12 gennaio 2006

il segno di un tempo




Vengono stampati e ristampati i libri sull'epoca d'oro dei cartoon. Oggi le diamo quasi per scontate quelle forme, quelle maniere (parlo degli atteggiamenti dei personaggi) quelle proporzioni. Eppure io sono convinto che abbiano ancora molto da dire, e non parlo solo da fumettofilo; non so bene spiegare ma a me pare che la grazia di quelle forme come la musica di quell'epoca, faccia parte di una dimensione precisa e definita. Compiuta e perfetta. L'epoca dell'elettricità non era meno evoluta e compiuta di quella dell'elettronica. Tuttavia il nostro atteggiamento oggi, sembra guardare con sufficienza le cose di un tempo. Convinti come siamo (quale fesso errore) che la storia segua una evoluzione orizzontale e infinita.
Non parlo di nostalgia. Penso che sia interessante porsi in un'ottica nella quale le cose non si archiviano come cappotti fuori stagione. Non so se riesco a spiegarmi...
forse il fumetto, con il suo essere povero e dimesso, è il terreno ideale per potere esplorare questa dimensione di tempo zero, perché non deve rendere conto a nessuno o quasi. Il fumetto lo si fa con pochi soldi. In molti altri media la posta economica in gioco è altra e si è dunque meno "liberi".

12 commenti:

igort ha detto...

caro Ponkyo. Dici: "Le icone di cartone hanno sempre il loro fascino. Basta tener presente che a usarle troppo si consumano".
Sono d'accordo. il punto è usarle NON ripetendo quello che già conosciamo ma portando queste icone da altre parti. Recuperando cioé lo spirito delle origini, quando Messmer o Iwerks usavano gli animali con una visione antropomorfa, inventando una cosa che prima di loro non esisteva.
La memoria è uno strumento meraviglioso, ma va guidato dall'intelligenza. Invece moltissimo fumetto a volte ha utilizzato sagome dall'aspetto familiare per fare maniera.

ponkyo ha detto...

Claro que sì, il punto sta tutto lì.
Il cartooning deve sempre muoversi in qualche direzione per avere senso, esser vivo. Fare un passo avanti e creare qualcosa ex-novo come dici tu, o fare un passo laterale e quindi reinterpretare, arricchire di nuovi elementi e chiavi di lettura le classiche e consolidate icone dell'immaginario comune. L'importante è NON muoversi in verticale, in altezza: impilare cioè come tante belle ciambelle insipide una serie di inutili (quando non irritanti) immagini fotocopia dell'icona originale.

igort ha detto...

Eppure, a me, Chester Brown che disegna quasi esattamente come Harold Gray (in Louis Riel) piace molto. Voglio dire che anche lavorare per ricreare un falso a-temporale è un'operazione interessante. Seth, non a caso suo amico, disegna come un disegnatore degli anni cinquanta.

Tutto dipende dall'intenzione a mio avviso. Sono operazioni di stampo pop. Wharol diceva che a usare i timbri e la serigrafia al posto della pittura tradizionale c'era una certa virtù: era come una rinuncia al proprio ego.
A me vedere certe cose, certe posizioni, interessa.

Negli anni ottanta ci fu un artista americano che fece una mostra di dipinti con lo stile di Morandi. Alla mostra lui era vestito e si comportava come Morandi.
La mostra aveva un titolo: Not Morandi.

BdC ha detto...

caro igort, ti leggo con interesse.
credo però che per capire meglio ciò di cui scrivi - mi riferisco al post precedente, "lettera di un antipatico" - dovremmo anche avere un confronto con il testo (o i testi) a cui ti riferisci.
volutamente omessi?
un caloroso saluto.
BdC

igort ha detto...

Caro bdc,
hai ragione. E' solo una piccola scaramuccia legata a modi di fare. Scrivo in rete e ho aperto la porta a uno scambio: il Blog. Ma quanto mi interessa è che si mantenga un' etichetta. che vuol dire che non ammetto l'insulto gratuito, per il solo gusto di ditruggere.
A chi fosse interessato a sapere precisamente a cosa mi riferisco rimando al blog sparidinchiostro, mercoledì, gennaio 11, 2006, nei commenti, (c'è il link nel mio stesso blog) ma, ripeto, il caso è chiuso.
Qui parliamo di cose. Non mi interessa alimentare delle risse. Quelle le lascio a chi non ha altro da fare.

Come ho detto mi interessa il contradditorio, è proprio per questo che ho stimolato la discussione. Ma in un contradditorio che si rispetti sarebbero necessarie delle tesi non degli insulti.
Quindi ho preferito semplicemente essere chiaro: il primo che offende qualcun'altro sarà messo alla porta.

In questo club la regola è che qualunque opinione è valida e assolutamente benvenuta a condizione che sia motivata.

