11 febbraio 2006

in viaggio



a Bologna per lavorare,stare con le persone vicine e riflettere. Fa bene ogni tanto cambiare aria. Ieri sera ad Hamelin una mostra di Ludovic Debeurme, è il pretesto per incontrare vecchi amici autori. Ormai non abito più in italia da cinque anni. Vedo Bologna con occhi diversi, non ne conosco più le gerarchie, i tic urbani che ti danno il senso di appartenenza ad una comunità.
Lavoro con Leila nel mio vecchio studio, quello in cui ho disegnato quasi tutte le mie cose da "ishiki no kashi" in poi. E' piacevole ogni tanto cambiare abitudini. Di solito preferisco lavorare in casa, adesso invece prendere l'autobus per andare in studio mi sembra un' abitudine salutare; determina dei ritmi precisi.
Dopo la mostra ci si è trovati a un'osteria che frequentavo vent'anni fa con Toffolo, Semerano, Piero Ruggeri, Otto Gabos, Giacomo Nanni, Menotti, Paolo Parisi, un autore di self comics: Luca Vanzella.
Parlo della mia idea di disegnare la saga di Peppino Lo Cicero ( sono previsti altri due volumi di circa duecento pagine ) a colori. Ho dei dubbi, e ho quasi deciso di proseguire in bicromia, poi ne parlo con loro. E nasce una bella conversazione sul fare, raccontare e sul come raccontare. A volte piccoli dettagli di fabbricazione mutano la chiave di lettura di un lavoro, ne influenzano la percezione presso noi lettori.
Comprendo in breve che, alcontrario di quanto io pensi in questo momento, sarebbero tutti d'accordo per vederne una versione a colori (immagino dei colori d'atmosfera, come in Fats Waller) e una divisione in diversi volumi invece che il tomo unico. Una cosa che avrebbe anche, a mo di prefazione, una serie di disegni preparatorii e di documentazione raccolta: stampe dell'epoca, documenti, fotografie, illustrazionii e via dicendo.
Questione di cucina editoriale, ma non solo.
Che effetto vi farebbe se pubblicassi una nuova versione di cinque, a colori e con qualche scena che ho scritto in seguito pensando al film?

Tornando ai miei amici, è' interessante vedere come, malgrado il tempo sia passato (venivo con loro a bere una cosa dopo le lezioni della scuola Zio Feininger) la passione per il narrare con le immagini sia immutata.

Bologna è in fermento, anche i ragazzi di Canicola stanno crescendo molto bene e tutto sembra procedere secondo i ritmi posati di questa placida città.
Mi fa piacere ritrovarla meno imbolsita e addormentata di quando decisi di abbandonarla.
Ma non ho nostalgia.

27 commenti:

giordano ha detto...

Dopo aver riletto 5 e rimirato le tavole a colori di Fats Waller, penso che sarebbe una riproposizione interessante e graditissima, soprattutto se prenderai la decisione di proseguire la saga a colori. Giusto per curiosità, ma il film è in fase di preparazione o hai solo scritto la sceneggiatura. C'è la possibilità di vederlo realizzato?

RobertoLaForgia ha detto...

ciao Igort,
non capisco cosa intendi per "nuova versione". sarebbe una continuazione o una riscrittura?
se si tratta di una riscrittura, saranno le scene che hai in mente a dirti se vale la pena di essere messe su carta.
Però Però
cinque è un libro importante (almeno per me). una nuova versione potrebbe addirittura infastidirmi.
mi spiego: sono legato a quel libro. una nuova versione potrei percepirla come un qualcosa in più.
ma come al solito le cose sono complesse. non so. vedi tu.

passando ad altro... sembra che ci sia un bel clima tra osterie ed angouleme. mi fa piacere.

ciao ciao

igort ha detto...

