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5 gennaio 2015
58
Tokyo, 1994. Sendagi ni chome. Fermata d’autobus.
Attendo da solo di imbarcarmi sul 58 alla volta della Kodansha. L. è a casa ancora indisposta. “Ho paura”. Mi ha ripetuto più volte. E non capiamo se si tratti di semplice blocco alla digestione o della temuta labirintite. L’autobus tarda ad arrivare. Non ho mai visto 10 persone in attesa come ora.
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la clinica di Nezu
Tokyo, aprile 1994. Le pareti della clinica universitaria di Nezu. Ore di attesa, durante le visite di L. e qualche chiacchiera con Ichihara San. Il block notes mi fa compagnia e attenua l'angoscia. Mentre disegno penso alle palme ospitate nel giardino di questa zona antica di Tokyo.
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ten teki
Ten Teki. Flebo in giapponese. Attesa alla clinica universitaria di Tokyo.
La flebo che lentamente cura e nutre L.. Attimi di silenzio e luce elettrica in un ospedale giapponese. Problemi al labirinto e vista anormale. La visita alle 22,30 in un ospedale che sembra disabitato.
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24 giugno 2012
doppio viaggio
Sul mio tavolo molti libri di mistica. Non è facile tentare una sintesi.
Sfoglio i giornali, mentre cerco di fare il punto, e mi cade lo sguardo su un sottotitolo: torna a suonare la banda degli gnostici che scorticano il sapere con aforismi. Si parla di Sgalambro, di cui sto leggendo Trattato dell'empietà. Ha pubblicato un nuovo libro per Adelphi, Della Misantropia. Ne scrive Guido Vitiello sulle pagine de La Lettura.
Leggo che René Girard riconduceva l'atteggiamento di alcuni intellettuali a un contegno infantile. "Il bambino offeso si chiude nella sua stanzetta e si convince do non aver bisogno di nessuno; dopo un po' la solitudine gli è insopportabile., ma per orgoglio non può ripresentarsi sorridente in salotto, allora, per attirare l'attenzione, senza ammettere la resa, deve compiere un gesto insolente, un delitto da piccola peste: la sua misangtropia ha un disperato bisogno degli altri. Trasponete tutto questo alla letteratura", diceva Girard "e avrete Lo Straniero di Camus".
Misantropia. Posizione eterodossa rispetto al comune sentire. Questo, in fondo, lo stesso Sgalambro rappresenta, di fronte a filosofi più à la page.
Sul mio comodino pascolano molti altri volumetti.
E penso al viaggio di conoscenza che portò nel 1917 Gurdjieff e undici allievi, a piedi, attraverso il Caucaso. Ancora non lo sapevano i coniugi de Hartmann, al pari di molti altri intellettuali della Russia Bianca presenti in quella stramba comitiva di "ricercatori dello spirito", ma quel viaggio non era solo un viaggio iniziatico, fu anche la ragione per cui si salvarono dai bolscevichi.
Gurdjieff abbandona la Russia che ora è in mano all'armata rossa, un'evasione degna di Houdini.
