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7 agosto 2011

polveri


tra le botteghe di tatuaggi o di manicure, al village, si celano discretamente come è possibile qui, quelle di veggenti e paragnosti. Vetrine colorate con luci al neon in cui campeggiano bicchierini e sfere di cristallo. L'altra sera, stanca dopo una faticosa seduta la veggente cicana accompagnava alla porta due clienti sovrappeso preoccupate per il loro futuro amoroso.
Poi, prima di spegnere la luce riordinava le stoviglie servite alla seduta, piattini e tazzine, e piccoli cestini in cui erano depositati i resti del rito. La stanza al buio lasciava risplendere per contrasto la scritta al neon "present past and future" sotto un disegno di una caffettiera e una tazza di caffé. Tra le polveri depositate, si sà ci sono i segreti delle nostre vite, basta saperli decifrare per vivere felici.

subway rapsody


Un padre di famiglia, pizzetto e camicia, manipola il suo cellulare. Noto che ha le unghie laccate di nero, come Lou Reed di Rock'n'roll animal. Un bianco sulla trentina, intabarrato con spolverino nero, cappello nero di feltro calato sugli occhi, malgrado gli oltre 30 gradi della metropolitana, nascosto da occhiali neri, ascolta musica energetica, sicuramente dark anche quella. La sua gamba traballa a ritmo. Entra un nero 2 X 2, puro lardo, indossa una t shirt con scritto supermuscular, il logo, la S e i colori, sono quelli di Superman. Una messicana, rossetto fuoco, short in pelle marron, stanca dei suoi colori si è tinta castano chiaro. Gli occhi neri scrutano nervosi, troppo vicini. Una biondina ha dipinte sul volto delle grandi parentesi azzurre, sembrano degli occhiali o una maschera da super eroe. Una grassotella pettinata come Mortissia Addams si siede di fronte a me, sguardo vitreo, ha gli occhi truccatissimi, ciglia finte e lenti blu scure. Le braccia completamente tatuate, modello yakuza. Un brillantino al dito anulare del piede fa ciao ciao.

skies of America


barnes & noble, la più grande catena di librerie d'America ama presentarsi come una biblioteca degli anni 40. Vado al quarto piano della sede di Union Square, a tre passi da Strand. i libri sono disposti con un ordine che rispecchia l'occhio e spesso il gusto dell'addetto al reparto. Osservo attonito. Qui tutto tace, mortificato in una salamoia priva di gusto, priva di un qualunque barlume di genio. Vedo i libri dei miei amici insieme ad altre scartoffie illeggibili. Non un percorso, non accostamenti stimolanti tra titoli che potrebbero parlarsi (come dice giustamente il saggio Roberto Roversi), niente, neppure il banale ordine alfabetico.
Sconsolato cerco di buttarmi dalle scale mobili ma quelle mi riportano su.
Osservo il merchandising. Questo non è meglio. E' tutto molto più lesso di quello moderno e furbetto di Strand. Me ne vado annoiato, guardo la statua in alluminio dedicata a Andy Warhol e penso: ma chi è questo scultore stitico che gli ha reso omaggio? Per rifarmi ascolto Ornette Coleman e le cose, come in Mary Poppins, tornano a posto. Finalmente a casa!

6 agosto 2011

once upon a time


Soho deserta, città fantasma a parte, a due passi dal formicolare di Broadway. Cammino distratto e mi imbatto per caso nella palazzina a tre piani che contiene un piccolo appartamento, uno studio più che altro, in cui si sono fatte cose che hanno cambiato la storia del fumetto americano e non solo. La casa di Raw e di Maus. La osservo, con il suo portoncino minuscolo. Non ci sono mai venuto qui, manco sapevo che fosse a Soho.
Vedo le scritte sul vetro, la scrittura di Art che dice "i pacchi per Raw consegnateli a X e Y". Mi viene alla mente il giovane e sprovveduto Charles Burns, che si fece, sul finire delgi anni settanta, 4 ore di treno per venire da Philadelphia a proporre le sue storie di Dog Boy a Raw. E Spiegelman che gli aprì, e dalla scala lo mandò alla malora dicendo di spedire.
Funzionava così, all'epoca, in maniera molto artigianale, non c'erano grandi corporation a pubblicare quelle storie. Ma solo case-studio, idee, e viaggiatori distratti che tornavano a casa con le pive nel sacco.
Chissa perché poi, me la rido da solo.

