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5 gennaio 2015

58

Tokyo, 1994. Sendagi ni chome. Fermata d’autobus. Attendo da solo di imbarcarmi sul 58 alla volta della Kodansha. L. è a casa ancora indisposta. “Ho paura”. Mi ha ripetuto più volte. E non capiamo se si tratti di semplice blocco alla digestione o della temuta labirintite. L’autobus tarda ad arrivare. Non ho mai visto 10 persone in attesa come ora.

la clinica di Nezu

Tokyo, aprile 1994. Le pareti della clinica universitaria di Nezu. Ore di attesa, durante le visite di L. e qualche chiacchiera con Ichihara San. Il block notes mi fa compagnia e attenua l'angoscia. Mentre disegno penso alle palme ospitate nel giardino di questa zona antica di Tokyo.

ten teki

Ten Teki. Flebo in giapponese. Attesa alla clinica universitaria di Tokyo. La flebo che lentamente cura e nutre L.. Attimi di silenzio e luce elettrica in un ospedale giapponese. Problemi al labirinto e vista anormale. La visita alle 22,30 in un ospedale che sembra disabitato.

ritratto di giovane mangaka: Tanaka Masashi

Sono un autore occidentale nell'impero dei Manga. Si schiude un mondo, rimango abbacinato ad osservare le riviste settimanali per le quali pubblico. O i Tankobon, piccoli libri in brossura, dalla grafica meravigliosa. Imparo una nuova lingua, alla ricerca di un esperanto grafico. Gon è un cucciolo di tirannosauro, un manga amatissimo in Giappone. Le sue storie sono mute e sono accompagante da un disegno iper-descrittivo. Viaggi dentro le pagine fitte di segni e ridi del pessimo carattere del personaggio. Incontro il suo autore, Masashi Tanaka, in un ristorante di Asakusa, in compagnia del nostro editor, Yasumitsu Tsutsumi, che lavora anche con Taniguchi e Moebius. Tanaka, come molti giapponesi, è uomo schivo. Mi dice che per arrivare alla decisione di fare Gon muto ha lavorato per un anno e mezzo, buttando le storie una dopo l'altra. Il suo editor conferma, ha lavorato gratis. Per rifarsi, ora che il successo è arrivato, al ristorante sceglie le pietanze in base al prezzo, ordina solo le più care.

1 gennaio 2015

giovedì 1 gennaio

Oggi bevo té bianco. Lo comprai a hong Kong, in una bottega scarsamente illuminata, dove gli esperti assaggiano la merce prima di acquistarla. dicembre 2009, si parlava di 5 al cinema. Versione italo-hongkonghese. Jonnie mi mostrava il quartiere nel quale era cresciuto. E io non potevo fare a meno di pensare a Napoli, la mia amata Napoli. Solo che a Napoli non c'era il monumento a Bruce Lee. A questo pensavo quando, poi, nello spaccio, assaporavo le scorze di mandarino essicate e salate. Una delizia. Discorsi fatui con nababbi del cinema, nei loro grattacieli futuribili. Parole di marinai cinesi. Labirinti di sogno.

30 dicembre 2014

martedì 30 dicembre

Il freddo si è fatto sentire. Mi muovo per la casa immersa nel silenzio, Niente musica oggi. Ascolto le idee addensarsi. Ascolto mentalmente i dialoghi di Trash, doppiati da Pasolini in romanesco. Warhol e PPP si sono parlati, nel segreto delle loro stanze interiori. E Lou, questo ragazzo aggressivo dallo sguardo bruciato, ha composto le sue canzoni da tre accordi, amoreggiando con la vita ai margini, con le parole tristi di Hubert Selby jr., e ci ha ferito il cuore. Le nuove frontiere. ha ha ha. Oggi in un talent show, persone come Lou Reed, Bob Dylan, Patti Smith o Leonard Cohen verrebbero sbattuti fuori. Non erano acrobati, loro. Erano veri.

