18 ottobre 2008

dniepro21


Finisce qui il mio diario di viaggio. Perché finisce qui il mio viaggio, per ora. Ci sono cose che si sono aperte e altre che portano riflessioni. La porta ad oriente mi sta conducendo a riattraversare territori cari. Giappone, Unione Sovietica, probabilmente tra non molto India, chissà. Come quasi trent'anni fa, quando questi luoghi li sognavo su carta. Oggi li vivo, respiro. Ed è molto forte. Tutto molto forte. Devo aspettare per poterne parlare. Mi aspettano adesso i giorni del distacco. Un treno di notte domani, e poi un aereo e poi Parigi. Indietro, provvisoriamente, nel mio mondo. Ma un pezzo di me rimane qui. Ho già un biglietto di ritorno, non finisce mica così.

17 ottobre 2008

dniepro20


I. tra poco compie sessant'anni. E' un maggiore dell'aviazione in pensione. Dice che quando c'era l'U.R.S.S. i militari erano più pagati, adesso non si sa come fare per sopravvivere. Nonostante abiti nel villaggio, a 30 km dalla città, dove la vita costa pochissimo. Dice che ci avevano creduto al sogno sovietico e che quando è crollato è stata una delusione per tutti. Al principio le cose sembravano come prima ma poi con il tempo sono peggiorate. Adesso la vita è quello che è. A sera, dopo che abbiamo bevuto una birra corre verso il maschrut taxi, in fila insieme alle decine di persone che devono tornare a casa.

Suo figlio Vania lavora in una compagnia di fuochi d'artificio a Mosca. Sono Russi d'origine. Dice: "Putin presto invaderà l'Ucraina", e ride."Bum Bum Badabum". Ha 23 anni Vania, ed è ubriaco. Per lui la guerra è un gioco. Dandomi il suo biglietto da visita mi mostra che di fianco alla scritta Piroff ci sono disegnati due cannoni. "Piratecnica!", dice. E ride. Mi chiede un biglietto da visita, che non ho. Disgustato mi dice: "cosa ci fa un autore di libri senza un biglietto da visita?". Gli dico che non me ne faccio nulla dei biglietti da visita, se vuole gli scrivo il mio numero su un foglietto. I suoi occhi corrono veloci a cercare da qualcosa da dire. Poi ilare esclama: "Berlusconi mafiossa".

16 ottobre 2008

dniepro19 (Storia di Nicholay6 e ultima)


Chiese soldi ai figli ma nulla, fu operato a credito. Pagava con l’intera pensione. I vicini gli davano cibo. Ma non migliorava, era talmente magro, gli dissero che aveva bisogno di una seconda operazione ma che il rischio era davvero troppo alto.
Nella convalescenza però, incontrò un uomo che veniva a trovare un amico. Era di un anno più giovane di Nicholay, di Dnepropetrovsk. Una chiacchiera tira l’altra e in breve l’uomo divenne anche suo amico. Portava cibo e calore umano.
La cosa della seconda operazione era un problema reale, c’era poco tempo, si sentiva sempre peggio, debole. Quest’uomo propose di accoglierlo a casa sua e di aiutarlo, accudirlo. Cucinare per lui. Comprava anche le medicine. Per due mesi visse in quella casa. E non migliorava. Allora l’amico gli propose: “andiamo in un altro ospedale, e vediamo se sono disposti a operarti”.
Ma anche qui i dottori preferivano non rischiare. Al terzo ospedale, dopo un lungo esitare, accettarono. Per la convalescenza, dopo la seconda operazione, l’amico lo accolse nuovamente a casa e si comportò come un fratello. Nicholay stette un altro mese, era molto grato. Anche adesso ricorda quest’uomo con commozione.
E poi tornato a casa prese a scrivergli, perché l’amico si era ammalato a sua volta e adesso stava presso una sorella, a Zaparojie. Ma in breve l’uomo morì.
Non era durata molto. Aveva perso il grande amico di una vita.

Dopo questo avvenimento Nicholay dice che ha cominciato a pensare alla vita in un altro modo. Ha ripreso ad amarla e continua a lavorare. Ma ha capito di essere solo e di non avere bisogno di nessuno.
Oggi si alza presto alla mattina, fa le faccende domestiche, cucina, pulisce, fa ogni cosa. Coltiva vegetali e verdure e fiori.
“Il più bell’orto del villaggio”, afferma sorridendo.
“ molto pulito ordinato. Ognuno si ferma a guardare la mia casa”.
Quando si alza, che è ancora buio, saluta le verdure, gli alberi da frutto, gli uccelli e il sole. Non si sente solo con tutto quello che ha, che non è molto ma quello che gli serve.
“Un cane? In passato ne ho avuto uno ma non avevo di che dargli da mangiare e l’ho lasciato partire”.
Adesso pensa molto alla morte, ha paura che quando non ci sarà più nessuno si ricordi più di lui. Crede di non avere molto tempo davanti, oramai. E d’altra parte non ha soldi per vivere normalmente. La settimana che viene vorrebbe andare dall’oculista perché non ci vede più tanto. Ma come pagarlo? Ha una pensione di 530 grivnas (75 euro al mese) e solo di gas ne paga 200.
Quindi viene al mercato di Dnepropetrovsk, per vendere le cose che amava di più di casa sua. Piatti, teiere, bicchieri. Non ne ha più bisogno. Non sa a chi andrà la sua casa, sperando che non vada distrutta; vorrebbe lasciarla ai figli. E spera che un giorno la abiti una buona famiglia, una famiglia come si deve.
“Quando vedo il mercato osservo la gente che passa, e non mi sento più solo”.
Oggi ha mangiato patate.
Mi ha invitato a casa sua, a vedere come vive.