4 agosto 2011

jack, nanda, pier


Vedo un'intervista degli anni 60. Fernanda Pivano, che intervista Jack Kerouak, completamente ubriaco, che dice scemenze di fronte alle telecamere, le fa la corte e farfuglia cose da ubriaco. I suoi lineamenti sono forti, disfatti dall'alcol. Un tempo era un bel ragazzo, ora è gonfio, ma è jack, quello che ha scoperto che lo scrivere può essere anche a ritmo di bop, quello che scrive su rulli da telelscrivente perché non vuole interrompere il flusso.
Jack mangiato vivo dal suo mito. Incapace di sopportare il successo, beveva continuamente. C'è chi disse, malignamente, che si addormentò ubriaco e si svegliò famoso.
Venti anni più tardi, ricordo che Tondelli mi raccontava commosso, quando incontrò Nanda, in una latteria a Milano, dove si mangiava, ai tempi di Valvoline, un pò tutti. Lei era quella che ci aveva portato Hemingway, i beat, Dylan e tutto quello con cui si era cresciuti. E lo guardava a distanza, lo osservava con attenzione, da un altro tavolo, lo aveva riconosciuto. Lui, che era timido e sensibile, si avvicinò per presentarsi. Che bello, due intelligenze che si riconoscono. Ancora a distanza di anni giorni, vibrava per l'emozione.

3 agosto 2011

gobo


Al Metropolitan con D. Mazzucchelli, a parlare dei nostri libri del nostro approccio, a capire di cosa e come parlare. In un racconto il tono è tutto, più ancora della struttura del racconto stesso. Passeggiamo, a pranzo da Gobo, nell'upper east side, si chiacchiera di tutto, della vita, del come è difficile vederla scorrere, del come certe cose accadano e noi siamo lì, come dei coglioni a vederla serpeggiare sotto la pelle e non siamo capaci di acchiaparla, di dirlo questo, di trasmetterla poi? Un sogno.
Vedere, saper vedere, che deriva in sintesi, semplicemente, dal saper osservare una cosa, un fatto. Giro intorno a un avvenimento lo disegno e ridisegno, lo affetto lo ricompongo, quello che sento muore, appassisce se non sto attento, concentrato, vivo pronto a coglierne il respiro, a catturarlo e inghiottirlo. Mentre attraverso l'immagine, tremo, se non la mangio non la cago, se non la sento non la rendo, la vita. E' il resto sono tutte balle.

2 agosto 2011

F train to Manhattan


seduti nel backyard di casa Madden-Abel a parlare della scena culturale newyorkese. Mentre qualcuno mi ha rubato il bidone dell'immondezza, proprio oggi e domando se questo sia lo sport preferito qui a Brooklyn. Mi dicono di guardare nel giardino del vicino. Domando: perché Persepolis è stato tanto apprezzato qui? Perché lo è stato Maus? E la chiacchierata si arricchisce di analisi degli anni 60 e della scena underground. Oggi sembrano tutti più stanchi, meno motivati. E' senz'altro l'aria dei tempi, ma non basterà a farmi restare seduto.

30 luglio 2011

take a look at this man


Questa è la faccia che aveva Hubert Selby Junior quando scrisse Ultima fermata a Brooklyn e si scolpì nel firmamento letterario dei cantori dei diseredati. Così, con un libro, anche influenzò la storia della musica, e non solo. Divenne un mito per scomparire poco dopo, inghiottito dal gorgo della memoria corta. Non ci sarebbe Take a walk on the wild side senza last exit to Brooklyn, non ci sarebbe Patti Smith, nè Munoz, probabilmente. E non ci sarebbero tanti altri cantori di maniera che costituiscono solo zavorra inutile.
"Conosco l'alfabeto, forse posso essere uno scrittore".
Preso dal terrore, dopo una visione, che la sua vita scorresse inutilmente, si accanì a cercare di raccontare, basandosi sui ricordi violenti di infanzia. Selby scriveva "a orecchio" e si lasciava andare alla sua prosa spontanea, una sorta di flusso di coscienza che lo apparentava a Kerouac. Come per Kerouac, il ritratto dell'America prendeva corpo a partire dai reietti. Portuali, senzatetto, delinquenti, sfruttatori, travestiti, prostitute, omosessuali, tossici e, non ultimi, i miserabili esclusi dall'american dream in generale. Ma a differenza di Kerouac il mondo di Selby è più feroce e decisamente meno mobile. Del tutto metropolitano.

27 luglio 2011

gloomy


prendi un cafè, mettici dentro una biblioteca, sei dentro un edificio industriale di Brooklyn, ai soffitti lampade stile C'era una volta in America.
Ti portano il menù, che è una busta per posta aerea, dentro una lettera con scritte a mano le cose che puoi prendere, ma in italiano. Prendi una birra e parli con Tommaso, che tiene in piedi tutto questo, Milk and Roses, a Green point, mentre tre sciammannati dal talento indubbio grattugiano le chitarre con modi che furono di Django Reinhardt. Pioveva fino a un momento fa, ma l'italiano fa una cosa graziosa, ci invita nel retro, un giardino carino e discreto in cui lui ha asciugato per noi le sedie e il tavolo di marmo. E per un momento mi sento nel giardino dell'eden.