28 dicembre 2014

domenica 28 dicembre. officina giapponese.

Ore 5,25. Accendo la macchina per il caffè, mentre riordino gli appunti di Tokyo. Si insinuano atmosfere fumose, annerite dalla fuligine del tempo. Mi tornano in mente certi nasi disegnati da Kaluta, e sequenze vecchi film espressionisti, ma è in Giappone che sono con il cuore e con i sogni. Le avanguardie moderniste ( Dōmo arigatō Costantino Pes) Vedo Kawabata, la casa delle belle addormentate, e Sada. Lei, che sto disegnando giovane e meno giovane.

27 dicembre 2014

sabato 27 dicembre. officina giapponese.

5,50. Eccomi al tavolo, non è ancora sorta l'alba, preparo un caffè, acolto "Candy" di Iggy Pop, la sua personale versione di un "confidenziale" alla Sinatra, Sfoglio Chemical USA e leggo dell'incontro tra Daniele Brolli e James Purdy, penso a che effetto deve aver fatto, a Daniele, incontrare un nostro comune mito, così strapazzato dalla vita e dal mondo letterario. Poi guardo la mia pagina da finire. Racconta l'entrata in scena del bellimbusto che Abe Sada, in una danza d'amore incandescente, di lì a poche pagine, strangolerà. Abe, Abe, Abe, pare la canzone un pò disperata di Iggy. Inumidisco le pastiglie dei miei acquerelli e parto con le campiture.

22 agosto 2012

scolpire la carta

Ukiyo-E' Haiku & Suspence. Si chiamava così il mitico libro che andavo a cercare ogni settimana alla libreria di via Garibaldi, a Cagliari, senza mai trovarlo. “arriva, arriva” dicevano. Era il 1975. E non arrivò mai. Lo aveva disegnato Sergio Toppi, che era un gigante. Il volume era una contemplazione grafica sul Giappone dei samurai con le loro armi e armature; un opera sinfonica di segni e colori che in poche pagine tramortiva il lettore. Puro epos. C'era tutto il suo repertorio di segni violenti, grossi, delicati, lievissimi che conferivano peso alle masse, sino a renderle quasi tangibili (la magia del disegno) e a queste Toppi alternava fondi bianchi, impalpabili, del tutto grafici. L'effetto era di una perfezione scioccante.
Quando 22 anni dopo, a Milano, fui premiato inseme a lui, mi sentivo come qualcuno che si trova lì per sbaglio. Da Toppi avevo imparato tanto, sin da ragazzo e mi ero reso presto conto che il suo cuore di disegnatore era un incastro impenetrabile, un forziere misterioso fatto di cose preziose e molto diverse. Cosa guardava Toppi? Sembrava spuntare dal nulla. Io lo spiavo, ci eravamo anche parlati ad Angouleme. Avevo visto delle cose sue, delle tavole stupefacenti, che pensavo vecchie, fantasticavao sull'età dell'oro, gli anni che furono, e invece le aveva appena disegnate. Era in forma il grande Toppi, e glielo avevo detto. Lui se la rideva discretamente, mentre tracciava una di quelle dediche che mandavano in visibilio i lettori francesi. Lo aveva rilanciato, Oltralpe, l'editore Mosquito, un minuscolo e puntiglioso editore che ha dato una seconda vita a diversi disegnatori degli anni Settanta italiani. Quella meravigliosa stagione del bianco e nero, di cui Toppi era un maestro riconosciuto e amatissimo. In Italia, si sa come siamo ritardatari noi a celebrare le nostre glorie, l'attenzione era venuta dopo, ma era venuta. E mi faceva piacere vedere il lavoro di questo immenso maestro esposto all'attenzione che meritava, dato che io ero uno di quelli che finito di leggere una storia la ricominciava a guardare. Ore trascorse su quei segni, per capire come faceva. Lui, che il pennino lo faceva cantare, aveva un bianco e nero che scolpiva gli spazi con stilizzazioni personalissime. E una composizione che teneva conto della grande scuola grafica degli anni 50. Stile, insomma. Aveva cominciato negli anni 60, sul Corrierino, a fare le storie del mago Zurlì, e poi era passato al Corriere dei ragazzi, mi ricordo che andavo in chiesa a procurami delle copie, non si trovava nei circuiti normali. E rimanevo scioccato a rimirare quei colori elettrici, che sembravano dipinti su vetro. Toppi aveva un gusto tutto suo per gli accostamenti.
Lui dialogava con le alte sfere del disegno. E parlava da pari con Schiele e Klimt, con Kirchner, per questo forse, quando approdò alle pagine prestigiose di Alter Linus, che pubblicava il fior fiore del fumetto mondiale, lui era a suo agio, aveva il suo posto. Oreste del Buono lo osannava, giustamente. E ne ammirava la modestia, che è tipica dei grandi. Qualcuno, in quegli anni ci provò perfino, a imitarlo. Ma fu chiaro per tutti che quella era impresa disperata. Perché Toppi era unico. E indimenticabile.

