16 gennaio 2006

le facce del fumetto




Continua la nostra chiacchierata su "cosa mi piacerebbe leggere". Informato sulle diverse posizioni il dottor Hervet, veterinario del diciottesimo arrondissement, insiste sulla assoluta supremazia della storia. E' perfino stupito quando gli dico che c'è chi vorrebbe una supremazia visionaria. "Che noia", mi dice. "Come si può sostenere una cosa del genere? Dopo due libri abbiamo perso la necessità ultima che è quella appunto di leggere".
Per meglio specificare è corretto che il doc non intende che il disegno è insignificante o non ha funzione. Ma per lui la narrazione è importantissima.
Ho espresso il mio desiderio di "romanzo fiume", che è una cosa che mi piacerebbe trovare più di frequente; mi piace il feuilleton. Qui lo praticano in molti. Tardi, Sfar, Blain e via dicendo. (non so neppure quanti persepolis ci siano. A che volume siamo arrivati?)
Ma nella mia versione auspicavo una variante psichedelica. Visione personalissima e discutibile, (ha suscitato polemiche) ma lo ripeto, questo è cosa mi piacerebbe leggere adesso. E' solo la mia opinione e non riflette quello che vorrei pubblicare. Solo quanto mi piacerbbe leggere.
Mi piacciono molto diverse altre proposte di lettura. E amo il racconto breve. Ho infatti subito aderito alla visione frammentaria di Tomine, o di Loustal, agli haiku di Elfo e mi piacciono molto i racconti brevi di Nanni, Gipi, Ponchione e diversi altri.

C'è chi è d'accordo sull'attualità e importanza del fumetto di Crepax che oggi sembra non avere ancora uno spazio riconosciuto come meriterebbe nel panorama internazionale. Crepax è oggetto di fraintendimento, spesso considerato come "autore erotico". Che è fare un torto, a mio avviso, alla sua grandezza e complessità.

Il fumetto politico o con agganci sulla realtà sembra essere un argomento che sta a cuore a molti. Persone diverse. Anche legate ad altri media, non lettori abituali, vorrebbero avere un moltiplicarsi di reportage a fumetti, per esempio; o un tipo di "osservazione sociale".

Voi come la pensate?

Per esempio a me il fatto che la trasmissione di Radio 3, "Fahrenheit", debba sempre legare un romanzo alla cronaca del telegiornale mi lascia interdetto.
"Lolita" lo dobbiamo leggere alla luce di una retata antipedofila?
"Pastorale americana" legato all'infiltrazione terrorista sul territorio americano?

Ma questo non toglie che mi interessa leggere Joe Sacco e vedere come filtra il suo sguardo personale con le tinte più oggettive da giornalista (Sacco è giornalista iscritto all'albo).

Maus è oggi adottato dalle scuole americane. Il fumetto in Giappone è penetrato molto in profondiotà nel tessuto sociale. Viene usato anche per imparare le lingue straniere.

In questo caso va fatta la differenza, trovo, tra una funzione puramente pedagogica e una visione più autoriale.
Oggi si legge Maus; io a scuola ebbi a leggere Remarque o Saroyan. non ne capìì la portata artistica, ma penso che questo fosse anche per colpa dei professori, incapaci, forse, di trasmettere l'amore per quel che si leggeva in classe.

Il fumetto può avere mille facce e funzioni. Ce ne sono ancora molte da esprimere.

A voi la parola. Se non avete voglia di registrarvi scrivetemi una mail e riporto la vostra posizione.

igort@igort.com

35 commenti:

Spyro ha detto...

Trovo molto interessante questo dibattito sul "cosa mi piacerebbe leggere".
Io mi trovo abbastanza d'accordo con il dottor Hervet, se ho ben capito la sua posizione: prima di tutto voglio leggere una storia. Interessante e solida.
Dopodichè, parlando di fumetti, non si può prescindere da un discorso sulla "forma" e sull'esplorazione del linguaggio specifico.
Io credo che Crepax sia un maestro in quest'ultimo aspetto, ma devo dire che quello che racconta, il puro e semplice "contenuto" non mi ha mai entusiasmato. E questo è secondo me il limite che lo ha portato a essere non sufficientemente riconosciuto.
Tornando al cosa vorrei leggere: vorrei leggere storie scritte per essere raccontate a fumetti, o storie raccontate in una maniera possibile solo attraverso i fumetti. Che sia una cosa come "Blankets" o una come "Obliquomo" non fa molta differenza.

igort ha detto...

Caro Spyro, credo di condividere la tua visione, in effetti la scrittura fumetto esiste e sarebbe bello, anche se alquanto impervio, cercare di comprendere di cosa sia composta questa grammatica.
Le storie come quelle di Crepax sono storie semplici raccontate con un apparato visionario impressionante e molto innovativo. Se Crepax fosse nato in America io credo che adesso sarebbe nei musei, molto probabilmente. Ma questo fa parte del discorso dell'esterofilia che nuoce all'italia da molti anni.
(Pratt o Manara sono stai santificati i Italia dopo il loro grande successo in francia, e non sono mica gli unici).