5 è solo il principio di una saga, un racconto che dura oltre un secolo. Ho in mente almeno altre due lunghe narrazioni che, insieme a 5, comporranno questa saga. Ho disegnato a matita altre centoventi pagine che nell'anno prossimo verranno pubblicate.

Mi sto ponendo il problema se fare il resto della storia in una secca bicromia ( che amo molto) o in una versione a colori ( che amo molto ugualmente).
Chi ha visto le pagine di Black ha potuto leggere Caruso, che è il principio della seconda parte della saga.
Sto lavorando a questo progetto da anni, leggendo e rileggendo libri per la documentazione, e prendendo appunti. Si sta creando una scatola di materiali che diventa parte dell racconto essa stessa.

Se seguo l'idea originaria questo materiale va perso. Non lo si pubblica come non l'ho pubblicato con 5.
Ma non è grave, ne ho tante di cose che tengo nei cassetti, non ho la smania di mettere in campo qualunque cosa faccia.

Vedendo alcuni volumi francesi, alcune cose di Pratt, mi sono reso conto che a me quelle introduzioni fatte di scritti, annotazioni, disegni, cartine ecc. piace molto. Mi aiuta a comprendere meglio lo stesso racconto. Per questo motivo ho cominciato a riflettere sulla possibilità di pubblicare l'intera saga (5 compreso) poniamo in 8 volumi a colori. Ci sono ovvi legami tra i personaggi e la storia è leggibile come un affresco unico in cui racconto la storia di una famiglia e dell'italia che cambia, nello sfondo.

Inoltre per 5, lavorando alla stesura della sceneggiatura del film, ho scritto nuove cose che amo. Sono cose che non modificano la struttura del libro, ma aggiungono un paio di personaggi.

Una riedizione a colori sarebbe l'occasione di una "dub version" in cui le cose vengono messe in prospettiva. La mia idea sarebbe, se definiamo come valida questa ipotesi, di pubblicare 5 in due parti a colori con le nuove scene e poi subito dopo il primo volume del seguito.
Ma ripeto, sto riflettendo, per la prima volta, a voce alta.
Di solito queste decisioni fanno parte della cucina interna e sono discusse tra pochi amici o collaboratori.

Approfitto del blog per usare questo "caffè letterario virtuale" potere sentire le vostre impressioni.

Per il film, rispondendo a Giordano: è un processo lungo che riguarda accordi tra diversi co-produttori.
La sceneggiatura è finita e se tutto va come previsto a ottobre si comincia a girare.

La produzione vorrebbe che io seguissi la lavorazione del film, avventura certamente affascinante. Ma se questo dovesse distrarmi troppo dal fare fumetti ( nel cinema si perde moltissimo tempo in chiacchiere) declinerò l'invito.

andrea barbieri ha detto...

Ma Igort, sei già tornato a Parigi o ci sarà qualche incontro a Bologna?

andrea barbieri ha detto...

Ah, a giudicare da Fats o dalle riedizioni Coconino di tue cose "giapponesi", direi che il colore ce l'hai nel sangue. Quelli che hanno il colore nel sangue fanno bene la bicromia ma il colore è il punto d'arrivo. Certo, poi ci sono dei discorsi di costi della produzione, però, potendo, secondo me: colore!
(Mentre Corto Maltese o le cose di Pazienza a colori non mi convincono, ma forse è una mia mania.)

Nanni ha detto...

Personalmente ribadisco più che altro il "disappunto" per l'eventuale mancanza di quei due toni di nero che secondo me identificano in parte la cifra stilistica di 5 è il numero perfetto, così come lo conosciamo. D'altra parte non si può avere tutto. Anzi in questo caso si tratta di avere di più, con la documentazione e le foto.

E anche Andrea Barbieri certo che è ben schizzinoso :) Gli scorpioni del deserto a colori è bellissimo!
E' stata una bella serata anche se non sono riuscito a bere la birra.

andrea barbieri ha detto...