14 agosto 2012

il grande discreto

Era un gigante delle riviste da 20 cent, che io compravo dove potevo, nelle edicole delle stazioni o nei lungomare italiani popolati dai turisti. Eroi di serie B, non certo prime testate. Tor (come Thor ma senza l’h), fantasy preistorico derivato di Tarzan e SGT Rock, storie di guerra, con anacronistici eroi tutti d’un pezzo. Eppure Joe Kubert nell’industria dei sogni di carta di bassa lega, la carta chiamata pulp, da cui presero il nome i pulp magazine, aveva un posto di rilievo. Forse per via di quel suo tocco particolare, e di uno stile nervoso e personalissimo che lo rendeva immediatamente riconoscibile, qualunque cosa disegnasse. Era un grande, che sapeva tuttavia resistere alle lusinghe della tecnica. Non c’era compiacimento, lui amava l’arte della sequenza, il fumetto puro insomma. E si divertiva a creare pagine che pareva respirassero. Tagli lunghi in cui poteva contrapporre un volto a una panoramica, a creare quell’effetto mozzafiato che mandava in visibilio generazioni di teen-ager. Aveva il dono, faceva sognare. E io, nei miei giorni di ragazzo, ho sognato sulle sue pagine. A quell’epoca, erano i primi anni settanta, cresciuto con i fumetti americani, avevo capito che un grande autore non lo riconosci solo dal blasone che certi caratteri portano con sé. Potevi disegnare Batman ed essere una schiappa o potevi prestare il tuo ingegno su storie di seconda classe ed essere un grande. La partita di scacchi si giocava lì, dentro e tra i quadretti, nel modo di tracciare i segni, ma soprattutto nel modo in cui sapevi guardare a quello che raccontavi. E Kubert mi stupiva per quella sua sapiente vena di irregolare che lo caratterizzava. Lui, per esempio, aveva inventato dei segni lunghi che attraversavano i corpi, e quelli definivano non tanto le masse ipertrofiche che ai suoi colleghi interessavano tanto, quanto, semplicemente, la pelle. Il tessuto della pelle che si allunga e stira. Il che rendeva qui corpi in movimento molto umani, e molto eleganti. A quell’epoca, io non avevo neppure sedici anni e ammiravo le sue pagine senza sapere chi dietro questi nomi, spesso esotici (Kubert, Steranko, Kaluta, suoni non esattamente americani) si celasse. E quali storie di adattamento ed emigrazione quei nomi portassero con sé. Ma si formava, inconsciamente l’idea che questo tessuto fertile e creativo made in USA fosse lo specchio di un vero melting-pot culturale. Kubert apparteneva alla grande scuola realistica americana; classe 1926, cresciuto a Brooklyn in una famiglia di immigrati polacchi, aveva cominciato prestissimo ad appassionarsi al fumetto. Nel ’38, non ancora dodicenne, fu assunto come apprendista nello studio di Harry Chesler, con una paga di 5 dollari a settimana. “Una settimana, una pagina, e 5 dollari erano un mucchio di soldi a quei tempi”. Ebbe occasione di condividere quell’esperienza con talenti come George Tuska o Carmine Infantino che diventeranno artisti di nome nel firmamento del comic book. Poi, negli anni 50, la EC line di Harvey Kurtzman, creatore di Mad e di memorabili storie sulla guerra di Corea. Quella lezione rimarrà vivida. E quando la DC comics gli affiderà la serie SGT Rock, ambientata nella seconda guerra mondiale, Kubert darà il meglio di sé, pur disegnando a ritmi parossistici. Le sue pagine fanno dimenticare testi non sempre all’altezza con immagini che lasciano trasparire un terrore genuino per la guerra. C’è l’energia adrenalinica d’ordinanza, nei fumetti per adolescenti, ma in quel furore si insinuano dei sentimenti imprevisti, che sono il frutto di un temperamento drammatico con cui Kubert sapientemente dirige la propria matita. Ed è così che diventò un grande, facendo filtrare la sua personalità fortissima, malgrado le regole del genere, personaggi spesso minori o storie infarcite di retorica.
Anni dopo, forse memore dell’importanza che per lui ebbe l’iniziazione nello studio di Chesler, nel 1976, in compagnia della moglie, creerà la Joe Kubert School, per formare giovani talenti all’arte dello storytelling disegnato. La sua è la grande storia della leggendaria industria americana dell’enterteinment, fatta spesso di geni discreti e modesti, che fanno al meglio il loro lavoro e costruiscono la massa di quella che in quegli anni Wharol avrebbe chiamato argutamente Pop Art. Come Siodmak, o Siegel, Corman e tanti altri, nel cinema.
Così. anche quando il suo graphic novel, Fax da Sarajevo gli darà la statura di “autore” e poi in Italia verrà chiamato a disegnare un albo speciale di Tex, lui rimarrà, nel cuore di chi lo ha conosciuto negli anni della gloria, sempre come quello di Tor, di SGT Rock, o del Tarzan disegnato quando l’eroe della giungla era oramai un personaggio demodé. Ci ha lasciato un paio di giorni fa, Joe Kubert, poco prima del suo 86 compleanno. Rimangono gli albi consumati, reperti di un’altra epoca, con i colori sgargianti, e il sapore ancora vivido del sogno che ci ha regalato. Grazie Joe, fai buon viaggio.

