in fondo la stessa strada. Altri hanno assistito alla tragedia di una persona in stato vegetativo persistente.

Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili, sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. Tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più in avanti nel tempo. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.

Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che ''di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale''. Ma che cosa c’è di "naturale" in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa "giocare" con la vita e il dolore altrui.

Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’…io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico.

Sono consapevole, Signor Presidente, di averle parlato anche, attraverso il mio corpo malato, di politica, e di obiettivi necessariamente affidati al libero dibattito parlamentare e non certo a un Suo intervento o pronunciamento nel merito. Quello che però mi permetto di raccomandarle è la difesa del diritto di ciascuno e di tutti i cittadini di conoscere le proposte, le ragioni, le storie, le volontà e le vite che, come la mia, sono investite da questo confronto.

Il sogno di Luca Coscioni era quello di liberare la ricerca e dar voce, in tutti i sensi, ai malati. Il suo sogno è stato interrotto e solo dopo che è stato interrotto è stato conosciuto. Ora siamo noi a dover sognare anche per lui.

Il mio sogno, anche come co-Presidente dell’Associazione che porta il nome di Luca, la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi.

Piergiorgio Welby

28 commenti:

Anonimo ha detto...

riporto dal blog di welby:

Cara Gio',
la morte è ineluttabile, come sapevano bene i Greci che, pur avendo quattro parole differenti per definire l'uomo, usavano sempre "il mortale". Quello che è incomprensibile è la stupidità.


Loopguru

igort ha detto...

http://calibano.ilcannocchiale.it/

questo l'indirizzo del suo blog.

Grazie Loopguru, bentornata.

Manuele Fior ha detto...

Ciao Igor,
hai fatto bene a diffondere questa lettera, anzi dovremmo farlo tutti noi che abbiamo la possibilità di diffondere il messaggio sul web. Non ci sono parole per commentare questo messaggio, se non la speranza di riappropriarsi del buon senso e di un briciolo di umanità, senza farne una questione di bagarre politica. Spero che la testimonianza di Welby serva a imboccare una strada diversa dal futuro agghiacciante che lui stesso prospetta.
un abbraccio
manu

igort ha detto...

Occorre sobrietà e onestà davanti al dolore. Mi sono spesso domandato come la pensassi rispetto a problematiche complesse come l'eutanasia. E in linea di principio ero contrario. Ma leggendo questa lettera non posso non trovare delle risposte alle mie domande.
Questo passo dice molto, in termini etici e politici:

Ma che cosa c’è di "naturale" in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa "giocare" con la vita e il dolore altrui.

bardamu ha detto...

"Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza."

io credo che "l'accanimento terapeutico", questo tentativo disperato di salvare qualcuno, "a tutti i costi" e con tutti i mezzi possibili sia sempre fatto "in buona fede".
ma purtroppo la buona fede è figlia dell'emotività del momento e della situazione. e di conseguenza non ci permette di osservare con "distacco" (per quanto possibile ovviamente) il reale stato delle cose.
vedere qualcuno che soffre o che muore, magari lentamente è una cosa sempre e comunque più grande di noi. E quando chi stà morendo ti è vicino, molto vicino, entra in gioco anche una grossa componente di immedesimazione. Credo che nel tentativo disperato di aiutare gli altri ci sia inconsciamente una sottile speranza di salvare anche se stessi. tutti ci dobbiamo rapportare con la morte e la sofferenza. e l'accanimento che nasce dal fatto di non accettare la morte altrui dipende anche dall'incapacita di accettare la propria.

ma come giustamente detto con grande sensibilità e umanità, una delle cose più "alte" che possiamo fare è proprio imparare semplicemente a morire.

igort ha detto...

Caro Bardamu, è sempre difficile commentare quando la situazione è così delicata. Oso una chiosa, tu scrivi:
"Vedere qualcuno che soffre o che muore, magari lentamente è una cosa sempre e comunque più grande di noi. E quando chi stà morendo ti è vicino, molto vicino, entra in gioco anche una grossa componente di immedesimazione."
Io credo che entri in ballo anche una certa dose di egoismo. Magari con tutta la buona fede, ma chiamiamolo pure con il suo nome; possiamo esserne turbati ma si chiama egoismo.

bardamu ha detto...