A ogni modo rispetto la tua opinione e le tue impressioni. Mi interessa molto il fatto che puntualizzi "storie scritte per essere raccontate a fumetti, o storie raccontate in una maniera possibile solo attraverso i fumetti". Questo aspetto non era ancora venuto fuori.
thanks.

Spyro ha detto...

Su Crepax non vorrei essere frainteso: io adoro il suo modo di raccontare a fumetti e credo anch'io che il suo lavoro non sia stato abbastanza assimilato e considerato. Il discorso sull'esterofilia è sacrosanto, ma credo non sia un problema solo del fumetto ma anche di altri campi artistici e pop-culturali. Credo sia la cultura italiana che da un lato non valorizza queste forme d'arte (forse si guarda troppo alle glorie passate?), dall'altro fatica a esprimere un discorso profondo e strutturale che si rivolga anche ai non "addetti ai lavori" (per esempio quello che fa Scott McCloud).
Almeno questa è la mia impressione, chiedo scusa se ho spostato troppo il discorso dal tema iniziale.

2D ha detto...

Ci riflettevo dai tempi dell'altro post sull'argomento 'cosa mi piacerebbe leggere', ma non ero ancora arrivato a una definizione soddisfacente.
Pensa e ripensa, credo che alla fine potrei dirla così: mi piace leggere storie 'risonanti', che continuino a dirmi qualcosa anche quando ho finito di leggerle, un po' come certe canzoni; che entrino a far parte della mia visione del mondo e l'arricchiscano. E viceversa, che si lascino completare dalla mia esperienza e immaginazione.
Probabilmente è una definizione che prescinde dal genere della storia e dal modo in cui è raccontata, e non è necessario che si parli di cose che mi riguardano da vicino, sta di fatto che ci sono storie (a fumetti e non) che rivelano questa loro qualità nel tempo, e altre che semplicemente non lo fanno.
Per il resto sono d'accordo con Spyro, anche per me il fumetto (come del resto altre forme di racconto) raggiunge il suo apice quando riesce a raccontare storie attraverso il linguaggio che gli è proprio, fatto di segni, spazi-tempi, pagine.

igort ha detto...

Difficile definire il cosa, molti si reiferiscono al come, che è corretto.
Volere essere coinvolti a fondo. Sentire "risuonare" il proprio essere. Mi fa pensare alle dichiarazioni della Ghermandi e della Giandelli.
Una domanda astratta porta a risposte astratte.

D'altronde dire che si vorrebbero leggere racconti brevi, per dire, è una risposta frutto di astrazone letteraria a sua volta. Cosa vuol dire? Dipende da chi e come li scrive.

Ma a me interessa sondare, registrare. Sono perfettamente d'accordo che si legga poco e se ne parli solo tra addetti ai lavori o quasi, ma non avete risposto rispetto a quanto osservo su Fahrenheit.

E' davvero necessario legare un libro a un avvenimento d'attualità? Non c'è in italia più un senso di leggere per leggere; una osservazione dello "scandagliare" in profondità aldilà dell'aspetto prosaico dell'esistere?

Spyro ha detto...

Secondo me questo voler legare all'attualità un'opera artistica (e aggiungerei narrativa) è uno degli aspetti imitanti del modo di intendere questo tipo di cose che è proprio di una certa cultura italiana (tanto per ricollegarsi all'esterofilia, anche se in realtà non so bene come vadano le cose all'estero da questo punto di vista).
Facciamo ancora fatica, cioè, a leggere le cose senza dare giudizi "politici" e senza applicare schemi culturali che non c'entrano nulla con quello che si sta leggendo (mi viene in mente la discussione di qualche post fa sul Frank Miller fascista).
La buona opera narrativa secondo me rimanda sempre a una realtà condivisa, generale(altrimenti non piacerebbe a nessuno) e quindi attuale, ma legarlo a un troppo specifico fatto o a una troppo specifica idea mi sembra quasi sempre un eccesso di interpretazione (e in quel quasi stanno tutte le opere volutamente ideologiche o volutamente riprese da fatti di cronaca).

igort ha detto...

Il successo di Persepolis deve molto a una lettura che prescinde dalla qualità artistica.
In Francia è un cosidetto "caso editoriale". E i giornali se lo contendono perché Marjane Satrapi è una autrice iraniana che ha parlato del suo paese.

Il dibattito su Franck Miller io lo trovo interessante anche se in realtà mi pare che nessuno lo approfondisca. Negli anni settanta c'era una discussione analoga su Dick Tracy. O su Celine o su Mishima.

Io credo che la visione del primo Batman di Kane, fose atrocemente manichea e fascista. Gould lo è altrettanto. Celine era decisamente antisemita. Ma il loro lavoro di artisti era un lavoro potente. La domanda che mi pongo (è una domanda, con tanto di punto interrogativo, caro Boris) è se questo sia sufficiente.
Se sia sufficiente per me dire, "sì, erano fascisti ma in fondo il loro lavoro è altro, porta altro. Porta una visione più complessa".
Io non ho risposte e cerco di pormi delle domande oneste, anche se oggi è di moda essere politicamente scorretti.