25 maggio 2012

café de la paix

Tracce di Gurdjieff al Café de la Paix, a Parigi. Torno ancora una volta di fronte a l'opera, per parlare con i fantasmi del passato. I té con Svetlana, che mi raccontava come si faceva un tempo il té con il samovar, a parlare di Nijinskij e Diagilev. Cafè de la paix, all'epoca avevo letto qualche libro, ma non ricordavo che G. usava il café de la paix come suo ufficio parigino mentre installava a Fontainbleu il centro per lo sviluppo armonico dell'uomo. La Russia chiama ancora. Sarò all'altezza di rispondere?

8 maggio 2012

poche ore all'alba

tra poche ore, alle 18,30, si inaugura la mostra alla triennale. Gli ultimi anni: i viaggi, i disegni, i racconti, tutto sotto vetro. Mi fa quasi impressione vedere i quaderni nelle teche, le foto e i filmati, centinaia di disegni preparatori, le tavole, i documenti... non avevo mai avuto occasione di vederle tutte insieme queste tracce del mio pasaggio nei paesi dell'ex URSS.

15 aprile 2012

sono qui


Costantinopoli un secolo fa, osservo le mie foto di documentazione e si attiva uno strano senso di appartenenza e di presenza quasi tangibili. Queste immagini mi parlano , ma non solo di un luogo e di un tempo remoto, mi parlano di me, di quello che sono e che probabilmente sono stato.