temo di non essermi spiegato..
prima di tutto sono favorevole dell'eutanasia.
e non sono affatto turbato. sono pienamente d'accordo che ci sia una spiccata componente egoistica in chi si accanisce nel tentativo (quando inutile ovviamente) di prolungare oltre ogni sensato limite la vita di qualcuno che ormai non stà più vivendo nel pieno senso della parola.
è egoismo non accettare il distacco e cercare non per l'altro ma per se stessi di ritardarne il momento.
ed è sempre egoismo il fatto di cercare la propria "personale salvezza" nel tentativo ( a volte esagerato appunto) di "aiutare" gli altri.

quando io mi sono ritrovato in questa situazione ho lasciato che le cose andassero "come dovevano andare". l'unica cosa che mi preoccupava è che non ci fosse dolore, o semplicemente il meno possibile (fisico ovviamente). non è facile lasciar scivolare via qualcuno. ma in alcuni casi, per tutti, e soprattutto per quella persona, è la scelta più sensata.

ausonia ha detto...
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ausonia ha detto...

ho sempre sostenuto la battaglia a favore dell'eutanasia.

e quella che segue potrebbe sembrare una sciocca provocazione, ma:

per tenere in vita mia madre ammalata di cancro in fase terminale le dovevo somministrare due dosi di cortisone al giorno, tutti i giorni.
è vissuta 50 giorni.
ma chi potrebbe sopravvivere 51 giorni con due dosi di cortisone giornaliere?

ora, mi chiedo: chi ha ucciso più in fretta mia madre? il cancro o io?

in alcuni casi, paradossalmente, ciò che chiamiamo "accanimento terapeutico" è comunque una forma "istituzionalmente accettata", e diffusa, di eutanasia.

e sono tutt'ora fiero di averne potuto beneficiare e di aver così aiutato (in parte) mia madre nella sua dipartita.

igort ha detto...

Ausonia caro, l'argomento è delicato. Non abbiamo le competenze scientifiche per dire chi ha fatto cosa, non ne sappiamo abbastanza.

Io curo un animale da due anni con il cortisone è questo lo ha aiutato a restare in vita. Non ti fare una colpa di cose non provate.

Ritengo che non abbiamo il diritto di prolungare artificialmente una vita che non desideri restare. Ma la vicenda è complessa, quella di cui parla Welby è una parvenza di vita. Una cosa che ha perso ogni connotato riconoscibile.

Ieri ho sentito al telegiornale che stanno pensando di alleggerire questo "accanimento terapeutico" favorendo in parte una sorta di ritorno a "sistemi umani" (che è un altro modo di consoderare la cosa, ma di eutanasia in un certo senso si tratta). In sostanza al fatto che non si arrivi a paradossi in cui la macchina sostituisce nelle sue funzioni quasi totali l'uomo. Come in questo caso appare.

ausonia ha detto...
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ausonia ha detto...

non ho sensi di colpa.
la materia è molto complessa. e difficilissima da trattare su un blog,
perché entreremmo in dettaglio sulle dosi dei vari farmaci e sugli effetti che danno in concorso con altri farmaci ancora, ecc...
dell'amore e dell'umanità dimostratami dai dottori delle cure pagliative, e del disgusto profondo che ho provato per oncologi e primari che spesso usano l'accanimento terapeutico per fare sperimentazione diretta.
e allora certi dottori ti vengono in aiuto cercando di bloccare l'orrendo operato di altri. e ti trovi in mezzo a una guerriglia sotterranea che a più a che fra con l'etica che con la medicina.

quindi dirò semplicemente che il mio sostegno morale a piergiorgio welby è totale.

Mastro Pagliaro ha detto...

io sono a favore dell'eutanasia, credo che in casi dove ormai non esista speranza una persona possa poter scegliere di morire.
Almeno io vorrei poter scegliere.
L'eutanasia comunque esiste già, esiste grazie alla compassione di molti medici e non solo. Nella mia attività di volontario sull'unità di rianimazione ( 118), moltissime volte ho deciso di assecondare la decisione del medico di non accanirsi sul paziente ormai in fase terminale. Mi è capitato purtroppo anche di dover assistere dei medici che usavano quei poveri cristi per esercitarsi a mettere il laringoscopio!!! per ritrovarsi alla fine con un cadavere martoriato da rendere presentabile alla famiglia. Credo che con l'eutanasia si rispetti la vita, quella vera.