Se fossi ebreo potrei permettermelo questo lusso di essere politicamente scorretto?

I punti interrogativi si moltiplicano. Sopratutto quando autori come Tardi insistono sul fatto che sia necessario oggi fare "lavori politici".
(Tardi è il massimo estimatore di Celine che abbiamo in Francia, e a titolo anedottico sappiate che Liberation lo ha redarguito dicendo. "Tardi, autore di sinistra, illustra tutto celine e poi parte con un altro ciclo si Leo Mallet, perché non sta attento a cosa sceglie?")

Sono punti che dissemino in questa scacchiera; un invito alla riflessione. può darsi che siano sciocchezze. A voi l'ardua sentenza.

RobertoLaForgia ha detto...

riguardo a "cosa vorrei leggere": anch'io in un post precedente ho dato una risposta astratta in cui ho descritto più il "come dovrebbero essere scritti i fumetti" anzichè "cosa vorrei che un fumettista scrivesse". è più facile rispondere nel primo modo.
e forse (Forse) è l'unico (Forse). secondo me non è tanto importante cosa raccontare (cosa mostrare del mondo che ci circonda o della nostra immaginazione) quanto il come lo raccontiamo, ovvero il punto di vista, l'approccio dell'autore con ciò che vuole raccontare.
penso che la qualità di uno scritto equivalga alla qualità dell'approccio dell'autore con la materia del proprio racconto.
qui forse qualità sta per onestà.
la domanda che mi porrei è "come scrivere?".

ecco una domanda in più. che nessuno risponda altrimenti usciamo dal discorso e Igort mi uccide.

evocuoco ha detto...

mi piacerebbe leggere...quello che ancora non ho letto. e ovviamente non mi riferisco all'albo che deve uscire tra 1, 2 ,15 giorni, un mese, quanto piuttosto alla "storia", alla Storia!, alla S!T!O!R!I!A!, qualunque essa sia, di chiunque essa sia, quella capace di coinvolgermi e appassionarmi ancora una volta.
e mi piacerebbe leggere...il mio fumetto, quello che ancora non è uscito, quando uscirà, se uscirà, tra un annetto o giù di lì, se tutto va bene. http://abelardblog.blogspot.com/
saluti.

igort ha detto...

Prendiamo per buono l'attegiamento "onesto" di chi racconta; Va bene come assioma. mi trova ovviamente d'accordo.
La STORIA, quella in cui credere. Si è detto che tutte le storie derivano dall'Odissea. il paradigma ha avuto milioni di variazioni. In questo ipotetico recipiente l'autore riesce a mettere il distillato della propria visione del mondo. Di quello che ha visto, vissuto, compreso. Parlo per astrazioni dato che scrivere o raccontare in sé non è mai esperienza razionale. Ma spesso inconscia, stratificata, salvifica, illuminante.
Forse per questo, anche, la lettura ideologica di un lavoro è limitata e spuntata rispetto alla quantità di segni che ricoprono, come scaglie, il corpo dell'opera.

Non vedo riflessioni alcune sul mito. Strano essendo il nostro un paese in cui il mito dell'eroe si consuma a piene mani. (Forse dovrei dire Supereroe, no?)

kiakkio ha detto...

sono d'accordo col dottor Herbert che la narrazione è importantissima e capisco il suo pensiero ma allo stesso modo, secondo me, è importantissimo anche il disegno. Senza distinzioni. è semplice, voglio leggere un fumetto dove il segno si sposa perfettamente con la storia raccontata. dove solo quel segno è giusto per quella storia, adatto ad evocare quelle atmosfere. Un segno evocativo. Una relazione interdipendente tra storia e segno.

kiakkio ha detto...

ops, pardon... il dottor Hervet, non Herbert... comunque ci siamo capiti

andrea barbieri ha detto...