5 marzo 2012

Pavel




Pavel Florenskij era nato il 9 gennaio del 1882, a Evlach, in Azerbaigian, da madre armena. La sua infanzia nel Caucaso è fonte di tanti ricordi riportati fedelmente nelle lettere ai figli e alla moglie. Cresce in Georgia. Nel corso degli studi rivela una profonda attrazione per le materie scientifiche, a scuola però si annoia; è nella natura che i suoi interessi si risvegliano. Fin da piccolo la sua osservazione minuziosa dà origine a un metodo di studio e catalogazione, che gli servirà da adulto. Immerso nella natura, tra piante e minerali coglie il mistero che lo porterà, anni dopo, a una vocazione mistica molto importante. Il padre, ingegnere ferroviario, uomo di cultura molto rispettato, è figura di riferimento. La madre, austera e distratta, rimarrà per sempre come un vuoto nella sua vita.
Si laurea nel 1904 all’Università a Mosca in matematica e fisica, avendo avuto come maestro N.V. Bugaev, uno dei più eminenti matematici russi dell’epoca.
Subito dopo frequenta l’Accademia teologica di Mosca e approfondisce lo studio delle lingue antiche e delle scienze bibliche con risultati molto elevati.
Prende i voti, pubblica numerosi scritti di argomento teologico, filosofico, spirituale, ma non trascura le ricerche matematiche, sviluppa tematiche epistemologiche.
Dice di credere in una mistica scientifica, e in una scienza mistica.
Partecipa attivamente alla vita culturale moscovita pre-rivoluzionaria fatta di circoli simbolisti, società teosofiche, antroposofiche, che considera però distanti avanguardie artistiche.
Quando viene chiamato alla cattedra di Storia della filosofia, riscuote grande successo presso gli studenti e i suoi stessi colleghi.
In quell’epoca frequenta Anna Mikhailovna Giacintova che sposerà nel 1910. Sua moglie resterà al suo fianco per tutta la vita.
Una volta monaco presbitero indossa l’abito talare che non toglierà mai più, fino alla deportazione.
Nella Russia comunista quella tunica sarà fonte di grandi guai, ai congressi scientifici desta scalpore e inquietudine che un uomo di chiesa sia uno scienziato tanto influente.
Ma prima, negli anni che precedono la rivoluzione, la sua carriera ha un esito sfolgorante, viene nominato docente straordinario di filosofia, si interessa alla “storia delle idee”.
Insegna, approfondisce i suoi studi sul concetto di infinito nella logica simbolica e matematica.
Negli anni dal 1911 al 1917 dirige la prestigiosa rivista Messaggero Teologico di cui rinnova contenuti e impostazione.
Nel 1914 pubblica La colonna e il fondamento della verità, uno dei suoi testi più importanti. Saggio scritto in forma epistolare, oggi ritenuto la "summa del pensiero teologico ortodosso", e pietra miliare del pensiero filosofico-teologico contemporaneo.
Florenskij è a tutti gli effetti figura unica, pioniere di un nuovo orientamento di pensiero in campo teologico e scientifico, capace di contrastare l’avanzata del pensiero nichilista.
Dopo la rivoluzione russa, a differenza di molti suoi colleghi intellettuali che scelgono l’esilio, Florenskij crede nella necessità di rimanere in patria, al fianco di chi subisce soprusi e violenze. Questa sarà la sua condanna.