Sono anche schizzinoso, è vero, ma in più ogni tanto la sparo grossa, cioè la sparo più grossa di quello che so. Per esempio io agli Scorpioni nel deserto non ci avevo nemmeno pensato (principalmente per un motivo, ehm: non l'ho letto). E ora che ci penso, ehm ehm, Pratt faceva degli aquerelli cazzutissimi. Inoltre mi viene in mente che Pazienza faceva quadri non belli, bellissimi, tutti a colori, coi pennarelli. Segnate pure: oggi Barbieri due stronzate :-)

igort ha detto...

No, sono a Bologna in questi giorni, in clausura perchè sto chiudendo Baobab " che va in stampa a brevissimo.

Per la bicromia: è una tecnica a sé stante, nulla a che fare con il colore. Una cosa che richiede una capacità di sintesi.Il colore è analisi, la bicromia evocazione di colori e superfici, sintesi appunto.
Come dire che il punto di arrivo per un cantante è lavorare con l'orchestra. Dylan dimostra che non èsempre così. I dischi che apprezzo di Springsteen sono quelli acustici. Devendra o Bonnie Prince Billy mi piacciono per il tono felpato e intimo.

Ma qui parliamo di una nuova versione di 5, possibile, non certa, ripeto, sto pensando a voce alta con voi. e di un seguito a colori possibile ecc.

Non vedo gerarchie, meglio l'uno o l'altro ecc.
Però so bene che per il lettore il colore è più godibile, lo dicono le statistiche. Ma la ragione che mi spingerebbe a fare questa scelta è una idea editoriale in genere. C'entrano anche i tempi. Se faccio un volume come cinque passano tre anni almeno se pubblico delle tranches impiego lo stesso tempo ma i lettori sanno che esisto e cosa sto facendo. Come Baobab ma con il doppio di tavole.

Pratt non colorava i fumetti, erano le sue donne di solito che davano i colori. La prima: Anne Frogner usava acquerelli con toni vivi, l'ultima, Patrizia Zanotti Pantone con toni pastello.
Scorpioni del deserto: a quale versione ti riferisci Giacomo?

Per Paz io penso che quando ha fatto esperimenti di colorazione con gli assistenti non era veramente interessante. Lui ha fatto anche cose molto belle e altre che non mi interessano.

andrea barbieri ha detto...

A me piace moltissimo anche la bicromia di Sinatra dove sembra che tutto lo sfondo sia in ebollizione, mi pare che i disegni fossero a matita, forse su una carta ruvida: davvero evocativi.
Il colore, la bicromia, il bianco e nero, non volevo fare una gerarchia anche se sembra. In realtà trovo bellissimo il bianco e nero di David B o quello di Crepax. Però pensavo che se una persona ama il colore tende a quello, tipo Bacon, sarebbe impossibile immaginarlo in bianco e nero. Non so, è una facenda irrisolvibile, anche perché sia il bianco e nero che la bicromia in un certo senso racchiudono il colore, almeno come proiezione del lettore.
Sì, quello che non mi piace di Pratt e Paz è proprio il ricolorato a posteriori e da altri. Certo loro il colore lo sapevano usare benissimo.
Allora in bocca al lupo per il tuo fumetto nel segno della piovra di Hokusai.

Nanni ha detto...

Degli Scorpioni del Deserto mi riferivo all'edizione Milano Libri che credo sia della fine degli anni 80. Perchè ho visto solo quella anche se so che esiste una versione precedente, ma non la conosco. L'ho visto di recente e mi è piaciuto molto anche il retino a colori sgranato, ben visibile in quell'edizione, che lasciava però trasparire il lavoro a mano degli acquarelli.
Una cosa che per esempio Chris Ware ha realizzato "a tavolino" in certe pagine di Quimby the Mouse.

Non è che sono fissato con Ware, è solo che probabilmente è inevitabile per me menzionarlo in questo caso, non mi pare che l'abbia fatto qualcun altro.