Poi penso a Lev Trockij che viaggia in Europa, incontra Simone Weil, i due discutono della rivoluzione "non ci può essere rivoluzione di masse, se prima non c'è stata una rivoluzione interiore, dice Simone a Lev". Lei, che si è fatta assumere dalle officine meccaniche Renault per capire cosa sia la vita di un operaio, la cui salute rimarrà minata per sempre da questa esperienza, lei che frequenta ambienti anarco-comunisti, che affetta da tubercolosi, si aggrava per le privazioni auto-imposte, e muore nel sanatorio di Ashford nel 1943, a soli 34 anni.
Simone è un faro del sentire (stavo per scrivere pensiero, ma quanto lontana è questa parola dall'eredità mistica di questo gigante).
E Trockij in esilio che in seguito andrà in Messico, incontrerà Frida Khalo, ne diverrà amante, è anche lui un frammento di questo nuovo viaggio russo, che intreccia la mistica alla storia. D'altronde è noto lo stesso Gurdjieff era compagno di seminario di un certo Iosif Vissarionovič Džugašvili, in seguito noto con il nome di Stalin.
I documentari russi dicono che Stalin, studente curioso, approcciò Gurdjieff per i suoi studi esoterici, gli chiese un oroscopo. Gurdjieff lo fece, e gli disse: "le tue carte prevedono un grande futuro, ma anche molto sangue, devi comportarti a modo, avere un codice morale molto forte per evitare di caderci".
Le leggende dicono che Stalin smise di frequentare il suo compagno di studi e che da quel momento finse di essere nato un'altro giorno.
Gurdjeff lo seppe: "Chi nasce due volte, morirà due volte", gli disse.
E Stalin, effettivamente, ebbe due funerali. Ma questo ha poco a che vedere con la storia, riguarda soprattutto la letteratura alchemico-esoterica. Che è l'oceano profondo in cui nuoto in questi mesi.
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25 aprile 2012
triennale
l'8 maggio inaugura una mia mostra alla triennale di Milano. La mostra si chiama come il mio ultimo libro, pagine nomadi, e racconta il lavoro di questi ultimi anni, e l'idea di narrare viaggiando. L'ha curata il buon Vincenzo Trione insieme ai suoi allievi dello iulm. E' stato un lavoro molto intenso e stimolante che mi ha permesso di meglio capire dinamiche e metodi che di solito vivo dal di dentro.
Il volume di 176 pagine è lo specchio di questo lavoro di ricerca e osservazione; nel libro ci sono tantissimi materiali inediti e privati, appunti sul metodo, e disegni fatti in treno o in albergo,oltre alle storie a fumetti che andavo raccogliendo e che sto disegnando in questi ultimi mesi, dopo i quaderni russi. E la mostra è lo specchio di un work in progress, esperienza preziosa per me, perché viva. E' un pò come un'istantanea. A volte mettersi in discussione è doloroso, ma come diceva Tiziano Terzani, "se ti si parano davanti due strade, scegli quella in salita e ti troverai sempre bene".
Siete tutti invitati.
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24 aprile 2012
pagine nomadi