Non riesco a capire come possa il dottor Hervet trovare noioso l’elemento visionario nel fumetto e leggere fumetti. Non ho una cultura approfondita, ma non mi pare di sbagliare dicendo che fumetti con storie realistiche e disegni realistici si contano sulla punta delle dita. Per esempio in Maus gli uomini hanno la testa di topo, dunque Hervet dovrebbe trovarlo noiosissimo.
Ovviamente si parla di “elementi” visionari (funzionali alla narrazione), tutta una narrazione su un registro oltre le righe: nuvole dorate, mostri e capriole sarebbe una mappazza, ma nessuno può essere tanto folle da volere questo.
“Visionario” poi sarebbe una parola da approfondire (forse nemmeno correttissima) perché una visione surrealista è diversa da una visione tratta dall’Apocalisse, che è diversa da una visione di Kafka, che è diversa da una visione di Moresco, che è diversa da una visione di Goya, che è diversa da una visione di Fellini, che è diversa da una visione di Collodi.
Proprio Pinocchio è un bellissimo esempio di romanzo in cui la visionarietà apre lo sguardo naturalistico a verità su un piano diverso. Dovrebbe essere una storiella per bambini non essendo legata a fatti d’attualità, anzi rimanendone programmaticamente lontana, eppure è una storia che ci tocca profondamente, che attraversa con forza la nostra esistenza. Ecco dunque una storia che ha una presa sulla realtà pur non essendo realistica.
Dall’altro lato c’è chi fa reportage per assicurarsi la presa sulla realtà e la nobiltà del proprio lavoro, eppure proprio il reportage induce facilmente a cascare in schemi consolatori che ci allontanano dalla realtà.
Un’altra idea affrettata che si racconta/va in giro è che il narratore deve fare “esperienza” di ciò che racconta. Questo è vero solo in parte, in realtà, seduti alla propria scrivania si possono scrivere cose bellissime soltanto immaginandole, basta pensare a Emily Dickinson.
Il primato della narrazione poi non significa molto se quella narrazione è intesa come storiella leggera (Calvino, Lezione americana sulla leggerezza). E’ ora di dirselo che le storie light sono una palla pazzesca. Calvino è stato un grande scrittore, ma cosa sarebbe stata la sua opera se non avesse espulso la drammaticità della vita e l’erotismo? E gli epigoni sono ancora peggio. Pensiamo all’ultimo lavoro di Toffolo: è nato, poteva nascere soltanto da uno dei pochissimi testi di Palomar in cui Calvino non caccia a pedate dalla propria letteratura una riflessione sul dolore.
I racconti che piacciono a me poi sono mitopoietici: producono mito; non sono mitoclastici: distruttori di mito. Un piccolo racconto realistico dove la realtà è monodimensionale, i sogni dei personaggi non esistono, il dramma nemmeno, l’utopia nemmeno, non mi interessa.
L’ultima cosa, il disegno. Non è vero che il disegno è secondario. Il disegno è come la parola per uno scrittore: può uno scrittore usare parole sciatte, parole non funzionali al racconto, parole che non ama? Uno scrittore, un grande scrittore, scrive in una sorta di “lingua nuova”, se non lo fa, se non accetta il compito di rinnovarla e adattarla alle sue esigenze, è depotenziato. Come può un grande fumettista non curare maniacalmente il disegno, cioè una parte del suo arsenale espressivo?
La via del racconto è difficilissima, Baobab secondo me l’affronta benissimo.
Scusate, ho scritto in frettissima.

Sparidinchiostro ha detto...

E' davvero necessario legare un libro a un avvenimento d'attualità?

E' possibile non farlo?

Il lettore è una macchina per decodificare segnali: prende un testo (che l'autore ha disegnato pensando a un lettore ideale) e lo esegue, lo riattualizza. Lo stesso testo (indipendentemente dalle intenzioni dell'autore e da quelle dell'opera) assume per il lettore significati differenti a fronte del momento personale, sociale e storico in lo fruisce, lo interpreta e - inevitabilmente - lo usa.

Fortunatamente si vive anche di attualità e consapevolezza sociale (probabilmente meno di quanto ci piacerebbe) ed è quindi inevitabile ricontestualizzare un testo.

Ho sentito a Fahrenheit l'intervista a Davide Toffolo sul Pasolini con un misto di divertimento e inquietudine, perché a un certo punto il dialogo è diventato un battibecco - forse anche un po' imbarazzante - tra l'intervistatore (che voleva una risposta alla domanda: "quali sono gli elementi di attuali in PPP?") e Toffolo ("non sono interessato all'attualità di PPP, ma alla storia che ho raccontato").

Ciao
P.

andrea barbieri ha detto...

Fahrenheit è una trasmissione che affronta tutto in fretta, che sta sulla notizia, che promuove dibattiti italioti infiniti e inutili. Però è anche una delle cose migliori che c'è in radio. Insomma bisogna accontentarsi, se non si vuole fare qualcosa da sé..

Sulla suggestione dell'attualità nel presentare i libri, è ovviamente una trappola semplificatoria di lavori che presentano una complessità. Chi ha visto il documentario di Scorsese su Dylan ha certamente in mente la risposta meravigliosa che il menestrello ha dato alla domanda di un giornalista "lei è un cantante di protesta, quanti sono oggi in america i cantanti di protesta?"
Dylan: "132".

Spyro ha detto...

Mi piace quello che dice Andrea Barbieri nel primo commento, però mi pare che parta da un assunto sbagliato.
Non credo che sostenere il primato della narrazione voglia dire escludere elementi visionari e neppure snobbare il disegno.
Ma io credo che con una buona storia si possa fare un buon fumetto (non un capolavoro) anche disegnandolo "male" (cioè non conoscendo la tecnica).
Poi c'è una questione di ritmi e movimenti narrativi che sono a carico (anche) della parte grafica, ma direi che non fanno parte nè di quello che chiamiamo "storia" nè di quello che chiamiamo "disegno", ma di quello che chiamiamo "fumetto" che supera questa dicotomia, peraltro abbastanza oziosa.

igort ha detto...