Igort, Dnepropetrovsk.

Registrazione del 12 ottobre 2008

13 ottobre 2008

dniepro18 (Storia di Nicholay5)


Così si è dovuto arrendere all’evidenza. Non poteva lavorare più.
L’idea fissa però rimaneva: la terra, come sua madre tanti anni prima. Si rimboccò le maniche. La situazione economica cambiò. Arrivò la crisi e le cose del comune: acqua, elettricità, gas, aumentarono a dismisura. Anche il cibo. Non si riusciva più a stare al passo e tutta la pensione non era suficiente a pagare le bollette. Provò a vendere le verdure per vivere. Ma andava bene solo in estate e autunno. In inverno era durissima.
Eppure non si lamentava della vita, e tirava avanti come aveva sempre fatto, anche in momenti peggiori di quello. In fondo aveva tutto quel che serviva adesso. Un orto e una casa. Poteva mangiare, aveva da dormire, e anche se nessuno lo credeva più capace aveva dimostrato a se stesso che poteva lavorare ancora.
A quel tempo non era certo più un ragazzo, però le sue giornate erano dure ugualmente. Si levava che non era ancora l’alba e coricava molto tardi. Di solito però non è che dormisse troppo alla notte per via dei pensieri. Pensieri sulla vita e tutto il resto. La vedeva riflessa, che sfilava sotto i suoi occhi, come in uno specchio. E si sentiva vulnerabile.
I figli gli mancavano. Era una voragine quella. Ne era passato di tempo, adesso avevano famiglia. Li pregò di prenderlo con loro. Voleva stare vicino Senza essere un peso, avrebbe continuato a lavorare, bastava che lo accettassero.
“Non abbiamo bisogno di te, di nulla”. Fu la risposta. “Dimenticati il nostro indirizzo”.
Delusione. Ci voleva molto a capire? Era solo al mondo.
Non aveva un amico. A quel tempo successe una cosa. Connobbe un uomo che stava cercando alloggio. Quest’uomo era dell’Ucraina occidentale ma aveva lavoro a Dnepropetrovsk. Chiese a Nicholay se affittasse casa, credendo che Nicholay avesse parenti presso cui sistemarsi, al caso. Ma lui non aveva dove andare e propose all’uomo di ospitarlo, non voleva soldi. Aveva pensato che questa soluzione potesse essere un rimedio contro la solitudine.
Era un ingenuo.
Il giorno seguente l’uomo portò tutte le sue cose. Al principio fu una convivenza civile; l’uomo, che era molto più giovane di Nicholay si dimostrava gentile e comunicativo. Nicholay era felice di averlo conosciuto. Lo trovava un eccellente amico. Adesso non si sentiva più solo e trascorrevano il tempo a chiacchierare della vita. Ma dopo un pò cominciò a cambiare; divenne sfacciato e insolente. Lo prendeva a male parole e gli urlava in faccia. Un giorno lo picchiò perfino. Si era stancato della convivenza, dopo circa due anni decise che Nicholay doveva andarsene da quella casa.
Nicholay era sotto shock, cominciò a piangere, quella era casa sua. Non sapeva cosa fare.
Si era sparsa la voce, nel vicinato, che l’ospite fosse andato da un avvocato. E con un falso testamento era riuscito a farsi intestare la casa. Nicholay aveva preferito non dare credito a quelle voci, ma con il tempo le cose andavano sempre peggio. Si rendeva conto di essere diventato uno schiavo a casa propria. E ogni volta che l’uomo si ubriacava erano botte. Una sera, alticcio, l'uomo venne in argomento. Gli disse che aveva davvero cambiato i documenti e che Nicholay non poteva fare proprio nulla: era sfrattato.
Quando, di buon ora, andò dagli avvocati Nicholay aveva con sé tutti i pochi risparmi e la pensione appena ritirata. Scoprì che era tutto vero. Ma voleva reagire, non farsi prendere dallo sconforto. Per potere cambiare i documenti un'altra volta dovette pagare l'equivalente di due mesi di pensione. E per quel periodo non ebbe di che mangiare. Ma non c'era altra cosa da fare. Ora doveva solo attendere. Ma aveva paura. Temeva che nel frattempo l'ospite, prima che il nuovo testamento fosse registrato, potesse ucciderlo o fargli del male. Per cui nascose i documenti dell'uomo e glii disse che se fosse accaduto qualcosa di male, lui, Nicholay, aveva scritto una lettera, che aveva consegnato ad amici fidati. E questi, se non lo vedevano tornare, sarebbero andati dalla polizia a denunciarlo. L’uomo ebbe paura. Ci vollero altri due mesi circa, poi pronti i documenti, Nicholay chiamò l’autorità e l’uomo fu messo alla porta. Adesso era nuovamente solo. E la sua salute era sempre peggio. Un giorno perse i sensi e quando si risvegliò era all’ospedale. Il dottore disse che aveva un adenoma e necessitava di un operazione.