Nanni ha detto...

Poi volevo dire (ma non vorrei portare troppo fuori tema la discussione) che non credo si possa dire che i lavori di Pratt, o quelli di Battaglia, fossero "ricolorati a posteriori", perchè da quel che so si trattava di un lavoro redazionale che veniva seguito anche dagli autori.
Ma comunque Andrea ha ragione su tante altre cose insomma.

igort ha detto...

Nella tradizione del fumetto esistono le "dub version". E' quasi parte strutturale del linguaggio.
A mio avviso il punto sta nel controllo che l'autore ha di questo remake.
Negli ultimi anni Batman Year One è stato ricolorato da Richmond Lewis, fidanzata di Mazzucchelli e artista plastica. Personalmente ritengo Richmond una buona artista ma forse preferivo la versione precedente con colori più "cheap", che profumavano di pulp: questione di punti di vista probabilmente.
In Francia c'è la tradiziione di pubblicare i libri di Adele Blanc Sec ( per esempio) di Tardi, in grande formato e in bianco e nero, con edizioni lussuose e numerate. Parallelamente si trova nel mercato la versione classica, a colori.
Akira di Otomo fu pubblicato in occidente con i colori di Steve Oliff, che fece un lavoro egregio.
ecc. ecc. ecc.
Io concepisco il tempo come una variabile utile alla sedimentazione, come uno strumento di lavoro. con il tempo rileggo i miei lavori e non è raro che pubblichi nuove versioni.
Adesso con i dvd ci siamo abituati ai bonus e alle versioni integrali o nuove di pacca (l'esorcista, apocalipse now e via dicendo) ma a me è sempre parsa una possibilità concreta, spesso in letteratura questa cosa si è fatta.

igort ha detto...

riceviamo e pubblichiamo volentieri.
Cristiano Fighera:
riguardo a 5...se si prosegue a colori va bene rifare la prima parte, magari ampliandola, anzi necessariamente, perchè funga da nuovo trampolino di lancio per il futuro. Se si prosegue come era prima allora no, niente modifiche. Casomai edizione "lusso" con "making of" a là Hugo Pratt.
E saluti.

igort ha detto...

riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Paolo Interdonato:

Igor carissimo,

stavo per postarlo su storyteller, poi però stava venendo troppo
personale (e ci sono anche elogi) e mi ha colto un po' di imbarazzo.

Che bella l'idea di fumetto in dub version.
Se ho ben capito le dub version (con cui mi sono scontrato per la
prima volta ritrovandomi per le mani alcuni stranissimi vinili di
importazione di sua maestà Lee Perry) sono le versioni in cui la
traccia vocale viene rimossa (dubbed away) e il pezzo remixato (e
spesso rallentato).
Un fumetto in dub version potrebbe essere quindi un fumetto in cui
vengono rimossi i balloon e al loro posto aggiunte info che rendano la
lettura comunque diversa (e probabilmente più rilassante)

Vabbé, è chiaro che sto travisando.

Torno al punto: 5 reloaded (o 5.2 è il numero perfetto - oggi mi sono
svegliato un po' idiota).

Un po' di tempo fa ho ritrovato i fascicoli pubblicati da Phoenix. Non
appena me li sono trovati per le mani non ho resistito al desiderio di
confrontarli con l'edizione in volume (quando mi succede di solito
gioisco molto del fatto che il formato, la matericità della carta, la
qualità della stampa, ... modificano sostanzialmente la storia e come
la percepisco).
Cazzo! Sorpresona.
L'edizione in volume è stata largamente ridisegnata (ne avevi
approfittato per gestire diversamente ombre e neri).
Avevo letto il comic book da lettore distratto (ho un terribile
problema con gli albetti: li perdo, non li rileggo, si nascondono nei
recessi delle mensole) e non mi ero accorto del lavoro di
ricostruzione dell'immagine e della pagina che hai operato tra le due
edizioni.

