22 gennaio 2006

bazooka



una sola parola: bazooka. Sapete cos'è stato?

23 commenti:

andrea barbieri ha detto...

Ehm, io no...
Arrivo al massimo a Minotaure.
E anche la rete non mi ha illuminato.

igort ha detto...

in rete ci sono moltissime cose. Per es.
http://arts.factory.free.fr/editions/index_bazooka.html


bazooka è stato un movimento geniale ed innovatore che sul finire degli anni settanta ha rivoluzionato il mondo dell'immagine disegnata.

vedere per credere. Ne parliamo.

Dee_Mo ha detto...

Trovato altro: http://users.pandora.be/ua001/Bazookapics/index.htm
e anche "Le 'Commando graphique' Bazooka collabora à 'Libération' en 77-78, où ils firent scandale, et publièrent leur propre magazine, 'Un Regard Moderne'. Ils inventèrent le concept de « dictature graphique » et permirent un certain renouvellement des techniques utilisées par les auteurs de bandes dessinées (collage, « cut-up », etc.).

Dal 2003 Un Regard Moderne è stata rilanciata online: http://www.unregardmoderne.com/

Che dire...immagini notevoli, specie quelle di LouLou Picasso.Mi fa strano non averne letto ai tempi. Forse ero disattento.

alterelfo ha detto...

claro que sì,
devo avere ancora da qualche parte dei fascicoli bazooka autoprodotti, poi sono usciti come inserto in alcune riviste francesi.
loulou e kiki picasso: uso grafico delle fotografie, echi di Chantal Montellier, un segno così freddo che al loro confronto Figidaire sembrava un calorifero.
non so perchè ma oggi mi fanno un pò pensare ai Kraftwerk

igort ha detto...

Era Chantal ad avere echi di Bazooka. Perlomeno questo è quanto qui si dice.
I bazooka son tornati. La cosa geniale è che Bazooka non era solo bello, era anche intelligente. Meta narrazione. le immagini dell'attualità ridisegnate perdono il loro potere originario; cortocuicuitano, mostrano le loro cotraddizioni, l'aspetto grottesco di un reale sempre più malato.
Uso politico del disegno, Millenni superiore alla satira. Rodchenko rivive, i dada, i futuristi, i vorticisti si stringono la mano per creare una nuova visione della narrazione, d'attacco.

circostanze:

Olivia Clavel (componente di Bazooka) partecipa a Patate.
La libreria un regard moderne prende il nome da qui.


Libri consigliati:

almeno due, per chi non possa permettersi il lusso di comperare le cose originali di alterelfo

044 Bazooka
preface de marc zermati (13 euro spesi benissimo) testi in francese e inglese

Bazooka un regard moderne
scritto da Vincent Berniere. 35 eurini, edito da seuil. Ordinabile al sito della fnac

andrea barbieri ha detto...

Sì, anche a me è venuta in mente Chantal Montellier (che conosco solo per lo straordinario volume Coconino). Nell'introduzione si dice che Chantal non aveva la perfezione decadente dei Bazookas. Comunque le immagini di Chantal sembrano composte proprio con l'armamentario che si vede nel link segnalato da dee-mo.
Il fatto è - penso - che da anni in Francia c'era un fermento artistico inimmaginabile, tutti facevano cose grafiche meravigliose, e si scambiavano le esperienze: una grande onda. Insomma quella qualità lì viene fuori anche dal movimento di cervelli e mani che circondava i Bazookas (credo eh).
Certo della grafica che nasce dall'attualità ma resiste nel tempo come un cristallo purissimo è notevole.

p.s. forse lo sapete già, io l'ho scoperto solo ora: i link nei post si vedono tagliati ma basta evidenziarli col tasto destro, copiarli e incollarli sulla barra di navigazione, e compariranno interi, portando felicemente il navigatore a destinazione.

igort ha detto...