ausonia ha detto...

quando ci penso, e mi capita spesso, la mia indignazione e incapacità di comprendere diventa rabbia.
il fatto principale è che in italia si ha ancora a che fare con triviali principi di ordine tribale. vogliamo parlare della proprietà del nostro corpo?
non credo in dio. ma legalmente sono tenuto a rispettare leggi che mi negano la proprietà dei 75 kg di carne che mi compongono.
chi deve decidere il destino di questa carne?
gasparri? buttiglione? dalema? casini? bertinotti? il papa?
io vorrei essere libero di deciderne da solo.

senility ha detto...

sono senza alcun dubbio a favore dell'eutanasia, però una persona che riesce a scrivere una lettera del genere, investito dalla sofferenza è ancora incredibilmente potente...
... la lettera dove chiede di porre fine alla sua esistenza, è forse allo stesso tempo la prova che non dovrebbe abbandonarla.

igort ha detto...

Ragazzi, non vorrei pontificare, sono abbastanza pallone gonfiato e diversi di voi non mqncano di farmelo notare.

Ma pare che la quastione etica non ci sfiori troppo. La vita, come la conosciamo cos'è? non mi direte che è il nostro corpo. Da dove viene? Se anche fossimo laici e credessimo di un principio di causalità allora per rispettare questo principio non dovremmo ritenere che "basta voler morire". Perché il punto sta tutto qui, a me spaventa la vostra certezza. Il vostro non aver un dubbio sul determinismo con il quale siamo noi a dover chiudere il nostro rubinetto vitale. Non parlo di Welby. Ho scritto quel che penso. Ma mi turba l'univocità di pensiero.

ausonia ha detto...

allora.
capisco il tuo punto di vista, igort.

parlavo di "corpo" perchè la vita che lo muove, e lo fa vibrare... li dentro è contenuta. ma come dimostra la toccante e lucida lettera che hai postato: se il corpo comincia a morire la vita intelligente che vi è racchiusa può decidere di smettere di esistere. la trovo un'eventualità tremenda, dolorosa, struggente... ma rispettabile e condivisibile.
profondamente dignitosa.

il fatto di credere in dio, o di non crederci, o di essere semplicemente privi di un'idea riguardo l'origine della nostra vita... non da il diritto alla "fazione" di pensiero più corposa di decidere per tutti gli altri. in questi casi una democrazia non puù applicare la legge della maggioranza + 1. non è un caso che questi argomenti vengano definiti "trasversali", in quanto attraversano le persone di qualsiasi orientamento politico.
dunque non conta come la si pensa, ma dare il diritto a tutti di decidere per se stessi.

nessun prete mi obbliga ad andare a messa.
l'eutanasia, come il divorzio o l'aborto, non obbligano nessun credente ad usufruirne.

senility ha detto...

essere favorevoli all'eutanasia non significa che non si ha nessun dubbio su quando applicarla, che appena uno sta male gli si stacca la macchine e via...
anzi direi che il dubbio era ben presente nel mio commento precedente.

ma resto certo che ognuno debba avere la libertà di scegliere quando e come interrompere la propria esistenza.

sul significato della vita, ancora ci sto lavorando, per ora la definizione più chiara resta il film dei Monty Phyton.
sono assolutamente ateo, non credo nell'esistenza dell'anima ne in una qualsiasi sopravvivenza cosciente dell'essere umano dopo la morte.
questo mi porta a pensare che ognuno possa decidere per il proprio corpo in libertà. Basta che poi non si lamenti.

per quanto riguarda l'univocità, abbiamo scritto in sei, con te sette, e tu non sei d'accordo... non lo riterrei un campione probante.

ausonia ha detto...

dopo la lettera di welby, non me la sento di disquisire sul significato che ognuno da all'esistenza, ma esprimermi su uno Stato bigotto e arrogante che davvero crede di impormi una verità.

senility ha detto...

ausonia mia, stavamo scrivendo assieme...vuol dire che ci sposeremo!

ausonia ha detto...

sì, ma in comune.

igort ha detto...

Caro senility, credo che la cosa vada regolata e che l'eutanasia sia in certi casi chiaramente la cosa più dignitosa e vada dunque applicata.
Ma non arrivo a questa mia conclusione senza un travaglio.
Non ho le certezze che hai tu o, mi pare, altri amici come Ausonia. Ho frequentato abbsatanza le pagine di qualche filosofo e la mistica orientale per essere interessato a una visione non solo fisica dell'esistere e non mi ritengo migliore di Kant o Democrito solo perchè sono "moderno". Tutto qui.
Erano questi i miei dubbi.