Diventa docente di "Analisi della spazialità nell’opera d’arte" e riesce, tra diverse difficoltà, a lavorare sino al 1924. Porta avanti la ricerca tecnico-scientifica nel settore della fisica e cura molte voci dell’Enciclopedia Tecnica. Collabora anche con l’Istituto Elettrotecnico di Stato.
Molto vasta la produzione scientifica che va fino al 1928. Poi il primo arresto. Interrogato nei tetri uffici della Lubianka, confessa sotto dettatura complotti inesistenti. In nessun interrogatorio accetterà di accusare i suoi colleghi o conoscenti, cosa invece molto diffusa all’epoca.
“Oscurantismo”, questa l’accusa con cui è incarcerato. Nel suo dossier viene subito catalogato come “soggetto socialmente pericoloso” e condannato al confino.
Arriva la depressione, lo sconcerto. Tre mesi dopo viene liberato in seguito all’interessamento di eminenti e influenti colleghi. La sentenza viene annullata. Una svolta nella sua vita, avverte il pericolo ma non vacilla. Pur avendone l’opportunità Florenskij rifiuta ancora una volta l’esilio a Parigi.
Lavora, studia e scrive ancora per qualche anno, circondato da una palpabile ostilità. L’ambiente intorno a lui è sempre meno accogliente, è chiaro, oramai è un uomo braccato dal regime. Un nemico del popolo.
Malgrado tutto, senza timore, si presenta alle riunioni scientifiche in abito talare.
Nel 1933 il secondo arresto. Nuove confessioni incongruenti sotto dettatura. Poco dopo la condanna terribile: dieci anni di lager e il trasferimento a Skovorodino, nella Siberia occidentale, dove comincia i suoi studi sul gelo perpetuo. Soffre perché gli sono stati portati via gli occhiali. È costretto a leggere e scrivere completamente incurvato sul tavolo. Lontano dalla famiglia invia lettere umanissime e rassicuranti, minimizza le proprie condizioni e la vita di stenti. Si preoccupa per le difficoltà economiche nelle quali, in seguito alla sua condanna, versa la famiglia. Poi, dopo anni, finalmente nell’estate del 1934 riceve la visita della moglie e dei tre figli più piccoli. Sarà l’ultimo incontro.
Il primo settembre dello stesso anno viene trasferito nell’arcipelago delle isole Solovki, la più terribile delle colonie penali, il gulag che dista soli 160 km dal circolo polare artico.
Le condizioni inumane e il progetto sistematico di annientamento della persona sono un duro colpo. Nelle Solovki si muore come mosche, regna il terrore, il dolore. Le fucilazioni sono all’ordine del giorno. E non sono solo i prigionieri a subire questa sorte. La macchina di sterminio sovietica elimina sistematicamente gli stessi ufficiali e militari. È un uso comune. Per tre anni, in queste condizioni spettrali, Florenskij studia brevetti importanti sull’estrazione dello iodio dalle alghe marine.
Ma è cominciato un lento e progressivo declino.
A soli 55 anni, l’8 dicembre del 1937 viene ucciso con un colpo alla nuca, assieme ad altri 500 detenuti nel bosco fuori Leningrado. La sua sorte verrà tenuta segreta per decenni. Fino ai giorni recenti, quando l’apertura degli archivi segreti dell’ex URSS rivelerà questa triste fine.
"Nulla si perde completamente, nulla svanisce - scrive in una lettera - ma si custodisce in qualche tempo e in qualche luogo, anche se noi cessiamo di percepirlo".
La produzione di Florenskij è vastissima e spazia in tutti i campi: teologia, scienza, filosofia, letteratura, linguistica, arte, musica.
È tuttora considerato una delle menti più fulgide del Novecento.

