17 settembre 2006

ARGENTO! capitolo 41




Fissava donna Aurelia che respirava con un filo di fiato, il colorito cinereo. Ed era come imbambolato, perso nei suoi pensieri più remoti, don Erminio, cercando nel volto immobile della donna le espressioni di un tempo.
“Dottore. Ne hanno portati altri sette”.
“Sì, arrivo”
“Beva questo, Don Erminio, la rinfrescherà”.
Esmeralda preparava l’infuso di menta e ghiaccio più buono di tutta la regione, ne aveva portato una brocca, da Coloriu Arrubiu.
“lasciatelo respirare, non vedete che è stremato?”

Il dottore bevve, ancora assorto nei suoi pensieri.

“Vuole assaggiare le panadas? Mangi almeno un biscotto di anice, se no”.

La guardò con gratitudine, per un attimo e lei si sentì autorizzata ad aggiungere:
“ Non ha mangiato nulla tutto il giorno”.
“Grazie, ma ho lo stomaco chiuso”.

Fu mentre si avviava che vide in lontananza i bracconieri arrivare con la loro aria compiaciuta.
Tutt’intorno gli schiamazzi erano ripresi, anche se in tono minore. I latifondisti però, notando quel drappello di smandrappati, con i loro cani da caccia e i fucili, si rianimarono e ripresero a rumoreggiare più forte di prima.
“venite a divertirvi anche voi”. Urlava Ilario Ramirez, uomo forte della North American Cultivations, completamente ubriaco.

“manco a organizzarlo ci si riesce a fare uno sconquasso del genere”
“ però, che buona idea, potremmo darci da fare con la dinamite già che ci siamo”.

E giù a ridere a crepapelle. Erano come dei bambini troppo vecchi e troppo viziati cui un padre incosciente avesse regalato un giocattolo pericoloso.

I bracconieri, di solito piuttosto propensi a fare bisboccia alcolica, sembravano impegnati a darsi un contegno, per difendere forse la missione augusta che cullavano nel buio delle loro insondabili menti.
Da quel drappello si staccò Harvard Muybridge, l’avaro, che in veste di capo pro tempore desiderava parlamentare con l’autorità costituita.
Fischi e urla ripresero, mentre tutto questo accadeva, e l’alcalde, febbricitante, vedeva il nuovo frastuono come una rivalsa nei confronti di tutta quella disgustosa operosità. Detestava Don Ermino e la sua capacità di rendersi utile, addirittura indispensabile talvolta, e perfino amato, da quei poveretti che invece consideravano lui, nel migliore dei casi, come un male da subire.
Il capo dei bracconieri avanzò impettito ma fu fermato da un soldato.

Non perse la pazienza e fissò l’alcalde, da lontano, senza dire una parola.

“lasciatelo passare”, fu accontentato.
“Thank you, Eccellenza”.

Quindi, assumendo posa di qualcuno, che avendo dote di enorme discrezione e riservatezza si trova tuttavia costretto dalle circostanze gravissime a rivelar segreti ad autorità superiori, si accostò e prese a bisbigliare qualcosa all’orecchio di Sua Eccellenza.
“ah beh, hm, capisco.”
L’alcalde annuiva e sorrideva, aspirando del tabacco da naso. “Però, veda, non so. Questione di opportunità. Comprenderà…”
E bisbigliava solerte, con rinnovata foga e piglio certo, Harvard Muybridge, tanto che si sarebbe detto che cominciasse ad arrossire.
“Ah se prendiamo in esame questo…”
“andiamo Eccellenza…” sembrava soggiungere il bracconiere inglese.
Un concertino di sopraciglia arcuate e distese e aggrottate sembravano insistere, sibilline, a tal punto che d’un tratto fecero vacillare la fermezza di Sua Eccellenza.
“E sia”. Disse l’alcalde, con tono regale.


Tutto questo si svolgeva ben poco distante dalle donne che aiutavano ad assistere i malati. Dignitose nelle loro vesti bianche abituali apparivano, in quella circostanza, come un esercito di crocerossine, ordinate e attente ad assistere gli sciagurati scampati da quell’incredibile dissesto.
Creavano quasi una barriera tesa a proteggere la concentrazione di Don Erminio da tutto quel frastuono indecoroso; a negare l’evidenza di una esistenza crudele che aveva assegnato ruoli diversi a seconda del censo: chi faceva e chi assisteva, come in un palco d’opera.
Era lo spettacolo della vita e riluceva in tutto il suo splendore illuminato dai raggi dorati di un sole convalescente, che cominciava a sentire il vigore di un tempo.
Le donne, seppure impegnatissime, avevano notato i movimenti dei bracconieri e il confabulare discreto dell’alcalde. E non erano passate inosservate le numerose occhiate, non ricambiate, che Harvard Muybridge aveva rivolto in lontananza al dottore.
Ma avevano attribuito quei cenni del capo e quegli sguardi a un timido, insospettato, motto di gratitudine. Il dottore era colui che aveva salvato in extremis “sir” Colmish, era dunque logica almeno una certa qual curiosità, se non si è capaci di mostrare una qualunque manifesta riconoscenza.

