2 maggio 2006

ARGENTO! (capitolo 5)



La musica del divino Wolfang Amadeus risuonava per la grotta. Nonna e Alvino ascoltavano con attenzione, come gli aveva insegnato lei. Sdraiati nelle amache, respirando profondamente, gli occhi socchiusi.
Per gustare, “imbeversi” , diceva lei, in quelle atmosfere; come sempre prima di un lavoro importante. Era opportuno immergersi nella bellezza, affinché i gesti ne fossero poi contagiati. E piantare era un lavoro importantissimo per la vecchia Aurelia Picocca.

“si entra in contatto con la terra, capisci Alvino?”

Era quello il modo più puro che aveva lei per pensare al divino.

Mentre tutto questo accadeva le note del concerto per piano e orchesta numero 19 risuonavano nelle scatole craniche dei Picocca, come un carillon dalla precisione armonica, che dettava ritmi e suggeriva cadenze. A vederli assorti nella semina, con i pochi gesti precisi, sembrava una danza, una cerimonia religiosa, un vero rito di prosperità.

Distanti qualche miglia, dopo una notte di bisboccia, i bracconieri erano dispersi nelle loro camere prese in affitto alle due teverne del luogo, addormentati nelle pose più grottesche, manco si trattasse di un macabro presepe, mentre facevano i sogni d’oro dell’agognata ricompensa.

Colmish, che invece era “Sir”, dormiva tra le braccia della sua favorita, tra le lenzuola di seta scarlatta e oro, nella suite del bordello di Mammarranca. E la giornata pareva archiviarsi, ricca di soddisfazioni, con la cattura di un colpevole mannaro.

A Mammarranca, c’era chi, spenta la lampada sputava sul ritratto incorniciato che Fulgenzio Villa, dittatore del Parador, aveva reso obligatorio in ogni casa. E chi si profondeva in preghere. Chi indossava il cappuccio degli squadroni neri e si predisponeva a una notte di scorribande. E chi quelle scorribande temeva e sbarrava ben bene le imposte.

Per nulla convinto che il lupo mannaro fosse stato catturato, immerso nell’oscurità un bracconiere cavalcava il suo imponente cavallo arabo.
Era cupo in volto, il mezzo uomo; sgraziato nella posa, e feroce sin nel midollo, che la vita lo aveva preso a calci in culo come aveva potuto, e aveva potuto spesso e volentieri.
Sferzava a sangue quel cavallo troppo bello, mostrando senza vergogna un dato inconfutabile; lui odiava la bellezza, almeno quanto questa aveva schifato lui. Lui che tutti chiamavano, alle spalle, Billy lo gnomo.

Cavalcava al galoppo Billy e quando, dopo la curva della collina denominata “su mortoriu”, si trovo’ d’un tratto , nel bel mezzo di un gregge non seppe far altro che travolgere le pecore. E rotolare per la strada polverosa. E rialzarsi, umiliato e furioso e scarmigliato per andare ad affrontare lo sventurato pastore.
Era un ragazzo di sedici anni. Tale Astor Lupinu, che teneva tra le braccia una pecora agonizzante mentre lo guardava con rimprovero.
Era più basso di una tacca Billy, ma armato di frustino e schioppo, e di una rabbia sorda che si impossesso’ di lui. Gli prese la mano e frusto’ con violenza il volto il ragazzo. Che cadde. Incredulo. E quando si rialzo’ seppe guardarlo negli occhi, il sangue che gli colava lungo il viso, le lacrime che scorrevano, in silenzio. E in silenzio gli giuro’ morte certa.
Una morte lenta e crudele, che l’odio gli dipingeva nel nero di due occhi tondi e lucenti.
Quando e come lo avrebbe definito il destino. Un destino cui quel ragazzo sarebbe stato devoto per tutta la vita.

Credeva negli sguardi, Billy il nano, e aveva imparato a non sottovalutarli, da qualunque altezza provenissero.
Monto’ a cavallo e al galoppo si allontano’ incrociando gli occhi di una vecchia, che lo fissava, le mani sporche di terra, lo sguardo di chi ha pena. Una pena infinita per la miseria umana.
E quella pena gli trapano’ il petto e divoro’ l’anima e rovino’ molte di quelle notti, a rovistare i sogni e rimestare i ricordi. Che Billy era feroce per davvero ma un giorno il cuore doveva avercelo avuto pure lui.

1 maggio 2006

ARGENTO! (capitolo 4)




Dopo ogni scorribanda la regola era che nonna e nipote dovessero farsi vedere, entrambi con il loro passo strascicato, giu’ in paese. Queste ricognizioni avevano una doppia funzione.
Si dava ad intendere di non avere nulla a che fare con quanto accaduto e permetteva, al contempo, di informarsi su eventuali mosse dei bracconieri.

Le chiacchiere naturalmente fiorivano come papaveri al sole di primavera.
Un contadino troppo ubriaco per non finire sotto le ruote del suo stesso carro diventava, nella fantasia popolare, “vittima del lupo mannaro, che lo aveva straziato per ore prima di buttarlo tra le zampe dei cavalli”.
Due graffi sulla corteccia di un acacia diventavano “decine di alberi abbattuti nel bosco”.
Donna Aurelia, ascoltava e fingeva di partecipare al chiacchiericcio, sempre attentissima a non scoprirsi.