Terminato, dopo lunghe sessioni di lavoro, il nuovo libro. Pagine nomadi, un racconto nel racconto. Lo troverete in Libreria a Maggio. Buona lettura.
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15 aprile 2012
sono qui

Costantinopoli un secolo fa, osservo le mie foto di documentazione e si attiva uno strano senso di appartenenza e di presenza quasi tangibili. Queste immagini mi parlano , ma non solo di un luogo e di un tempo remoto, mi parlano di me, di quello che sono e che probabilmente sono stato.
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14 agosto 2011
Strauss a Manhattan
Dalle mie finestre vedo il palazzo del New Yorker, con la sua insegna rosso fuoco che brilla nella notte. A ovest l’Hudson scorre placido, oggi pioggia, e nebbia. Malgrado questo vedo il traffico sull’altra sponda, i ponti e i treni di Hoboken, New Jersey. L’imbarcadero sulla 42sima west ha un’attività moderata, la domenica. Ogni tanto la sirena di un traghetto "Poooot Poooot", e il vorticare di quelle acque limacciose. Per il resto sonno. Letargo di un giorno qualsiasi, per la strada quasi nessuno, solo qualche sportivo che fa footing, e il traffico formicolante delle auto sulla highway. Il tempo sembra sospeso, come in attesa di qualche grande avvenimento.
Di ritorno dal negozio di Wine & Spirits, dove ho speso 20 $ per una bottiglia di pinot noir della california assassinato da sapori fruttati e troppo rotondi, passo per la lobby, che qui somiglia agli spazi glassati e siderali di un film di kubrick. Mi aspetto da un momento all'altro di sentir le note di un walzer di Strauss.
11 agosto 2011
cowboys
lui è al telefono fuori dalla gelateria, e fuori, di fronte a lui comincia un parapiglia che agita perfino i poliziotti chiacchieroni. Jeez! Sono di nuovo qui, quegli sciroccati esibizionisti dei naked cowboys. Imbracciano due chitarre ma non le sanno suonare granché, massacrano qualche canzoncina che fece grande Frankie Laine. Ecco tutto. Entrano in una pizzeria e poi ne escono trionfanti, manco avessero conquistato little big horn, escono a farsi fotografare. Non fanno altro, si mostrano. Beati. E lui, che stava discutendo con lei al telefono,ora può cambiare argomento.
Questa è Broadway, baby.
9 agosto 2011
the hunters
pioggia. I cacciatori di pozzanghere si precipitano a times square per fotografare le insegne riflesse. Li vedi facilmente, in mezzo ai pedoni che attendono di attraversare, stanno carponi ad agitare l'acqua a ogni rosso e poi scattano e si mostrano reciprocamente le cose che l'obbiettivo cattura. Poi verde, fanno passare e attendono diligentemente il nuovo semaforo rosso per rimettersi a 4 zampe. Li avvicino, sono cacciatori socevoli, americani, mi mostrano il loro bottino. Sorridiamo complici, mentre cerco il numero della neuro.
skyscraper life
Dal 19 piano di un grattacielo sulla 32sima tutto pare minuscolo. E devo appoggiarmi per non essere vittima delle vertigini. Ci sono 4 ascensori, 45 piani, e oltre 400 appartamenti, quando aspetti per scendere (discesa o salita perlatro rapidissime) hai l'impressione che il tempo rallenti, tali sono le attese. Evidentemente 4 ascensori non sono abbastanza. Dalla finestra vedo l'Hudson e i battelli ormeggiati. I riflessi del grattacielo di fronte mi svegliano presto. Penso a come sarebbe la mia vita americana se rimanessi a lungo in questo posto. L'altro giorno ho chiesto a David se si sentiva newyorkese e lui ci ha pensato e mi ha risposto: "diciamo che quando sono qui so chi sono, più che in qualunque altro posto".
Le chiamano radici, i luoghi ci parlano di noi, malgrado noi stessi. Devo farmi un paio di radici portatili.
7 agosto 2011
polveri

tra le botteghe di tatuaggi o di manicure, al village, si celano discretamente come è possibile qui, quelle di veggenti e paragnosti. Vetrine colorate con luci al neon in cui campeggiano bicchierini e sfere di cristallo. L'altra sera, stanca dopo una faticosa seduta la veggente cicana accompagnava alla porta due clienti sovrappeso preoccupate per il loro futuro amoroso.
Poi, prima di spegnere la luce riordinava le stoviglie servite alla seduta, piattini e tazzine, e piccoli cestini in cui erano depositati i resti del rito. La stanza al buio lasciava risplendere per contrasto la scritta al neon "present past and future" sotto un disegno di una caffettiera e una tazza di caffé. Tra le polveri depositate, si sà ci sono i segreti delle nostre vite, basta saperli decifrare per vivere felici.
subway rapsody

Un padre di famiglia, pizzetto e camicia, manipola il suo cellulare. Noto che ha le unghie laccate di nero, come Lou Reed di Rock'n'roll animal. Un bianco sulla trentina, intabarrato con spolverino nero, cappello nero di feltro calato sugli occhi, malgrado gli oltre 30 gradi della metropolitana, nascosto da occhiali neri, ascolta musica energetica, sicuramente dark anche quella. La sua gamba traballa a ritmo. Entra un nero 2 X 2, puro lardo, indossa una t shirt con scritto supermuscular, il logo, la S e i colori, sono quelli di Superman. Una messicana, rossetto fuoco, short in pelle marron, stanca dei suoi colori si è tinta castano chiaro. Gli occhi neri scrutano nervosi, troppo vicini. Una biondina ha dipinte sul volto delle grandi parentesi azzurre, sembrano degli occhiali o una maschera da super eroe. Una grassotella pettinata come Mortissia Addams si siede di fronte a me, sguardo vitreo, ha gli occhi truccatissimi, ciglia finte e lenti blu scure. Le braccia completamente tatuate, modello yakuza. Un brillantino al dito anulare del piede fa ciao ciao.
skies of America