Credo che il mondo del fumetto abbia smesso di interrogarsi veramente da oltre quindici anni. E' troppo importante, il piccolo seme che sta crescendo, perché lo si possa calpestare impunemente. La mia idea è che siamo forse arruginiti ma c'è molta intelligenza e molte cose da dire per tanti motivi. Non ultimo il fatto che diversii ottimi libri si stanno realizzando oggi.

Parliamone, cerchiamo di creare una maggior contatto tra autori e lettori. Per questo ho chiesto che ciascuno esprimesse il "cosa vorrei leggere".

a voi la parola.
Buon proseguimento.

andrea barbieri ha detto...

Ma rinunciare all'ego buttando il pennello o componendo brani musicali come Silence 4'33" (Cage), direi, con tutto il rispetto per il grande Cage, che è un'idea superatissima.
Come più o meno superati, per fortuna, sono i bluff postmoderni (li continua Cattelan).

Secondo me l'autore non deve ridurre tutto a citazione: a che ci serve un gioco combinatorio?
Completamente imbevuto di Deleuze, chiederei questo a un autore:
1. rinunciare al proprio ego rifiutandosi di trasformare l'arte in un "affare privato". Occorre che la sua singolarità diventi quella di tutti, quindi non basta per fare arte raccontare le proprie sfighe. E'questo strano concetto di divenire che fa di un artista un artista. Divenire un'altra cosa: la luna, una vecchietta stesa che parla con un filo di voce, un bambino che cammina in un bosco, un leggenda, un albero, un animale... ecco l'unica necessaria rinuncia all'ego.
2. rifiutare idee "consolatorie". L'arte apre una visione delle cose. Se la chiude con idee consolatorie è altro, è pubblicità, propaganda, religione in senso becero, un fazzoletto e una tirata di naso...
3. sviluppare una "forma" per traghettare al lettore questo divenire. Che sia una forma che usa elementi arcaicizzanti è un dato che non deve preoccupare quando è necessaria. Lo scrittore Mari è proprio l'esempio di come si possano riutilizzare cose passate per rinnovare il linguaggio.
4. rinnovare sempre la "forma". Il linguaggio va "spinto" anche quando si pensa a qualcosa di universale.

Lo so, non sono tanto analitico, vado avanti per saltoni, ma sotto c'è molta concretezza, ne sono sicuro.

igort ha detto...

Ragazzi, rinunciare al proprio ego è una pratica; non una moda. Ha molto a che fare con lo zen. E risponde anche a diverse domandine, se ben ci si pensa.

Insomma a te Seth o Chester Brown non interessano proprio? Io li trovo notevoli.

andrea barbieri ha detto...

Seth e Chester Brown sono tra i miei autori preferiti, ma non perché rinunciano al loro ego usando un linguaggio arcaicizzante, ma perché quello che disegnano è molto sentito. E quando uno sente qualcosa è perché ci si immedesima in modo convincente. Cosi Seth riesce a raccontare in "La vita non è male, malgrado tutto", non una storiella privata, non i cazzi e mazzi suoi, ma qualcosa che pur contenendo elementi autobiografici attraversa l'esistenza di tutti quanti. Trovo che questo sia un concetto molto concreto di rinuncia all'io, anche se capisco che esiste un'importante tradizione orientale, lo Zen, e che da noi ha portato a Cage e a tante altre cose dell'avanguardia, del design (Munari era un innamorato del Giappone) ecc.
Io vorrei leggere un fumetto in cui l'autore diventa in modo convincente tutto.
Quando Hokusai dipinge la luna, la ama talmente tanto da diventare la luna, e Leopardi allo stesso modo quando ne fa poesia.
Tu in Baobab citi la pittura giapponese con una grande tavola con la luna. Se tu non sentissi profondamete tua quell'immagine così come si è configurata nella tradizione giapponese, la tua sarebbe solo una citazione fessacchiotta, invece non lo è.

igort ha detto...

Ho dovuto aprire l'albo di Baobab per vedere dove avessi disegnato la luna. Nella mia testa le cose si affastellano e non ricordo neppure cosa ho fatto. immagino che parli dell'ultima tavola. C'è n'è una anche a tav 29. In realtà io sono, artisticamente parlando, un meticcio. Cultura europea, americana e orientale convivono nel mio sengo e lavoro in genere. A ogni modo non è una citazione; non nella mia intenzione. Se c'è qualcosa che mi piace o mi interessa diventa parte di un bagaglio estetico che mi porto dietro. L'uso in genere non è "intellettuale". A me interessa raccontare e tutto quel che serve per creare suggestioni di narrazione, o evocazione, è benvenuto.

andrea barbieri ha detto...

E' il paesaggio a tav. 29. Un atto d'amore.

andrea barbieri ha detto...

Ehm, ora ho Baobab tra le mani e mi rendo conto che la tavola è a pagina 7 dell'edizione Coconino, inoltre, ehm ehm, mi è venuto il dubbio che sia un sole. Cioè a me pare una luna. Se per caso è un sole: abbi pietà di un esegeta un po' rincuzzato :-)

igort ha detto...

E' una luna. No se preoccupe.