Chantal era più intenta a narrare creando dei paesaggi urbani e comportamentali di desolante e disperata bellezza. Se mai c'è stato un fumetto pop il suo è stato l'apice.
Bazooka era un gruppo di visionari politici e punk. Avevano un loro tristan tzara, che sobrio li guidava mentre loro in acido andavano a disegnare nei posti più disparati. Compreso il Louvre.
Queste loro prodezze venivano poi fotografate e narrate in un bulletin che usciva periodicamente. Le loro riviste erano vietate ai minori di 18 anni e loro che le facevano ancora al liceo non avevano li avevano neppure compiuti i 18 annii.
Credevano nella dittatura dell'immagine sulla realtà. Hanno visto, disegnato, anticipato e raccontato la civiltà del frammento. Il pensare trasversale nel quale "patata NON è patata" per citare Depero al contrario (che diveva "patata è patata).

matts ha detto...

vicenda affascinante, quella di Bazooka. Da ricordare anche per la lezione che ha lasciato a gruppi di 'media-activist' odierni. Pensate alla rivista AdBusters: in fondo i cosiddetti "culture jammers" non fanno cose diverse, anzi.

Mi ha anche fatto pensare al gruppo Archigram. Che andrebbe riletto da chi studia e crea fumetto, per quanto ha saputo far fruttare di esso in esperienza architettonica. Un lavoro potente, un pop visionario e irritante al tempo stesso. In parte - anche qua - con un sincero sguardo politico sul presente.

Mi sembrano tutti buoni esempi. Non solo archeologia. Un po' più di spirito Bauhaus (progettare imbastardendo; e con ambizione), se così possiamo vederlo, credo farebbe bene al fumetto di oggi.

Bisognerebbe parlarne di più. Ma a lungo.

matteo

igort ha detto...

Ottimo. Sono benvenute le aperture. In fondo costruire un racconto significa edificare un architettura di senso.

alterelfo ha detto...

Certo, e oltre agli Archigram vanno ricordati gli italiani Archizoom, tutto il filone dell'architettura radicale e gli interventi situazionisti di Ugo la Pietra. C'è in tutte queste esperienze un uso del disegno immediatamente narrativo e per nulla decorativo. C'è soprattutto attenzione ai rapporti umani che si creano in un edificio o in una città, in ultima analisi alle storie. non è un caso che siano esperienze parallele alla fantascienza radicale di Ballard e Aldiss, per non parlare di Dick.

andrea barbieri ha detto...

Però, un conto è se si vuole fare una mappa di quella che è stata davvero la storia dell'arte. Un altro conto è se si vuole decidere dove andare. Ecco, non so se Bazooka oggi è la strada da seguire. Così a occhio e con un po' di supponenza direi di no. Non cercherei più i frammenti ma qualcosa di pieno, complesso, aperto a tutte le determinazioni della vita possibili, leggibile, commovente. La strada è da fare! :-)

igort ha detto...

La cultura del frammento era quella del principoio degli anni ottanta; oggi siamo probabilmente altrove.
Ma la pratica di bazooka ha aperto nuovi scenari, nuove concezioni del disegno e dell'azione grafica. la loro lezione sarebbe ancora oggi molto importante.
Io credo che sia indispensabile avere una disponibilità di lettori e di autori diversa da quella attuale. Credo che sia indispensabile cercare, mantenere viva una curiosità che pare, giorno dopo giorno, eclissarsi.
Leggere forse vuol dire mettersi all'ascolto. Vivere cercare nuove frontiere, per non fermarsi alle certezze acquisite.

RobertoLaForgia ha detto...

anch'io sono alla ricerca (come il caro andrea) di cose commoventi.
per me l'intensità della pelle d'oca è indice di gradimento.
ma la strada aperta da bazooka (che sembra andare in tutt'altra direzione) è piena di intelligenza grafica (che significa intelligenza umana).

tutto è possibile.

il mio artista preferito è harpo marx.

RobertoLaForgia ha detto...

per esempio garretto (numero 1) o tutto ciò che potrebbe seguire la stessa direzione di quella cultura visiva fatta di meticolosa leggerezza, realizzava immagini piene di sapore.
anche questa può essere una strada da intraprendere oggi. e il caso vuole che almeno secondo me quella sia una di quelle strade che potrebbero portare da qualche parte anche oggi, soprattutto oggi (questione di gusti e di stile di vita).

non voglio chiudere la questione dicendo stupidamente che "tutto va bene" (come ho più o meno affermato nel comm. precedentemente) però molti immaginari sono fatti di dna dalla forza inesauribile, intrecci misteriosi con l'attualità.