Sul finire degli anni settanta, parallelamente ai movimenti musicali che riformavano le pratiche e le estetiche della musica, una serie di autori europei facenti capo alla testata "metal hurlant" hanno smontato il giocattolo "racconto a fumetti". Ci sono testi e conversazioni brillanti a riguardo nei quali Moebus, Dionnet, Druillet e altri parlano della "forma di una storia" che non deve essere "quadrata" a tutti i costi.
Più tardi Valvoline ha lavorato sulle potenzialità del linguaggio intrufolando suggestioni che provenivano dalle altre arti. Il decostruzionismo procedeva. Il fumetto italiano è uscito dai patrii confini e si è fatto notare in Francia e America.

Parallelamente c'erano delle derive estetizzante che proponevano un fumetto molto "illustrativo". in cui il disegno aveva una componente importantissima. Era la parte "immaginifica" che prendeva il sopravvento.
Si può narrare su diversi piani, a diversi livelli. Le percezioni non sono solo quelle legate alle parole e d'altronde era chiaro, il fumetto è un linguaggio meticcio per eccellenza. Si viaggiava con le immini come anni prima si era fatto con le esperienze lisergiche. Le trame si assotigliavano come un ostia sulla quale spiccavano le "visioni".

Ma qualcosa si ruppe. E il pubblico cominciò a perdere interesse.
Si distaccò lentamente.
Momento dopo momento, giorno dopo giorno, le riviste morirono.

E arrivò un'ondata riformatrice che ristabilì certe priorità. Arrivarono i "revisionisti" del mondo dei supereroi. Miller, Moore, Millis e molti altri che ragionavano sui loro miti definendo comunque nuove pratiche di montaggi e storytelling ma con interesse primordiale conferito alla narrazione.
L'esperienza visionaria del primo momento, che aveva portato alle vette del moebiusiano Harzack (nella quale la trama non era chiara e dunque, infrangendo la regola aurea dell'epoca, neppure riassumibile) sembrava non interessare più nesuno.

Poi arrivò l'ondata manga. A parte le storie di azione, già da noi note arrivò una cosa nuova: l'esplorazione della quotidianità. Un'esplorazione molto dilatata, e storia, storia, storia.

Adesso, da oltre un decennio stiamo leggendo nuove narrazioni di autori "indipendenti" (indipendenti da cosa? Dalle Major, forse).
E la scrittura è spesso dimessa (lontana dagli incarnati di liberatore, dalle forme rotonde e tridimensionali di Corben) ma apportatrice di un segno colto, comunque quasi mai banale.

Ogni scelta deve rispondere a una visione del suo tempo, del suo autore. Deve essere sincera e onesta. Deve andare a fondo, scavare per portare nel "non visto". Questi tre punti di un mio decalogo personale.

A dopo (risponderò a sparidinchiostro, ora ho un appuntamento)

andrea barbieri ha detto...

Sì sì, come dicevo sopra, se devo trovarmi di fronte un fumetto in cui la pochezza della storia è mascherata da disegni "lisergici" preferisco leggere altro.
Però queste cose qui non hanno nulla a che vedere, per esempio, con Pinocchio o Moby dick o La metamorfosi o Il grande male. Per fortuna.

Copio incollo qui sotto un piccolo intervento (illuminante sul tema "realismo") di una importante critica letteraria militante, forse l'unica in Italia: Carla Benedetti.
"La nostra epoca, come tutte forse, ma credo che questa di più di ogni altra, si autodescrive. Fa una descrizione di sé. La fa continuamente, attraverso le notizie, attraverso i suoi stessi processi comunicativi, ancor più che attraverso le sue ideologie. E questa autodescrizione è una trappola. Una premessa che si autoconvalida. Molte narrazioni odierne mi sembrano solo un’opera di manutenzione dell’epoca, un meccanismo di difesa del sonno dell’epoca che sogna se stessa e non vuole svegliarsi. Se non si sfondano questi schemi di realtà, per far emergere allucinatoriamente tutta la realtà,tutto lo “spurio” rimosso da questa autodescrizione, scrivere non ha alcun senso. E questo non lo dico solo per la scrittura narrativa, ma anche per quella saggistica e testimoniale e giornalistica."

igort ha detto...

Andrea: realismo è una corrente letteraria codificata. Non ha molto a che vedere con 'lauto-rappresentazione" di cui parla Carla Benedetti. Io posso rappresentare me stesso, o la mia epoca ( condivido questa analisi sul probabile eccesso di rappresentazione) ma posso farlo in maniera più o meno realistica, più o merno espressionista e via dicendo.

Un intera generazione ha lavorato su una visione "lisergica" e non solo per mascherare, come tu dici, una "pochezza" drammaturgica.

Questione di scelte, certo.

Quando Burroughs porgeva il suo invito al viaggio attraverso l'uso del cut up, lo faceva non certo perché non sapeva dove andare.

igort ha detto...