Sono tentato di dire una cosa tipo: "No, Igor, non ridisegnare 5: va
bene così. Vai avanti, ché già hai una casa editrice da cogestire e il
tempo per raccontare storie è poco. Tre anni a rilavorare 5 sono un
sacco di tempo"

Forse questa mia tentazione è legata anche al fatto che reputo le tue
pagine in bicromia straordinarie e quelle a colori, solo belle
(sorry).

Assolutamente da pensare un'edizione con annotazioni, rilavorazioni,
inserti rimossi o aggiunti per il film, parti di sceneggiatura del
film (e di storyboard, se esistono). Da pensarsi o come volume a sé
stante o come apparato critico al fumetto. Magnifico sarebbe avere dei
percorsi di navigazione che connettono le sequenze (ti ricordi le
extended version e i director's cut da rimontarsi nei laserdisc - roba
resa obsoleta dagli alberi di navigazione dei contenuti speciali dei
dvd, che però aveva una fascino incredibile e che costringeva il
cinefilo a incredibili sessioni di rimontaggio dell'opera).

Poi però mi viene in mente che magari un'edizione in bicromia,
trainata dal lancio del film, potrebbe essere meno visibile (e
vendibile) di una colori. E allora, cazzo!, diventa difficile capire
cosa sia meglio.

(e io non contribuisco per nulla a spostare la questione: il solito cialtrone)

Un abbraccio
P.

igort ha detto...

Caro Paolo,

Ti ringrazio del tuo contributo, sempre gradito.
Alcune brevi risposte e piccole problematiche che mi preme sottolineare.

Colore:
Credo di usare il colore in maniera narrativa e a mio avviso è così che serve in un fumetto. Poi, naturalmente, non discuto il gusto personale o le opinioni differenti.
In Giappone, delle oltre 400 lettere ricevute dai lettori alla pubblicazione di Yuri,oltre il 75% sottolineava il gradimento per il colore, che creava atmosfera e suggestioni di "nostalgia". Quello, ritengo, è il mio marchio di fabbrica, che serve a definire una identità e una riconoscibilità.

Personalmente non mi ha mai interessato il colore in chiave decorativa o rassicurante.

Narrazione:
La cosa che mi appassiona del fare "romanzi grafici" è che si tratta di una lunga gestazione; una seconda scrittura è quindi sempre la benvenuta.
A questo servono, anche, nella mia visione, gli albi ignatz. A chi interessa danno l'opportunità di una prima stesura e poi quando l'autore è pronto a pubblicare il romanzo finito si legge l'opera nel suo insieme e si puliscono e revisionano struttura e scrittura narrativa.
Questo che parrebbe un problema da nulla è invece un problema industriale che neppure le major hanno saputo risolvere.
Lettori e autori desiderano raccontare storie corpose, ma non ci sono i mezzi per farle crescere evitando scomparse dal mercato di un autore ( il classico: "ma che fine ha fatto?") per periodi indecenti o evitando che gli autori muoiano per mancanza di mezzi di sussistenza.

Arbitrario:
Detto questo una piccola specifica: Magnus, che era un grande autore cui tutti dobbiamo qualcosa, mi confidava che dopo tre mesi che aveva pubblicato un lavoro ne vedeva i difetti e avrebbe voluto rifare tutto da capo. I racconti disegnati e probabilmente anche quelli scritti sono così: hanno una aleatorietà e una possibilità di riscrittura nella testa dei loro autori che forse i lettori ignorano.
Nulla è eterno o statico. Tantomeno nella terra arbitraria della fiction.
Avrete certamente sentito parlare del fatto che Tarantino stia pensando una versione unica di Kill Bill con molte nuove scene e alcuni tagli rispetto a quelle note.
E questo, per esempio, è un modo di vedere che condivido e trovo del tutto naturale.

Un abbraccio. igor(t)

andrea barbieri ha detto...