barnes & noble, la più grande catena di librerie d'America ama presentarsi come una biblioteca degli anni 40. Vado al quarto piano della sede di Union Square, a tre passi da Strand. i libri sono disposti con un ordine che rispecchia l'occhio e spesso il gusto dell'addetto al reparto. Osservo attonito. Qui tutto tace, mortificato in una salamoia priva di gusto, priva di un qualunque barlume di genio. Vedo i libri dei miei amici insieme ad altre scartoffie illeggibili. Non un percorso, non accostamenti stimolanti tra titoli che potrebbero parlarsi (come dice giustamente il saggio Roberto Roversi), niente, neppure il banale ordine alfabetico.
Sconsolato cerco di buttarmi dalle scale mobili ma quelle mi riportano su.
Osservo il merchandising. Questo non è meglio. E' tutto molto più lesso di quello moderno e furbetto di Strand. Me ne vado annoiato, guardo la statua in alluminio dedicata a Andy Warhol e penso: ma chi è questo scultore stitico che gli ha reso omaggio? Per rifarmi ascolto Ornette Coleman e le cose, come in Mary Poppins, tornano a posto. Finalmente a casa!
6 agosto 2011
once upon a time

Soho deserta, città fantasma a parte, a due passi dal formicolare di Broadway. Cammino distratto e mi imbatto per caso nella palazzina a tre piani che contiene un piccolo appartamento, uno studio più che altro, in cui si sono fatte cose che hanno cambiato la storia del fumetto americano e non solo. La casa di Raw e di Maus. La osservo, con il suo portoncino minuscolo. Non ci sono mai venuto qui, manco sapevo che fosse a Soho.
Vedo le scritte sul vetro, la scrittura di Art che dice "i pacchi per Raw consegnateli a X e Y". Mi viene alla mente il giovane e sprovveduto Charles Burns, che si fece, sul finire delgi anni settanta, 4 ore di treno per venire da Philadelphia a proporre le sue storie di Dog Boy a Raw. E Spiegelman che gli aprì, e dalla scala lo mandò alla malora dicendo di spedire.
Funzionava così, all'epoca, in maniera molto artigianale, non c'erano grandi corporation a pubblicare quelle storie. Ma solo case-studio, idee, e viaggiatori distratti che tornavano a casa con le pive nel sacco.
Chissa perché poi, me la rido da solo.
4 agosto 2011
jack, nanda, pier

Vedo un'intervista degli anni 60. Fernanda Pivano, che intervista Jack Kerouak, completamente ubriaco, che dice scemenze di fronte alle telecamere, le fa la corte e farfuglia cose da ubriaco. I suoi lineamenti sono forti, disfatti dall'alcol. Un tempo era un bel ragazzo, ora è gonfio, ma è jack, quello che ha scoperto che lo scrivere può essere anche a ritmo di bop, quello che scrive su rulli da telelscrivente perché non vuole interrompere il flusso.
Jack mangiato vivo dal suo mito. Incapace di sopportare il successo, beveva continuamente. C'è chi disse, malignamente, che si addormentò ubriaco e si svegliò famoso.
Venti anni più tardi, ricordo che Tondelli mi raccontava commosso, quando incontrò Nanda, in una latteria a Milano, dove si mangiava, ai tempi di Valvoline, un pò tutti. Lei era quella che ci aveva portato Hemingway, i beat, Dylan e tutto quello con cui si era cresciuti. E lo guardava a distanza, lo osservava con attenzione, da un altro tavolo, lo aveva riconosciuto. Lui, che era timido e sensibile, si avvicinò per presentarsi. Che bello, due intelligenze che si riconoscono. Ancora a distanza di anni giorni, vibrava per l'emozione.
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3 agosto 2011
gobo