Per Paolo Interdonato (sparidinchiostro).
Quando parlo di libri sull'attualità intendo cose che rischiano di essere definite "instant book".
Per esempio mi è più volte capitato di sentire Palestine di Joe Sacco non si riferisce più alla situazione attale, è diventato obsoleto.
Non so se condivido questa opinione, ma mi ha colpito questo legare la lettura a una situazione storico, politico, sociale.
D'altra parte mi piacerebbe molto leggere delle cronache a fumetti settimanali fatte da osservatori- autori. Sinora certi esperimenti fatti in Francia e in italia sono stati piuttosto deludenti, ma la strada è aperta.

Leggere "Lolita" alla luce dell'ultima retata antipedofila?
A me la prospettiva fa letteralmente orrore.
La letteratura scava, spesso e volentieri (anche se non sempre) in territori che non hanno molto a che vedere con la cronaca. Si tratta probabilmente di tempi di sublimazione che portano nei migliori casi a osservazioni sull'esistenza, non sulla contingenza.

Il ventre di un narratore ha, per statuto, bisogno di digerire quel che vede, legge o sente in un lavoro di filtraggi e sedimentazioni.
Io credo che una comunicazione in tempo reale sia più propria di un'altro linguaggio che si chiama giornalismo.

Sbaglio senz'altro, ma penso questo.

andrea barbieri ha detto...

Secondo me non sbagli.

Sulla cosa di prima, il "realismo", ok, hai ragione a ricordarmi che non è detto che si rappresenti qualcosa con strumenti realistici. A me interessa il concetto per cui un'epoca si "autorappresenta" e il concetto per cui si devono far "saltare" con la propria narrazione questi schemi di autorappresentazione che un autore introietta forse senza accorgersene.
Ci vedo una specie di cammino sulla strada dell'autoanalisi, della libertà, della critica.
Che raccontare possa portare a questo mi sembra niente male e spero avvenga un contagio verso il lettore.

ps certo, Burroughs era un grande, anzi lo è ancora. Forse con lui saltava un racconto lineare, ma quanta verità si portava dietro quel "viaggio"... Se riesci a utilizzare Burroughs oggi (e ce la potresti fare), chapeau!

Sparidinchiostro ha detto...

Igor carissmo, tutto vero.

Però continuo a guardare la questione dal lato del lettore (e non da quello di chi racconta).
Ogni testo è fruibile sia come manufatto estetico sia come documento.

Il reportage (come Palestine o Safe Area Gorazde) è un genere letterario che ha dei valori anche quando non è più di attualità. Le foto dal fronte di Capa continuano a *raccontare* e sono spesso *belle*.
Ricordo che gli interventi di instant journalism (o di riassunto della vita di personaggi contemporanei importanti) pubblicati dal corriere dei ragazzi mi facevano capire delle cose e mi incuriosivano (credo di aver sentito parlare per la prima volta di barnard e dei trapianti del cuore in un fumetto di milani e toppi).
La sedimentazione degli stimoli da parte dell'autore è importante, ma visto che c'è un'industria capace di sfornare fumetti mensili di 100 pagine, lo spazio per reportage di 4 pagine su un settimanale lo si potrebbe trovare.
Su Internazionale appaiono alcune cose pregevoli di Sacco, strisce discutibili di Satrapi e - su uno degli ultimi numeri - si è visto anche un capitolo di Pyongyang di Delisle (e quella forma di reportage a me piacerebbe vederla più spesso).

Dall'altra parte è impossibile leggere Lolita (ma anche l'odissea, la divina commedia, venere privata...) con lo stesso spirito con cui l'opera veniva letta nel momento, nel luogo e nel contesto economico-sociale-culturale... in cui è stata prodotta.
Ora, è chiaro che rileggerla alla luce della più recente retata antipedofilia è ridicolo. Eppure...
Nastassja Kinski era per quelli della nostra classe al liceo un sogno erotico (e così si spiega l'ipertrofia del braccio destro). Di recente ho rivisto una sequenza in cui - giovanissima - osserva la prostituta Susan Sarandon nella pratica professionale (qualcuno ricorda il titolo del film?).
Quella scena mi è oggi insopportabile e probabilmente l'industria cinematografica non la lascerebbe più sgattaiolare tra le proprie maglie.
Fingendo di essere una figura borgesiana (il menard che riscriveva don chisciotte), sarebbe possibile oggi (ri)scrivere Lolita o il racconto delle nipotine di anais nin? E girare Taxi Driver?

andrea barbieri ha detto...

Be', se non è possibile oggi comporre la musica di Mozart non è detto che non ci si emozioni come allora...

igort ha detto...

D'accordo su molte cose che dite e scrivete.
Reportage a fumetti? Sono pronto a pubblicarlo e sopratutto a leggerlo.
Instant journalism?
Idem.

Ma non credo che sia corretto leggere un libro alla luce di un avvenimento di attualità.

Dirò di più, si vola basso se lo si fa. Si confondono due piani;Lolita e la "retata antipedofila" docet.