Sì, sicuramente c'è qualcuno che usa il colore "in chiave decorativa o rassicurante", penso a un colore da illustrazione, fatto con gusto ma privo di dissonanze. Ecco a me invece piace un colore seriale, dodecafonico, ivesiano.
Però oltre a queste due direzioni, il colore rassicurante o sconvolgente, mi sembra che ne esista un'altra a metà strada. Penso a dipinti che hanno un soggetto terribile (le notti stellate e gli autoritratti di Van Gogh, i trittici di Bacon) in cui proprio il colore rende sostenibile tanta drammaticità. Che uso del colore è questo? in un certo senso ci consola e prende per mano, ci rassicura con una bellezza calda, riscatta il dramma. Rende possibile quella frase di Munoz: "[...] lo spettacolo meraviglioso e terribile che abbiamo davanti agli occhi."
Boh, forse esagero...

igort ha detto...

Caro Andrea, il fumetto lavora sulla sequenza di immagini, il colore in questo non ha molto a che vedere con la bellezza congelata di una singola immagine. Le vignette che si susseguono richiamano quelle precedenti e colloquiano con quelle successive. Il colore danza con questo, racconta suggestioni di ambienti che cambiano, registra temperature emotive, narra micro-narrazioni. Pensiamo al fumetto non sempre come pietra di paragone con altri media.
Loustal è un grande narratore del colore, per fare un esempio.

andrea barbieri ha detto...

Uhm Igort, effettivamente dici una cosa acuta a cui - non essendo fumettista - non avevo pensato.
Però senti, nel tuo volume Yuri asa nisi masa, usi dei colori raffinatissimi che si allontano molto dalle tonalità facili degli illustratori di libri per l'infanzia. In particolare penso a quei viola e magenta che incendiano la parte centrale del volume. Colori meravigliosi. Non vorrei dire una fesseria ma credo che nella pittura antica per ottenere quei riflessi velassero i quadri con la lacca di garànzia (e sono anche i colori di Miyazaki). Non so, leggendo ho come il senso che quel colore sia l'involucro di una storia dolentissima di solitudine e che tu scegli quell'involucro perché è una specie di rivincita del personaggio sul suo destino, una forma di speranza. Certo poi, insieme a tutto questo, c'è una sapienza musicale nel procedere con questi colori, ma non riuscirei a immaginare quella storia in bicromia o bianco e nero, non conterrebbe la stessa esplosione di speranza e di meraviglia.
Sono impressioni da lettore, magari tu pensavi a tutt'altro.

igort ha detto...

Brillo e Yuri sono nati con il colore, pensati per un viaggio nel colore e nelle atmosfere. Concepiti seguendo l'idea che il colore debba raccontare sensazioni, avvolgere il lettore e portare una narrazione sottile. Non penso potrei fare una versione in Bianco e Nero e mentre scrivo, così, su due piedi, neppure una in bicromia che non costituisca un macello. Poi man mano mi vengono ipotesi possibili per virare in bicromia, ma qui entreremmo nel tecnico e vi risparmio.
Ma il processo cui penso per Cinque è una cosa differente. Magari sbaglio ma da una sintesi è più semplice giungere a una analisi. Prendere la pellicola del blu e declinarla con altre intensità sarebbe una cosa che non modifica l'impianto contrastato, con neri forti di 5.
Ma, ripeto, questo che stiamo facendo è un esperimento. Sto ragionando o sragionando, in diretta. Vi sono grato dell'accompagnarmi.

sten ha detto...