“Dottore il caldo diventa soffocante”.
“felix ha ragione dottore”
“si dobbiamo fare qualcosa, spostare i feriti, e sgombrare i cadaveri”.
“L’alcalde dovrebbe provvedere ma se ne sta a chiacchierare”. Non temeva i federales Esmeralda, che era stato presa e torturata diverse volte. Poi in quella guerra di uomini pure loro si erano stancati e avevano accettato le opinioni avverse di quella femmina disgraziata come si accetta l’inesorabilità dei moscerini con il caldo.

“Adesso vado a dirgli due parole”
Non c’era un momento da perdere e mentre Harward Muybridge, l’avaro, si riuniva ai suoi bracconieri con fare soddisfatto Don Erminio approcciava l’alcalde.

“E’ necessario che ci muoviamo da qui”
“ah sì? E chi lo ha deciso?”
“il sole è già alto, con il caldo i corpi andranno in putrefazione rapidamente e i feriti soffriranno. Non abbiamo quasi più scorte d’acqua e ho bisogno di lavorare in condizioni meno sfavorevoli”.

“Crede che sia uno scherzo trasportare questo centinaio di corpi dottore?”
“No. Non lo credo”.
“Io stesso sono sofferente, le ricordo che sono ancora convalescente , ma il dovere mi impone di mantenere la calma e di ponderare le scelte più assennate”.
“ E’ lei l’autorità. Ma, da medico, le posso dire che se vuole evitare un’epidemia e delle morti inutili è indispensabile che autorizzi lo spostamento di morti e feriti.”

Soppesava le parole perché aveva capito che in una inutile guerra di ego chi avrebbe avuto tutto da perdere erano i campesinos; a un uomo come l’alcalde piace prendersi i meriti quando ve ne siano sul tavolo delle probabilità piuttosto che assumersi responsabilità faticose.
quindi aveva scelto la formula dell’Autorizzi piuttosto che quella più adatta di “disponga” nella speranza di alleggerire la cosa. Era Erminio che disponeva e l’alcalde che autorizzava. In caso di errore la responsabilità era tutta del dottore.
Su questo contava Don Erminio.
Fu mentre parlamentavano e si studiavano in un gioco virile di sguardi quasi messicani che un urlo fece breccia in quel silenzio irreale.

“Cosa stai facendo razza di bastardo!”

Felix afferrava il polso di Harward Muybridge. E lo stringeva con tutta la sua forza poiché quello impugnava un pugnale dalla lama d’argento con il quale aveva appena accoltellato un cadavere.

“sono già morti cosa vi importa?” farfugliò Harvard Muybridge.
“maledetti neppure i morti lasciano in pace” disse Esmeralda sotto voce.

L’alcalde fissava ancora il dottore, con un sorriso di disprezzo si voltò verso Felix.
“abbiamo un patto. La città di Mammarranca si è impegnata a ricompensare a peso d’oro chiunque ci porti l’uomo lupo. I cacciatori inglesi vogliono solo sincerarsi che il lupo mannaro non sia tra questi morti.”

“ e cosa cercano di fare?” chiese Don Erminio.
“Semplicemente infilano nel cuore una lama d’argento, se il corpo si trasforma o decompone rapidamente è il segno che hanno catturato l’uomo lupo”

Felix sputò per terra e sferrò un pugno sul naso a Muybridge, che lasciò cadere il coltello. Ma i bracconieri e i cani gli furono addosso. E cominciò il parapiglia.

20 commenti:

sensasenso ha detto...

Mano calda, vedo.

igort ha detto...

yep.