è difficile affermare quale sia la strada da intraprendere (a meno che non ci si ponga davanti agli occhi delle mostruose cacate. anche l'apertura mentale ha dei limiti.

igort ha detto...

Ritrovare la leggerezza sarebbe una cosa auspicabile ma è una meta non facile da raggiungere.
Noi italiani siamo per definizione sbrodolosi e litigioni. Io credo in altre coordinate.
Personalmente mi interessa edificare.

Abbiamo nel nostro patrimonio una quantità enorme di materiali fortissimi. Ma non siamo abituati a metterli in fila. non siamo abituati a comprendere precisamnte cosa è la nostra cultura (visiva e non).

Questa falla la si vede forse meglio a distanza. E a distanza appare ancora più chiara la dispersione e la mancanza di centro che frulla e disperde un'identità abbastanza precisa.

E' come una squadra di calcio , il suo stile riflette uno stile di vita. io credo che qui da noi si possa giocare la carta della fantasia. Un po' come il Brasile di Messico 70.

Si stanno facendo cose molto belle, ricche e interessanti. Ricevo visita degli amici americani, di passaggio per Angouleme, e ho occasione di vedere cosa fanno, di parlare di una scena di narrazione con coordinate differenti. Poi alle dieci arrivano Gipi e Lucia. E la famiglia si amplia. i discorsi e le lingue si moltiplicano.
Lavori in corso.
Abbiamo solo cominciato.

andrea barbieri ha detto...

Il mio punto fermo di lettore è il rifiuto del postmoderno quando non è soltanto una forma per rivelarmi qualcosa sull'esistenza. Le trame in cui il campo delle cose che accadono è larghissimo ma assolutamente superficiale non mi interessa. C'è una differenza nell'immaginazione. Esistono immagini curiose che vanno benissimo per l'intrattenimento e immagini simboliche e potenti, tirate fuori con fatica dalla propria esistenza e da quella degli altri. Con questo non voglio dire che una narrazione deve per forza bandire ciò che è intrattenimento. Voglio dire che il simbolico, il potente, l'esistenziale deve essere sempre presente, anche quando i tempi suggeriscono di metterlo fuorilegge.
Un film meno conosciuto di Kurosawa, Dodes'KA-DEN (1970), è lieve e a tratti divertente, ma restituisce un'immagine forte, drammatica del mondo, coi suoi emarginati che precorrono di parecchi anni Il poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni e La voce della luna di Fellini. Quel film sul terremoto di Tokio, coraggioso e inventivo(una storia difficile e attori non professionisti, l'uso del colore da pittore astratto, dialoghi straordinari, doppio piano realtà-sogno portato avanti con tenacia) lo userei come esempio di quello che mi piace. Scusate il tono un po' profetico.

sten ha detto...

I gruppi radical come Archizoom, Ufo e Superstudio facevano architettura con i libri, i disegni e le sceneggiature. Ideavano storie e rappresentavano visioni utopiche che non erano più quelle positiviste della civiltà delle macchine, ma erano visioni critiche, ironiche, ludiche, che nascevano dalle contraddizioni della società dei consumi e ne registravano la sua realtà discontinua.
Erano anni in cui la cultura pop sconfinava ovunque, e gli architetti cercavano di ridefinire lo specifico del linguaggio architettonico attraverso un’attenta e provocatoria analisi sul suo stesso farsi, per verificarne continuamente i limiti. Producevano un nuovo immaginario (e lo facevano anche divertendosi).
In quegli stessi anni c’era anche chi faceva poesia visiva, con artisti come Lucia Marcucci, Eugenio Miccini, Luciano Ori, che forbiciavano e incollavano immagini rubate dalla pubblicità e ne traevano accostamenti stranianti, in una sorta di ‘guerriglia semiologica’ che metteva a nudo le bassezze della società dei consumi. Dadà era tornato, attuale più che mai, e in buona compagnia.
La cosa che accomunava queste esperienze e molte altre analoghe era la ricerca di una dimensione metalinguistica rispetto a ciò che si stava facendo: un interrogarsi continuamente dove stavano i limiti del linguaggio che si adoperava, e cercare di inventarsi il modo di spostarli un po’ più in la.
Il tutto condito sempre in salsa pop.
Sono convinto che da questo atteggiamento si possa imparare molto ancora oggi.