In Fats Waller il colore,con quei suoi toni morbidi, ci fa sentire il Jazz.. E quindi è perfetto così.
In 5 invece ci sono certe splendide “ruvidità” espressive, contrasti netti, neri materici, quasi pastosi.
La luce che esplode contro quei toni medi grigio-azzurrognoli.
Poi penso anche a certe ambientazioni definite solo dall’azzurrognolo, che si pongono plasticamente su un altro piano, come se fossero delle quinte un po’ fuori fuoco. Immagini sognanti su cui si muovono i personaggi.
Forse Peppino lo Cicero non può fare a meno della “violenza” di certe ruvidità e di quelle quinte un po’ sfuocate dove prendersi ogni tanto una piccola pausa.
Magari il colore potrebbe aggiungere un po’ di plasticità alle forme, definire meglio l’atmosfera di certe ambientazioni, ma potrebbe anche stemperare un po’ troppo questa secchezza, questi contrasti espressivi di cui la storia ha bisogno. Ammorbidire troppo, insomma.
O forse no, chissà… Forse è solo che, come lettore, mi sono affezionato a quella bicromia.
Sicuramente tu saprai come non tradire certi aspetti espressivi anche con il colore.
Certo devo ammettere che la curiosità di vedere Lo Cicero muoversi in un mondo in technicolor è forte (ma c’è anche da dire che in quegli anni la televisione trasmetteva un’Italia in bianco e nero).
Nel dubbio mi affascina un’idea: e se il colore fosse solo in alcuni punti, lì dove la narrazione più lo richiede?
Prove tecniche di trasmissione a colori: l’Italia che cambia…

Bè, faccio per dire.

andrea barbieri ha detto...

"ruvidità espressive, contrasti netti" si dovrebbero poter ottenere anche col colore. Secondo me l'unica è provare. Speriamo che la cosa non rallenti Baobab. Non so, Baobab lo sento come il capolavoro, il libro dove confluisce tutta l'esperienza di prima, dove elementi di passaggio in altri libri esplodono, il più aderente all'emozione di esistere igortiana.

igort ha detto...

sono qui che disegno giorno e notte queste ultime tavole di baobab 2 e intanto ho abbozzato anche cose di Baobab 3 e 4. I ritmi prendono la mano, succede quando le cose vanno bene, le sequenze si ordinano da sole e si spostano da un capitolo all'altro. Il racconto una volta preso forma detta lui tempi e ritmi, io cerco solo di assecondarlo. Anche per me Baobab è la cosa più forte che ho fatto sinora. Me ne accorgo dalle notti insonni, vampirizzate da immagini che si impongono. Non so, sappiatemi dire voi, a me sembra che con questo secondo capitolo la storia prenda il volo e si comprendano meglio alcune dinamiche e traiettorie narrative.
Frattanto lavoro ad altri progetti che verranno la luce quest'anno. Ci sono tempi di sedimentazione in cui devo lasciare riposare una storia.
Anzichè attendere io lavoro su un altro racconto. Mi capita così da tanto di quel tempo che ho la tendenza a pensare di avere sempre fatto così.
5 a colori è un'ipotesi ma penso che la mversione a colori non cancellerebbe quella in bicromia. Io l'ho immaginata in bicromia, così è nata. Ma è pur vero che dalla prima scrittura in albetti alla seconda versione in volume c'è stata una piccola revisione.
Per anni ho lavorato nel silenzio, oggi, la possibilità di scambiare idee e visioni con voi mi fa piacere.

thanks.

bananos ha detto...