Mastro Pagliaro ha detto...

poi un giorno mi spieghi come fai...
hai una segretaria che ti organizza la vita?
utilizzi qualche disciplina zen?
quanto dormi la notte?
dormi?
ciao

igort ha detto...

per ora mi trovo a dormire sempre di meno. Lavoro su divcerse cose allo stesso tempo. Mi sono abituato. Ma lavorare solo è una malattia che spezza equilibri esistenziali importanti. io ci sono vicino. anche se lavorare mi rende felice.
Cavalco tenendomi afferrato alla pancia del cavallo. galoppo ma ogni tanto la testa sfiora il terreno.

alterelfo ha detto...

caro igort, questa faccenda dei vantaggi e dei danni che porta il lavorare soli è interessante. anche io temo di star arrivando a un punto in cui molti anni di lavoro solitario cominciano a picchiare. da soli si va incredibilmente valoci, si riesce a organizzare facilmente più cose insieme, ma resta e aumenta una malinconia di fondo, una specie di nostalgia del cazzeggio e dello scazzo che raspa un pò in gola. e poi si diventa ruvidi e poco dialettici, ma d'altro canto questo è un lavoro che ha nell'autonomia dell'autore uno dei suoi punti di forza. Boh, non so se esistono soluzioni, ma è un tasto sensibile da toccare.

ausonia ha detto...

igort: "spezza equilibri esistenziali importanti. io ci sono vicino. anche se lavorare mi rende felice."

mastro: "ma d'altro canto questo è un lavoro che ha nell'autonomia dell'autore uno dei suoi punti di forza."

aus: "resistere! non siamo dei cattivi fantini, è che cavalchiamo cavalli difficili."

igort ha detto...

lavorare scavandosi, cercando di capire, è tonificante.
Il punto è tenere un equilibrio, essere capaci di staccare. io adesso non lo so se sono capace di staccare. Quando bracco una idea o una intuizione non mi fermo sin quando non la prendo al lazo. Allora, se ci riesco, sorrido felice. E' capitato (tante, tantissime volte) di non riuscire e di trovarmi con un pugno di mosche per le mani,. Allora sì che si sente il groppo in gola.
Ma poi rimonti in sella e segui l'istinto.
Comunque lavorare in solitudine ti fa capire che abbiamo da fare. ieri parlavo con una amica proprio di questo. Nella solitudine non c'è nessun bau bau, si impara a stare benissimo anche da soli, ma è necessario sapere capire quando è ora di tornare sociali. Altrimenti si diventa altro.

Mastro Pagliaro ha detto...

a me spaventa l'idea che questa mia passione prenda il sopravvento su tutto.La vita non può essere solo disegno e creatività.
Per fortuna ho la Chiara che me lo ricorda in continuazione. Fate come me, fidanzatevi con una psicologa e inizierete a dare alle cose il giusto peso.

andrea barbieri ha detto...

Ok, ci fidanziamo con la tua ragazza...
Eh eh, scherzavo... :-)

Mastro Pagliaro ha detto...

non lo augurerei neanche al mio peggior nemico.
:-)

ausonia ha detto...

io finirò pazzo. non sto scherzando. e non voglio essere salvato da nessuno. la vita è quello che è. non può contenere tutto.

e se hai una reale necessità dell'arte... rimane spazio per poco altro. è dura ma non mi spaventa.

nella mia visione: l'arte e le pubblicità alla mulino bianco... non vanno d'accordo.

***

ho postato un sorriso sull'altro capitolo di argento! perché quella foto mi ha fatto venire in mente la cosa del cavallo e del fantino di cui parlavamo poco sopra.
mi ha fatto pensare che forse c'è la possiblità di sopravvivergli, a quel cavallo.

ausonia ha detto...

ma senza scorciatoie.

perec ha detto...

io già vi odio, e non poco. voi sapete disegnare, rifare pari pari o, addirittura!, filtrare attraverso un vostro personale sguardo quello che vedete. e ora mi tocca anche essere il dodicesimo commento bis, visto che come teatrante non sono per niente superstiziosa. io ho una matita, se ho fortuna raccatto il temperino nel casino della mia borsa, ho un quaderno e due orecchie. dotazione standard. ma non c'è altro. e se tiro fuor quaderno e matita, spesso la gente sta zitta, si spaventa, diventa timida di botto. il mio mestiere prevede qualche passaggio: prima si scrive insieme la traccia e poi io vado. vado da sola. all'inizio lo odiavo. e detestavo un po' anche me stessa. così pronta a mollare tutti, così curiosa di andarmene. poi arrivavo in albergo, e dopo tre giorni non capivo bene dove stavo. che ero sola era certo, ma mai come quando scrivo, al mio tavolo, in casa mia. stare in giro a fare un'inchiesta è una solitudine fatta di incontri, di avvenimenti. capitano, li registri. cerchi di seguire le traiettorie. oppure rompi le righe. è viaggiare da soli, ma è diverso da quando sto al mio tavolo. al mio tavolo, corrisponde una porta che solo io conosco. nessuna delle persone che finiscono nei miei copioni la conosce. nessuna di loro varca mai quella soglia. il viaggio vero, la fatica vera, è tornare a casa con tutta quella gente, tutte quelle storie nel cuore. la fatica è digerirle, commuoversi fino allo sfinimento, mentre ti tornano in mente le cose che ti hanno raccontato. e non devi consolarli, puoi consolare te stesso di non aver potuto soffrire lì. e puoi sperare di essere solo, ma così tanto solo, al tavolo di casa tua, perché ti sia più semplice ascoltarli mentre parlano nel tuo cervello, per dare un senso alla storia, costruire di nuovo il copione. che non è mai quello con cui sei partito. che non è mai lo stesso viaggio che hai fatto sul serio. è la storia per come puoi raccontarla. per come sai mostrarla. è la storia che ti è passata dentro. e nel momento in cui la scrivi, sei solo come un cane. ma non potrebbe essere diversamente. e a me manca, quella solitudine. mi manca spesso.