Non conoscevo Bazooka, così solo ora ho potuto scoprire cosa mi ero perso!
Mi fanno venire in mente anche certi pezzi di mail art, e hanno un bel sapore fanzine punk anni ottanta, ma molto più ironico.
Mi appassiona questo spirito di detournare completamente certi stereotipi visivi, stravolgendoli, che è effettivamente una pratica molto francese, surrealist-situazionista.
Ci trovo la forza di saper rappresentare la “mostruosità” presente in certa normalità quotidiana, con una carica lisergica che inspiegabilmente mi evoca subito bellissime e potenziali storie noir in salsa acida, ambientate nella movida spagnola. (forse perché ci vedo anche un po’ dell’ Almodovar dei primissimi tempi, quando ancora fotoromanzava con Patty Diphusa).

andrea barbieri ha detto...

Sull'architettura non so un tubo ma su Miccini e compagnia sono preparato, mia madre allestì una loro mostra. Non so se oggi se il loro metalinguaggio funziona ancora (mi sa che non ci credo più nel metalinguaggio). Certo il messaggio di ogni grande artista, che l'arte abbia una portata politica (non politicizzata), è una sacrosanta e feconda verità.

igort ha detto...

attualità? Non pensiamo alle cose in termini giornalistici. Il lavoro porta un tempo zero. Mi spiego, la critica tende a ordinare nei cassetti le cose a piazzarle secondo criteri di corretta catalogazione. La produzione "artistica" parte da criteri sempre e comunque iconoclasti.

Anche inconsapevolemte talvolta.

Mi ricordo gli occhi stretti, nel tentativo di capire, di certi amici critici quando, ai tempi di valvoline, cercavamo di unire due cose diverse come per esempio il realismo socialista e il suo opposto, che era il costruttivismo.
Certi accostamenti si possono generare se, nella testa dell'autore, si verificano delle ragioni inconscie che portano a vedere un ponte tra elementi, pratiche, segni, culture, apparentemente distanti.

Fare le cose vuol dire seguir suggestioni.
Si catalogerà in seguito.

Ma una intuizione porta lontano, fuori dai cassetti della logica.
Per cui possono esistere lavori che fuoriescono da categorie giornalistiche come "l'attuale".

andrea barbieri ha detto...

off topic segnalo un sito appena nato. In archivio ci sono solo tre pezzi. Il pezzo "Sogno della letteratura" è per me davvero notevole. http://www.ilprimoamore.com/

sten ha detto...

E’ vero. Produrre ‘arte’ è qualcosa legato ai sensi, e quindi condivido in pieno questo bisogno di seguire suggestioni.
Non volevo parlare per categorie, forse mi sono un po’ lasciato trascinare mentre scrivevo.
Anzi, intendevo sottolineare l’idea che creare qualcosa ha a che fare proprio con il piacere: il piacere di seguire il proprio immaginario, il piacere di inventarsi il modo di forzare i limiti del mezzo espressivo che si è scelto, e il piacere di riuscire a tenere una tensione critica (‘politica’ e non politicizzata, appunto) nei confronti di quello che ci accade intorno, o anche semplicemente nei confronti di certe abitudini del fare artistico.
Insomma, spesso si vedono creazioni artistiche che finiscono per essere semplice ‘decorazione’, con l’unica preoccupazione di sedurre chi le guarda (non distinguendosi quindi molto da altri generi di prodotti)
Per questo mi sembra importante l’attitudine a interrogarsi su quello che si sta facendo.
Seguendo tranquillamente criteri iconoclasti, che mi sembra tra l’altro un bellissimo concetto.

andrea barbieri ha detto...

La forza politica dell'arte sta fuori dall'attualità. Non so, il compositore Arvo Pärt aveva forti problemi con la censura dell'Unione Sovietica benché il suo lavoro fosse lontanissimo dall'attualità.

Anonimo ha detto...

That's a great story. Waiting for more. »