16 dicembre 2011

il tavolo


il tavolo del mio studio si riempie di libri degli anni settanta. Io guardo attonito e cerco di capire.

4 agosto 2011

jack, nanda, pier


Vedo un'intervista degli anni 60. Fernanda Pivano, che intervista Jack Kerouak, completamente ubriaco, che dice scemenze di fronte alle telecamere, le fa la corte e farfuglia cose da ubriaco. I suoi lineamenti sono forti, disfatti dall'alcol. Un tempo era un bel ragazzo, ora è gonfio, ma è jack, quello che ha scoperto che lo scrivere può essere anche a ritmo di bop, quello che scrive su rulli da telelscrivente perché non vuole interrompere il flusso.
Jack mangiato vivo dal suo mito. Incapace di sopportare il successo, beveva continuamente. C'è chi disse, malignamente, che si addormentò ubriaco e si svegliò famoso.
Venti anni più tardi, ricordo che Tondelli mi raccontava commosso, quando incontrò Nanda, in una latteria a Milano, dove si mangiava, ai tempi di Valvoline, un pò tutti. Lei era quella che ci aveva portato Hemingway, i beat, Dylan e tutto quello con cui si era cresciuti. E lo guardava a distanza, lo osservava con attenzione, da un altro tavolo, lo aveva riconosciuto. Lui, che era timido e sensibile, si avvicinò per presentarsi. Che bello, due intelligenze che si riconoscono. Ancora a distanza di anni giorni, vibrava per l'emozione.

29 giugno 2011

grazie, Gene


nei giorni della mia adolescenza andavo a piedi alla stazione di Cagliari, in via Roma. C'era un'edicola molto fornita di giornali stranieri, tra i quali sfogliavo, sotto lo sguardo accigliato dell'edicolante, i comic book, prima di capire se c'era qualcosa di importante da comprare. Se trovavo uno o due albetti, stampati su quella carta porosa e scadente, che oggi chiamiamo pulp, ero felice.
I miei sogni di raccontatore a quadretti in erba crescevano, si nutrivano di quelle immagini, di quelle storie. Durante la galoppata indietro fino a casa, che distava qualche chilometro, non riuscivo a trattenermi e sfogliavo e riguardavo le pagine del tesoro di cui mi ero impossessato.
I miei idoli allora erano Mike Kaluta, Bernie Wrightson, Jack Kirby, Barry Smith, Steve Ditko, e naturalmente Gene Colan.
Gene Colan, elegante, misterioso, lo avevo amato subito, quando non avevo neppure tredici anni. Mi colpivano le sue ombre e le fome dinoccolate dei suoi personaggi, ne parlavo spesso con Giorgio Carpinteri, che era mio compagno alle scuole medie. Da Colan avrei capito e imparato veramente, a distanza di molti anni, senza neppure rivederne le pagine. Quando feci la prima tavola di Sinatra, doveva essere il 1997, più o meno. Dissi, "Questa forse piacerebbe a Gene". Quel mio disegno dell'uomo che guida nella notte, mi ricordava il suo modo di vedere, di rappresentare.
In fondo i suoi personaggi, anche quando erano in compagnia, trasudavano una sorta di indecifrabile solitudine. Gene vedeva il lato sghembo dell'esistere, e si divertiva ad esaltarlo, nelle sue composizioni, con grande classe.
La sua lezione, quel mondo fatto di fumo e ombre e riflessi, la quintessenza del sogno insomma, mi è sempre rimasta dentro.
Si è grati a chi ci aiuta a sognare, anche, specie, da bambini. Per questo che ieri, quando il mio editor francese mi ha detto "sai che è morto Gene Colan, qualche giorno fa?" mi è venuto un colpo al cuore.

Sei stato grande Gene. Davvero molto grande.

19 settembre 2010

Mantova



Con Alberto Sebastiani, al festivaletteratura di Mantova, abbiamo presentato i quaderni ucraini, sabato 11 settembre, al teatro Bibiena. Mi sono commosso a pensare che eravamo in un luogo che aveva ospitato Mozart quattordicenne. Il teatro è un gioiello e l'incontro è stato molto caldo, e, dal mio punto di vista, molto felice.

11 aprile 2010

ciao Malcom



un genio, una testa pop, degno erede di Wharol e della sua factory. Inventore di antimiti del 900, dai New York Dolls, ai pistols, rilettore del melodramma. Indimenticabile, indimenticato.

19 febbraio 2009

senza parole



Fine del processo, tutti innocenti gli assassini di Anna Politkovskaia.