25 novembre 2005

ricordando















Carta, ichiostro. Con questi due elementi si realizzano oggetti molto importanti per la mia vita: libri.
Sono le cose che mi piace portarmi in giro per la casa o in mezzo ai bagagli quando viaggio. Ieri è venuto a trovarmi Davide Toffolo, di tanto in tanto si fa un giro a Parigi e trascorre qualche giornata con me, in sua compagnia vengono fuori ricordi e racconti.
Una volta, si era negli anni ottanta, facemo un incontro cui partecipò anche Magnus. Eravamo io e i miei amici di Valvoline, e Magnus.
Lui disse una cosa che mi colpì molto. Quando faceva una storia per lui esistevano solo carta e inchiostro. Due elementi minimali, semplicissimi.
Quello era il confine tracciato per definire un racconto. Magnus voleva dire che non si poneva altri limiti che quelli dettati dalla fisica. Uno spazio e una materia tracciante per simulare un universo di racconto.
Questa frase, che è in realtà un metodo di igiene mentale, mi è rimasta impressa per tutti questi anni. La trovo ottima per darsi da fare nell’universo delle situazioni raccontate che definisce un romanzo.

Ieri ha suonato alla porta il corriere, mi ha portato le edizioni americane dei primi ignatz. Gli ignatz sono delgi albi, una sorta di rivista personale, che permetterebbe agli autori di pubblicare romanzi o estratti del loro mondo a dispense con cadenza regolare. Dato che a fare un romanzo ci si mette degli anni, per evitare che un autore scompaia dalla circolazione tramite gli ignatz vediamo cosa fa, capitolo dopo capitolo.
Questa collana ha, al momento, 13 autori di tutto il mondo e viene pubblicata in Europa e Stati Uniti. Ero molto emozionato nel ricevere questi albi, perché sono le classiche cose che io comprerei se le vedessi. In fondo il mio modo di fare editoria è molto intimo, pubblico i libri che mi piacerebbe comperare. Dato che non ne trovo molti li costruisco con la complicità dei miei amici autori. Rileggevo le cose di Huizenga ed ero confuso e stupito. Kevin va davvero lontano, racconta storie fragili e delicate con una capacità analitica unica. Usa delle invenzioni nel linguaggio del fumetto che ti fanno capire come molte cose siano ancora tutte da scoprire. Questo mi ha dato una grande fiducia. Ho tirato un sospiro e ho cominciato a pensare che forse è la strada giusta: abbiamo individuato un sentiero bello da percorrere.

Ritornando a Davide, oggi a colazione gli dicevo che sono stanco di parlare di “cose di avanguardia” quando in effetti tutto quello che chiedo è racconto. Racconto senza noia, racconto senza cose cervellotiche. Si tratta di fare un viaggio in compagnia di un cicerone, che sarebbe il narratore. Io lettore voglio potermi lasciare andare, avere fiducia che mi si porti in posti inesplorati e che mi si dicano cose che aiutano la mia comprensione sull’esistere. E’ così complicato?
Mio padre trovava che la mia fosse una battaglia persa in partenza. Che non ce l’avremmo mai fatta a traghettare il fumetto nella landa dei linguaggi evoluti.
Io non so se sono così pessimista. Certo, sinché in italia si perde il tempo a confrontarsi con lo spettro del fumetto popolare si gira a vuoto. C’è perfino chi insiste sul fatto che il romanzo grafico non esiste. Negare l’evidenza, vuol dire essere ciechi, sordi, fessi o peggio, in malafede.
(Mi ricorda cosa si diceva della mafia. Non esiste, è un invenzione dei media. Si è visto, infatti.)

Per il resto basta guardarsi intorno, in un festival qualunque per rendersi conto che siamo dei provinciali.

Ma qual è il punto? Il punto è definire delle rotte. Io credo che sia importante. Definire che sì, esiste una linea italiana al racconto. Che esistono per esempio autori italiani che stanno benissimo in un panorama internazionale, che hanno cosa da dire. Per questo mi fa felice ricevere gli ignatz americani. Tre anni fa Chris Oliveros, fondatore della Drawn & Quarterly mi diceva: sai quanti volumi stranieri vengono tradotti in America? Lo 0,4% della produzione in un anno.
Adesso noi siamo lì. Leggendo le storie di Kevin Huizenga penso che anche lui si ponga il solo limite di carta e inchiostro. Con quelle figurine si può andare davvero lontano.
Viaggiare stando seduti in poltrona, specie adesso che arriva l’inverno, può essere molto bello.

8 commenti:

Sparidinchiostro ha detto...

Caro Igor,
parli di carta e inchiostro e di magnus. E a me viene in mente una frase di questo gigante (credo sia riportata nel librino di Toffolo - appunto! - che spiega come si diventa autori di fumetti): "i fumetti dobbiamo imparare a farli in qualunque condizione. Anche nei luoghi più impensabili e con i materiali più poveri. E' un po' come imparare a nuotare: una volta che lo hai fatto, non lo dimentichi più".
Un approccio decisamente affascinante. Gli consentiva di disegnare Alan Ford sul tavolino in veranda durante le vacanze o di pensare alla compagnia della forca come fumetto da realizzarsi in viaggio.

Penso a questa frase e, tutte le volte, mi torna in mente la mia prima mostra di Zograf (non ricordo se a Cremona o al leonkavallo). Guardavi queste pagine (brutte, raccontate solo di istinto e con pochissima consapevolezza - ma ciò nonostante necessarie e da leggere) e in trasparenza vedevi che erano state realizzate sul retro di locandine e cartelli pubblicitarie.
Ci voleva pochissimo a immaginarsi Aleksandar in bici a Pancevo (tra un bombardamento e l'altro) che cercava carta su cui raccontare le sue storie.