Io credo che Lolita sia un capolavoro di humor, intelligenza, osservazione del mondo. Non l'ho mai concepito come un libro erotico, forse non sono normale, non so.

Autorappresentazione:
siamo malati di questa malattia. Vedendo la tv italiana da qui (sono praticamente come un tunisino; con la parabola puntata a sud) vedo che tutti i tg gridano l'informazione senza approfondirla. modello CNN. Informazione = spettacolo. La cosa che mi preoccupa è che l'approfondimento (nelle trasmissioni atte a questo) è puro gossip.

Stiamo cadendo molto in basso.

evocuoco ha detto...

leggere un libro alla luce di un'avvenimento di attualità è fare come quelle persone che adattano le profezie di nostradamus agli avvenimenti accaduti. e: lolita un libro erotico? ma quando mai!

igort ha detto...

Bravo Evocuoco. Brillante!
(Ma io ho vissuto sino ad oggi seguendo Nostradamus. Ho sbagliato tutto?)

igort ha detto...

ANASTASIA
Ricevo via mail e pubblico volentieri:

Mi piacerebbe leggere storie da Loplop.
Ai tempi del liceo rimasi colpita dai narrati su Ernst adolescente (tutto quello che seguirà le risulterà senz'altro noto, ma determinate vicende rimangono suggestive anche se conosciute);
dopo la morte del suo pappagallo rosa, accaduta nel medesimo giorno nel quale gli veniva annunciata la nascita di una sorellina, Ernst risolse di accomunare i due eventi imputando alla neonata la colpa dell'estinzione degli uccelli - creando, al seguito, la figura di Loplop, il Superiore degli Uccelli.

"Ricevo quasi ogni giorno la visita di Loplop, il mio fantasma personale.
Mi regala un cuore in una gabbia, il mare in una gabbia, due petali, tre foglie, un fiore e una fanciulla."

Tutti i racconti connaturano un insieme di frammenti; avvenimenti che si svolgono in sterminati calendari di singole ore formate da panorami differenti; sezionare questi aggregati per, susseguentemente, dipanarne i dettagli che li compongono abolisce la dilatazione narrativa.
Esempio banale: anni fa, quando fidavo ancora possibile disegnare le storie che appuntavo, nutrivo l'idea di assemblare progetti costituiti da fumetti brevissimi da conglobare nello stesso albo; se il canovaccio da sviluppare partiva dal recupero onirico, il volume sarebbe stato composto da una decina di storie (di tre tavole ciascuna) slegate tra loro, ma compiacenti un soggetto generale: una avrebbe parlato di sogni-bambini; un'altra delle parole-rito che si dimenticano al risveglio, un'altra ancora avrebbe assecondato quelli basati su azioni inattuabili in assenza di stimoli apparenti, quali gli elementi in grado di muoversi contro-senza vento, et cetera.
Un filone infinito di diverse prospettive allacciate strettamente al medesimo ambiente, ma disunite tra loro - al pari degli oboli portati da Loplop: frantumi scomposti da leggersi insieme.


Le auguro delle buonissime giornate.




Anastasia

igort ha detto...

Non è bellissima questa idea di Anastasia?

Ieri ho trovato dei nuovi libri. Alcune perle delle quali vi parlerò presto. Una mi ha molto emozionato.

kiakkio ha detto...

quello che ha scritto Anastasia è davvero bello... se dovesse un giorno realizzarlo, vorrei leggerlo.

Spyro ha detto...

L'idea di Anastasia è sicuramente una delle cose che mi piacerebbe leggere.
Sarebbe bello che la realizzasse oppure, per essere più cinici, che qualcuno le "rubasse" l'idea...

igort ha detto...

Dai Anastasia, cerca d farlo.
Qui siamo già in tre che lo vogliamo leggere.
Si apre una sottoscrizione.

igort ha detto...

GIORDANO.
Ricevo via mail e pubblico volentieri:
Caro Igort,

Cosa mi piacerebbe leggere:

vorrei fare una premessa. Sono convinto che al di là della logica narrativa comune ci siano molte strade da praticare per poter avvincere ed emozionare. A questo proposito, si parlava della rivoluzione attuata dagli autori di “Metal Hurlant”, mi sembra tuttavia interessante guardare al di là del mondo del fumetto, ai percorsi e alle esperienze attuati in altri campi artistici, per trarne interessanti spunti. Essendo un grande appassionato di teatro e danza contemporanei (soprattutto italiani), ho avuto modo di visionare ,in questi campi, un percorso che si è distaccato molto da questo tipo di logica, da una logica portata avanti dal teatro di prosa.
Spettacoli come quelli della Societàs Raffaello Sanzio sono costruiti per quadri sconnessi, in una struttura onirica, e si fondano sulla forza delle immagini. Pippo DelBono costruisce spettacoli amalgamando la poesia di Pasolini con la forza visionaria di Fellini, e via dicendo. Il punto è che in qualche modo il teatro è riuscito a costruire un percorso interessante al di fuori della logica narrativa imperante, con prodotti di altissimo livello. Ritengo sarebbe fruttoso cercare strade in questa direzione. Spesso sento dire che si tratta di prodotti di difficile fruibilità, ma è anche vero che per ogni cosa c’è bisogno di un bagaglio di esperienze da apprendere. Non tutto riesce sempre semplice. Ci si deve educare, niente nasce dal nulla, per ogni cosa c’è un percorso che bisogna costruire assieme, artisti e lettori (o spettatori).
Tendo a sottolineare comunque che sono un grandissimo amante dei romanzo fiume, ritengo che non si possa fare a meno delle storie appassionanti, che ci coinvolgono e ci trascinano. Mi piacerebbe riuscire a leggere una graphic novel che possa emozionarmi con ogni suo elemento (disegno ritmo e quant’altro), secondo la logica più congeniale e non solo attraverso la classica logica narrativa (mi viene in mente a tal proposito, quella che io chiamo la logica dell’emozione, che ho ritrovato nei racconti brevi di Suehiro Maruo in particolare nello splendido “Come preparare una zuppa di cacca”, una vera e propria messa in scena dell’estasi attraverso la giustapposizione di immagini). Spero di avere ben inteso la tua definizione di psichedelia, da questo punto di vista non posso che esere d’accordo con te.
Se questo è il mio pensiero per quanto riguarda la graphic novel, vorrei inoltre esprimere una considerazione sul versante delle strutture brevi.
In campo cinematografico, apprezzo molto i film che hanno una struttura paragonabile a quella di un romanzo fiume, ma, d’altra parte sono un grande amante di opere artistiche come i videoclip (per la precisione parlo dei lavori di artisti come Michel Gondry, Spike Jonze, Chris Cunningham, Jonathan Glazer e Floria Sigismondi), un settore votato alla sperimentazione, che spesso esclude dalla sua struttura l’aspetto narrativo e lo relega in secondo piano, che negli ultimi 15 anni ha partorito dei veri e propri capolavori, di cui poi il cinema ha fatto tesoro per eventuali innovazioni stilistiche e tecniche. Qualcuno potrebbe obiettare che il videoclip parte dalla musica, ma questa è sempre stato un elemento supportante del cinema in generale. Il fumetto ha sempre dovuto supplire a questa mancanza, e mi sembra l’abbia sempre fatto meravigliosamente con gli elementi specifici del proprio linguaggio. E’ chiaro che, nel caso del fumetto, per sviluppare qualcosa del genere, ci sarebbe bisogno di un elemento che fa da collante, come lo è la musica nel videoclip, (oppure riuscire a elaborare un particolare rapporto con la musica).
Mi piacerebbe vedere quindi un’area più votata alla sperimentazione artistica (in linea con il settore dei videoclip), che insegue in percorso variegato, e che poi possa confluire e supportare il terreno della graphic novel, una graphic novel che riesca poi a fare tesoro di queste esperienze.

Giordano

igort ha detto...

Caro Giordano, che dire? Grazie del tuo intervento. Abbiamo molte cose da dirci. Il tuo rilancio verso l'alto è particolarmente gradito.
L'idea di aprire la narrazione a molte esperienze non convenzionali è la linea sulla quale ho fondato la collana "ignatz".
Se parlo di romanzo fiume parlo di qualcosa che non esiste quasi nel fumetto. Se parlo di "psichedelia" è qualcosa che di solito è estranea all'esperienza letteraria ottocentesca.
Sto ruminando le idee mentre faccio, leggo, rifletto.

Mi fa molto piacere farlo insieme a voi perché io credo che sia possibile riconsiderare il linguaggio a partire da un nuovo modo di leggere.

Celati vent'anni fa, parlando di musica ebbe a dire una cosa illuminante: "cambia l'estetica musicale? Cambia la funzione stessa della musica".

Se pensate alla "ambient", che non si ascolta come una sinfonia o come una canzone, l'assioma è chiaro.

A voi la palla.

alberto ha detto...

Cosa mi piacerebbe leggere.
Dunque, in assoluto un fumetto come il Garage ermetico. Quel fumetto l'avrò letto almeno trenta volte.Credo che il motivo dipenda dal fatto che oltre a raccontare sa stupire con i suoi disegni. Spesso il disegno è funzionale rispetto alle storie, è immediato , grafico, essenziale tanto da portare alla lettura del albo in pochi minuti come mi accade con Pratt. Nel garage il disegno riesce a scindersi dalla storia , ogni vignetta è una cosa a se, è incredibile quanto riescano a comunicare, mi portano su altri percorsi, la lettura non ne risente, è che è più lenta, più ricca.
Mi piace una lettura lenta, mi piace soffermarmi sui dettagli, non mi basta la storia, voglio dei bei disegni, dei disegni con vita propria.
ciao.

evocuoco ha detto...

IGORT ha detto...

"Ma io ho vissuto sino ad oggi seguendo Nostradamus. Ho sbagliato tutto?"

Celati vent'anni fa, parlando di profezia ebbe a dire una cosa illuminante: "cambia l'estetica profetica? Cambia la funzione stessa della profezia".