anche io sono molto legato a "5",profondamente direi e non solo come lettore appassionato.Ho amato molto quelle atmosfere e quella bicromia che tanto "parlava",che tanto spiegava,come il bianco e nero di certi film di orson welles,di "hitch", di de sica o addirittura un certo teatro "televisivo" del grande edoardo, nomi che servono solo a cercare di farmi capire.Tanto per spiegare,ho visto la nascita "fisica di "5":partendo da sinatra,al quale rimango profondamente legato,ho potuto ammirare il lavoro fisico e la realizzazione e mentale e cartacea del romanzo.Timido agli albori,ma già potente,con l'uscita a fascicoli(che custodisco gelosamente)fino all'esplosione in volume,che ne ha decretato il successo.Ricordo ancora quando dicevo alla mia compagna che finalmente il mio amico Igor aveva toccato il cielo con un dito!Da quegli albetti avevo visto quello che sarebbe diventato....il tempo mi ha dato ragione.Ora è il momento.Di Igort,conosco praticamente tutto il pubblicato,ma conosco anche i cahiers mai pubblicati,in bianco e nero,a colori,in bicromia,in graffite:quelli che per lui e per gli artisti come lui,sono semplici studi,annotazioni,embrioni di eventuali romanzi,solo dei moleskine ove annotare le idee e le sensazioni di un attimo.Ora è il momento.Ben venga allora il colore!Non potrà essere ne meglio ne peggio.Semplicemente diverso.Io amo il B/N.Vivo per il B/N.Se potessi vivere in un mondo immaginario vivrei in un universo in bianco e nero.Specialmente a cavallo fra i '40 e i'50.Da piccolo mi imbottivo di film di genere e quando un po più grandetto scoprii Tom Waits feci una scoperta memorabile:Esisteva anche la musica in bianco e nero(e diciamo anche in bicromia!).Ma il colore esiste e a mio parere non toglierebbe nulla al lavoro di cinque....anzi.Non mi aspetto un lavoro come quello di Fats,assolutamente no.Qualcosa di sicuramente diverso,qualcosa di tremendamente personale,qualcosa che mi farà rizzare le carni(e qui denuncio la mia nascita meridionale)..........qualcosa che.......avete mai visto un lavoro a colori in bianco e nero???

Scusate la lungaggine e
un saluto a tutti

Andreas

igort ha detto...

Caro Andy,
l'idea di una musica in bicromia o in bianco e nero è una grande intuizione. Illuminante.

Ascolto Waits in continuazione, a periodi non ascolto quasi altro. Consiglio anche l'ultimo Capossela, ancestrale e personalissimo.
Ci sono cose molto belle e vere in giro,oggi.

A essere onesti io stesso mi sto orientando in questa idea di un colore possibile per un lavoro nato in bicromia. Ed è vero che si parte da porti conosciuti (Fats Waller) ma poi è la navigazione che ti detta la rotta. La navigazione e l'imbarcazione (che per seguire questa metafora idiota sarebbe la struttura grafica di 5).
Quindi sono d'accordo che verebbe fuori quacosa di diverso da quello che di mio conosciamo.
Ogni lavoro è una tappa nella quale cerco di usare tecniche diverse, per mantenere vigile, se possibile, uno spirito di ricerca.
Tomine mi scrisse che di Sinatra lo aveva intrigato l'uso di bicromia sull'acquerello. Per gli americani certi accostamenti sono bizzarri, forse noi che siamo cresciuti in mezzo alla pittura li concepiamo come più naturali, non so.

A ogni modo adesso procedo ancora per qualche giorno con tavole dal segno sottile in cui riscopro il piacere di stesure semplici e perfino di tratteggi.
Mi reimmergo.
Stay tuned.

andrea barbieri ha detto...

Solo per dire che ieri ho sfogliato per la prima volta "That's all, Folks!": Igort, le chiamerai anche "immagini congelate" ma hai dipinto delle cose molto belle. In uno dei quadri più belli c'è l'apparizione del Polipo Firmino, che ancora non aveva dei tratti così hokusaiani.
Meravigliose anche le macchine.
saluti

igort ha detto...

troppo buono!

andrea barbieri ha detto...

Mi sembra che in tanti lavori ci sia qualcosa di autentico, oltre a un'estetica degli anni ottanta, che per una specie di osmosi non si poteva non raccogliere tra pittori, fumettisti e designer di quel momento. So che è pericoloso avventurarsi in un discorso sull'autenticità, ma che ci devo fare, mi piace chi si prende il rischio di dire qualcosa radicato in sè, attraverso le immagini o le parole. Se no l'arte a che serve?