C'è però un inghippo. C'è anche chi traduce questo pesante legame con carta e inchiostro in sacralità dell'originale.
Sono in tanti i disegnatori (anche tra gli insospettabili) che criticano sprezzantemente chiunque faccia uso di calcolatori (è l'esempio più comune). La motivazione è che se non hai più l'originale, non esisti più come autore: la tua mano scompare.

Mi accorgo di essermi lasciato andare a un deliro di parole un po' vacue. Col tempo la corteccia cerebrale mi si indurisce e il delirio se ne avvantaggia.

Ciao
P.

igort ha detto...

Sì Paolo,
a me interessa molto questa idea di lasciare una testimonianza semplice e diretta.
Fumetti da viaggio? Bellissimo.
Bisogna essere onesti e senza troppi pregiudizi per capire che cos'è "fare racconto".
Per esempio in Olanda con Chris Ware, Seth, Burns e altri mentre parlavamo Chris disegnava il suo diario a fumetti, vignette piccolissime fatte di disegnini e scritte che ci vorrebbe il binocolo per leggerle. Eppure era lì, presente. Parlava e sherzava e ci disegnava.

Il disegno come lente per leggere il mondo. Nel suo caso è vero.

Gipi adesso mi manda le sue storie improvvisate.Scrittura quasi jazz, di getto. Improvvisazione su un tema. Mi fa pensare a "scrivere bop" di Kerouak, quel libretto che è una specie di manuale di scrittura creativa, in senso lato.

O Spiegelman che impiega anni a fare poche tavole mediando attraverso il computer e programmi di impaginazione per arrivare a fare cose complesse come le sue idee sul racconto.

Sono tre atteggiamenti differenti e tutti veri. Onesti.

Ognuno risponde alle proprie idee, alla propia cultura di appartenenza (sì ne abbiamo una se Art, vedendo le tavole di Brillo e Yuri mi diceva che secondo lui si vedeva che avevo la cultura dell'arte europea e italiana alle mie spalle, perché un americano non avrebbe mai potuto colorare così).

D'altra parte Paolo Bacilieri nel corso del nostro incontro a Cremona, mi fa un complimento dicendo che sono snob. D'accordo, ma perché, solo perché mi pongo la domanda di cosa sia raccontare?

alberto ha detto...

Ciao Igort
ieri sera prima di spegnere il computer ho dato una lettura al tuo blog. Molto interessante.
Il tuo racconto di ware che fa il fumetto in tempo reale mi ha divertito molto e mi ha fatto pensare.
Spento il computer mi sono incamminato verso la stazione per prendere il treno per tornare a casa,
un solo pensiero. Raccontare in tempo reale.
Salito sul treno ho preso il mio libretto dove appunto i testi delle mie canzoni e ho iniziato a disegnare .
Ho cercato di raccontare quello che stavo vivendo in quel momento e già che c'ero ho fatto un resoconto disegnato della mia giornata.
Mi sono divertito, non condizionato da nessun colpo di genio, mi sono lasciato andare. Dal risultato ho elaborato due considerazioni.
La prima: un' idea forte e precisa complica le cose, perchè ci rende più critici che registi, ci porta a realizzare storie che vorremmo vedere e non storie che siamo in grado di fare.
Bisogna essere più indulgenti con noi stessi. Non essere dei geni, non può essere una colpa. Rilassiamoci.
La seconda: il disegno è più espressivo e la storia scorre che è un piacere. Provo una rabbia pazzesca quando vedo i miei allievi che disegnano sempre e ovunque. Sulle tovaglie delle pizzerie fanno dei capolavori!
Anche io un tempo ero così.
Magari se mi rilasso....
ciao

Alberto Pagliaro.

Ps: stamattina in treno mi sono riletto "Attorno a Sarajevo" di Wazen.

igort ha detto...

Lasciarsi esistere. un precetto zen.

D'altra parte imparare a vedere sarebbe in teoria molto semplice. Se non fossimo condizionati da idee preconcette sulla narrazione.

Trovo che ci si ponga sempre una progettualità sbagliata e aprioristica. Non vorrei essere troppo polemico, ma sapete quanti progetti sui serial killer o sulle fogne di new york ricevo a coconino?

Perché esiste bonnie prince billy o devendra e tutti in italia si misurano solo con laura pausini?

alberto ha detto...

rispondo alla tua domanda:
io credo che dipende dalla mancanza di autori bravi sul mercato ( quello che conta).
Mi spiego. Quando io ho iniziato a disegnare fumetti, nelle edicole , oltre a topolino e a tex trovavo Il Grifo con De Crecy, Fuego, Corto maltese con Mc kean, Miller e Sienkiewicz, All american Comics con Chaykin, Alter/ valvoline, Frigidaire, Nova express ecc....
Ai miei allievi se chiedo se hanno mai letto un volume Coconino, mi guardano come se gli stessi facendo una supercazzola.
Cosa c'è adesso nelle edicole?
La Pausini.
Non ho niente contro la Pausini, ma voglio anche le CocoRosie.
ciao

igort ha detto...

Le cocorosie? Che roba sarebbe?

alberto ha detto...

Le ho scoperte per caso due settimene fa alla flog qui a Firenze.
Ricordano i Sigur ros o Bjork. Molto interessanti e anche molto carine.
Ammetto candidamente che a metà concerto stavo per crollare, ma poi mi sono ripreso e alla fine, il concerto mi è anche piaciuto.

http://www.cocorosieland.com/

ho cercato su internet gli artisti da te citati, mi scarico un pò di canzoni e poi ti dico cosa ne penso.
ciao.

Pippo ha detto...

Sei snob, e un bel ... "name dropper"...
Tuo, Pippo