Poi, certo, mi scuso se pare che parlando di un caso doloroso come quello di Welby portiamo (per mia colpa) il discorso sui massimi sistemi. Ma la materia è controversa e piuttosto articolata.
Mi fa piacere comunque constatare che siamo rimasti abbastanza sobri.
Vi ringrazio per questo.

ausonia ha detto...

le certezze.
ma chi può averne? uno orienta se stesso verso ciò che più SENTE vicino.
ma il SENTIRE soltanto non è rilevante ai fini del raggiungimento della verità.
quindi le certezze, parlando di massimi sistemi, non le può avere nessuno.

qui stavamo parlando di religione cattolica, che influenza anche la vita degli atei o degli agnostici o di credenti di altre religioni...
(faccio un esempio: per gli ebrei e i musulmani l'aborto entro il terzo mese di gravidanza non è ritenuto omicidio).

e io mi trovo (assieme a milioni di altri italiani) a vivere indignato in una società che non rispetta le mie posizioni.
e questa, se vuoi, è la mia certezza.

Luca ha detto...

Sono d'accordo con i commenti di Igort. Su questo tema, lascerei veramente scegliere a chi soffre e ai loro famigliari.
Grazie per averci segnalato questa lettera, Igort.

roberto la forgia ha detto...

cari tutti,

io non so se sono favorevole o contrario all'eutanasia.

non conosco bene la cosa.
in genere prendo una posizione morale su questioni che ho provato sulla mia pelle o che ho moralmente condiviso con chi le ha provate.

non avendo vissuto esperienze simili non ho elaborato una posizione morale sulla questione.

ho, invece, una posizione politica ed è praticamente la stessa di Ausonia: l'eutanasia è un diritto.

chiunque è libero di non condividere le volontà di Welby.
io stesso, non so se le condivido o meno.

ma questa libertà di non condivisione morale, in italia, sfocia nel potere legislativo.

così si travalica il limite della propria libertà e
"...Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa "giocare" con la vita e il dolore altrui".

Niccolò ha detto...

Non facile, commentare una cosa così grande richiede lucidità e impegno.
Tutti ci dobbiamo pensare, nessuno escluso, vietato dire che " tanto non mi tocca" o peggio, " non è un mio problema"
Penso che tutti noi dovremmo avere il diritto di porre fine ad una situazione lacerante come quella del Signor Welby che dimostra una dignità ed un coraggio rari da trovare nel nostro tempo.
Spero che sia libero e che qualunque cosa succeda non debba sottostare ad un tipo di accanimento mediatico viscido e schifoso come quello della povera Terry Schiavo la quale veniva ripresa contro la sua volontà in ogni momento.
Basta con questa società morbosamente attaccata allo show, la morte non è un circo ma il momento più delicato di tutti.
Terry Schiavo morì ripresa 24 su 24 nello stesso periodo di Giovanni Paolo 2, niente da dire su di lui, per carità ma in quel periodo mi venne da pensare che solo se sei Papa puoi avere la dignità della tua dipartita.
Questo caso è diverso ma spero che nessuno ci speculi sopra e che una volta per tutte ci mettiamo in testa un principio facile e crudo come questo : se una persona decide una cosa questa và rispettata.e basta.

ausonia ha detto...

Don Andrea Gallo:
"Quello che conta è che al centro sta l'uomo, la persona. E adesso al centro c'è questa lettera di Welby, questa persona che chiede qualcosa. Non c'è nemmeno bisogno del cosiddetto testamento biologico. C'è nella nostra Santa Madre Chiesa il primato della libertà di coscienza: è dottrina certa, chi dice il contrario è eretic. Welby, in questo momento lo voglio dire da credente, è davanti a Dio - se ci crede - e l'amore di Dio lo vede, vede questa richiesta, ha con lui un rapporto fatto d'amore. Come religioso allora credo che si debba privilegiare la teologia dell'amore al posto di quella del potere. Che in questo caso è la teologia 'terapeutica'".

igort ha detto...

Questo commento postato da Ausonia é importante, pieno di buonsenso e umanità.