Al Metropolitan con D. Mazzucchelli, a parlare dei nostri libri del nostro approccio, a capire di cosa e come parlare. In un racconto il tono è tutto, più ancora della struttura del racconto stesso. Passeggiamo, a pranzo da Gobo, nell'upper east side, si chiacchiera di tutto, della vita, del come è difficile vederla scorrere, del come certe cose accadano e noi siamo lì, come dei coglioni a vederla serpeggiare sotto la pelle e non siamo capaci di acchiaparla, di dirlo questo, di trasmetterla poi? Un sogno.
Vedere, saper vedere, che deriva in sintesi, semplicemente, dal saper osservare una cosa, un fatto. Giro intorno a un avvenimento lo disegno e ridisegno, lo affetto lo ricompongo, quello che sento muore, appassisce se non sto attento, concentrato, vivo pronto a coglierne il respiro, a catturarlo e inghiottirlo. Mentre attraverso l'immagine, tremo, se non la mangio non la cago, se non la sento non la rendo, la vita. E' il resto sono tutte balle.
2 agosto 2011
F train to Manhattan

seduti nel backyard di casa Madden-Abel a parlare della scena culturale newyorkese. Mentre qualcuno mi ha rubato il bidone dell'immondezza, proprio oggi e domando se questo sia lo sport preferito qui a Brooklyn. Mi dicono di guardare nel giardino del vicino. Domando: perché Persepolis è stato tanto apprezzato qui? Perché lo è stato Maus? E la chiacchierata si arricchisce di analisi degli anni 60 e della scena underground. Oggi sembrano tutti più stanchi, meno motivati. E' senz'altro l'aria dei tempi, ma non basterà a farmi restare seduto.
30 luglio 2011
take a look at this man

Questa è la faccia che aveva Hubert Selby Junior quando scrisse Ultima fermata a Brooklyn e si scolpì nel firmamento letterario dei cantori dei diseredati. Così, con un libro, anche influenzò la storia della musica, e non solo. Divenne un mito per scomparire poco dopo, inghiottito dal gorgo della memoria corta. Non ci sarebbe Take a walk on the wild side senza last exit to Brooklyn, non ci sarebbe Patti Smith, nè Munoz, probabilmente. E non ci sarebbero tanti altri cantori di maniera che costituiscono solo zavorra inutile.
"Conosco l'alfabeto, forse posso essere uno scrittore".
Preso dal terrore, dopo una visione, che la sua vita scorresse inutilmente, si accanì a cercare di raccontare, basandosi sui ricordi violenti di infanzia. Selby scriveva "a orecchio" e si lasciava andare alla sua prosa spontanea, una sorta di flusso di coscienza che lo apparentava a Kerouac. Come per Kerouac, il ritratto dell'America prendeva corpo a partire dai reietti. Portuali, senzatetto, delinquenti, sfruttatori, travestiti, prostitute, omosessuali, tossici e, non ultimi, i miserabili esclusi dall'american dream in generale. Ma a differenza di Kerouac il mondo di Selby è più feroce e decisamente meno mobile. Del tutto metropolitano.
jack

Quando scrisse Sulla Strada, jack aveva 29 anni, era il 1951. Marijuana, benzedrina, bop music, poesia, religione e una assoluta devozione per l'amore carnale, lo nutrivano.
Il suo stile ritmato (si definiva uno scrittore jazz) pare avesse influenzato lo stesso Bob Dylan.
Nel '44 connobbe Burroughs e Ginsberg. Due anni dopo Neal Cassidy, che aveva passato la sua adolescenza in riformatorio, i 2 divengono amici.
Questo emarginato, come lo vede Kerouak, sarà fonte di ispirazione e presenza costante nella sua vita.
On te road lo scrive in 3 settimane e dal momento della sua pubblicazione nel 1957 diventa il manifesto della beat generation.
Composto in lunghe sedute di improvvisazione letteraria, ispirate allo stile nervoso del bop di Charlie Parker, On the road racconta il vagabondare per l'America secondo lo stile degli hobos. Povertà, emarginazione, solitudine, e poesia.
Jack scriveva ispirato dalla musica, il suo ritmo ha ispirato altra musica. Il cerchio si chiude come in un mandala perfetto.
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