Mastro Pagliaro ha detto...

"nella mia visione: l'arte e le pubblicità alla mulino bianco... non vanno d'accordo."

capisco dove volevi arrivare con questa tua affermazione, io però credo che l'arte e una vita normale ( non quella del mulino bianco...) possano andare d'accordo.
Per vita normale intendo una vita fatta di tante cose, spesso piccole che a me mancano e che quando mi trovo a viverle mi sento felicissimo.
Io non sto generalizzando, parlo di me e solo di me.
L'isolamento che porta questa passione è qualcosa che va saputo controllare, almeno nel mio caso spesso mi ha fatto soffrire. Noi siamo persone fortunate, perchè abbiamo la possiblità di creare suoni, forme, storie, ma bisogna sempre ricordarci, che è tutto frutto di un'analisi della realtà. Tutto parte da li, e questa realtà io mi sento di volerla vivere tutta e se è possibile insieme ad altre persone, che magari mi aiutino a comprendere meglio le cose, a vederle sotto un'altra luce.
Come artista io sono l'essere perfetto, tutto intorno a me è pensato per compiacermi, tutto mi giustifica, perchè al centro di tutto ci sono io e la mia visione delle cose, anche quando manifesto certe mie debolezze, lo faccio con la consapevolezza che sotto di me c'è una rete di protezione che dopo una piroetta mi farà cascare in piedi, l'artista è invulnerabile, anche quando è uno stronzo esprime un valore, qualcosa che merità una riflessione, un 'analisi, perchè tutto è relativo, ci sono sempre mille interpretazioni e combinazioni possibili.
Nella realtà no e la cosa mi piace, perchè tutto è più dannatamente complicato.
penso che per essere dei bravi artisti dovremmo assomigliare di più a quelle persone intervistate da Perec, persone semplici e non banali.

Ps:programma della settimana.

1°) trovare il coraggio e la forza di iscrivermi in palestra

2°) trovare il coraggio e la forza per iscriverci ad un corso di danza Irlandese.

3°) trovare il coraggio e la forza per andare a vedere una casa da comprare

4°) trovare il coraggio e la forza di chiedere un mutuo alla banca.

sono queste le piccole cose che mi rendono felice. Se poi riuscirò a finire anche il mio nuovo fumetto, lo sarò di più.
:-)

perec ha detto...

dio, il mutuo alla banca. io ho dovuto chiedere una raccomandazione ad un mio amico cioccolataio, per un fido in banca. e quando dico che sono precaria anch'io, la gente mi guarda incredula. eppure...
è che la vita pratica ci si mette d'impegno ad essere un ostacolo. e ci riesce benissimo! detto da una che a parte un sano utilizzo della cucina, in casa non è in grado di fare nulla, se non le pulci agli altri, quando puliscono. e che se c'è una libreria davanti al fornaio, ed è scesa per comrpare un chilo di pane, spesso torna con un chilo di libri e un pacchetto di granetti, che se il libro mi piace e ci finisco dentro, magari domani non devo interrompere la lettura per scendere a comprare il pane.

Anonimo ha detto...

Lavorare...a me sembra, igort, che siate sempre in ferie. La fatica creativa! Andiamo...

iodisegno ha detto...

per l'anonimo
La fatica creativa, se non la capisci, noi NON proveremo a spiegartela.

igort ha detto...

parla di fatica uno che non fa neppure la fatica di firmarsi. certo che ce ne sono di puzzoni in giro...

Anonimo ha detto...

Carissimi,
io mi lavo regolarmente, e non puzzo. Emanate odori strani forse voi artisti in ferie, autori da una pagina ogni qundici giorni, dal sudore causato dal troppo riposare. John Romita Junior, lui si che lavora, altro che voi..Brian M Bendis pure. La fatica creativa, anzi, la Fatica Creativa...ah concetto trascendednte, difficile da spiegare...

perec ha detto...

anonimo, puzzi idiozia lontano un miglio. l'invidia resta una brutta bestia.