Dormivano al sole, i due gatti rossi di Don Erminio, su dottori, davanti alla porta del suo ambulatorio. Al passaggio di Alvino si svegliarono di soprassalto, soffiando e scappando con la coda ingrossata.

“Don Erminio, buongiorno, eccoci qua”.
“Ah buona giornata Donna Aurelia. Come state?”
“Accaldata d’estate e fresca d’inverno, come tutti. Tenete, un soldo d’argento! Cosi’ il mio debito è quasi estinto. Vi ho riportato anche Anna Karenina e dei biscotti al miele, appena fatti. ”
"Molte grazie, accomodatevi.”
Mentre cominciava a preparare il caffé il dottore introduceva il tema che loro amavano recitare, come in una sinfonietta di tira e molla. Una dolce sinfonietta in cui ognuno interpretava un ruolo ben preciso. Lei era il tono grave, come corni inglesi o tromboni o rullare di timpani cui lui faceva da contrappunto, arioso come una sezione d’archi.
“Siamo dei fuscelli al vento Donna Aurelia, che volete farci.”
“Eh già, mi pare ieri quando ero un fuscello giovane e forte.” Sorrideva lei, compiaciuta…
“Adesso tanto vento è soffiato, che mi ha curvata come un arbusto”.
“Hanno una loro bellezza gli arbusti, ecco il caffé, e una cioccolata per Alvino, che oggi ha la testa fra le nuvole".
Mentre sua nonna e il dottore si intrattenevano nelle loro chiacchiere la visita a quell’ambulatorio era per Alvino motivo ricorrente di stordimento ed emozione. Viaggiava con la fantasia attraverso quello che vedeva dentro le vetrine lucenti. Flaconi di sostanze colorate, polveri, provette, e strani esseri in formalina. E ferri da chirurgo, minacciosi, perfetti, che riflettevano la luce del mattino.

“Non c’è niente di bello nella vecchiaia Dottor Erminio, lo sapete bene. Siamo di passaggio e ci intratteniamo con caffé e biscotti per raccontarci che il viaggio è gradevole. Ma stiamo facendo un tragitto terribile.”
“Si fa peccato a parlare cosi’ della vita, Donna Aurelia.”
“Bah, non ho la vostra fede dottore, e non temo l’inferno perché lo conosco da vicino. Lo calpesto con questi miei piedini ogni giorno, sapete?”
“Allora, come avete trovato Tolstoy?”
“impareggiabile, come al solito Don Erminio. E poi conforta la mia visione”
“Non direi, Tolstoy è un grande uomo di fede”
“parlo della visione degli uomini”
Sorridevano entrambi, compiaciuti della perfetta esecuzione di una partitura suonata oramai decine di volte. Li rassicurava quel piccolo rituale.
“E questa cos’è?” Irruppe la vecchia riferendosi e una musica che suonava sul grammofono.
“Questo è un pezzo di paradiso Donna Aurelia. Questo è Mozart, sentite qui il pianoforte come dialoga con l'orchestra…”.
La donna rimase ad ascoltare in silenzio e cosi’ Alvino che era molto sensibile alla musica.

Il sole era alto quando la donna usci’ in compagnia del nipote tenendo sotto il braccio il disco pesante del concerto per piano e orchesta numero 19. Si trovarono, all’altezza del mercato del pesce, davanti a un gruppo di bracconieri che trascinavano nella polvere tra stramazzi e strepiti un uomo che scalciava e menava fendenti. Era lacero e urlava cose incomprensibili mentre veniva preso a calci, nel corpo magrissimo, da un gruppo di bracconieri.

La voce si sparse in un nonnulla: era Emiliano, il fabbro, cui gli squadroni neri di Don Fulgenzio Villa avevano mozzato, qualche anno addietro, la lingua.
Veniva accusato di essere l’uomo lupo e l’alcalde, intervenuto di li’ a poco, pareva compiacersi di poterlo sbattere in cella per un processo sommario.

Erano periodi difficili in Parador; la miseria endemica aveva incupito gli animi e dato il potere a un dittatorello sanguinario che reprimeva ogni forma di dissidenza con il pugno di ferro.
Ai bracconieri e alle loro scorribande si lasciava fare, dato il loro legame con il potere costituito, ma chiunque osasse anche solo pensare diversamente da quanto prescritto veniva affrontato dagli squadroni degli incapucciati che si rimboccavano le maniche allo scopo di "rieducarlo".

Donna Aurelia non era che una vecchia ma le pesava l’anima e le portava amarezza e pessimi presentimenti il vedere ingiustamente accusato qualcuno che rischiava il collo a causa delle responsabilità della sua stripe.

30 aprile 2006

ARGENTO! (capitolo 3)



Il villaggio di Mammarranca contava 7627 anime , e pochi spelacchiati cani, nel 1910.
Cosicché l’arrivo dei bracconieri inglesi, accorsi a frotte con i loro segugi, aveva finito per scombussolare l’andamento regolare della vita di tutti i giorni, fatto fiorire il commercio, modificato gli orari di chiusura delle taverne e perfino consolidato la prostituzione.
William Holmer Colmish era quello che fungeva da capo a uno sparuto e accanito gruppetto di cacciatori. Veniva dalla Cornovaglia e aveva un volto grasso e sgraziato su sui era cresciuto un enorme tubero che gli faceva da naso. Pelle butterata e un’occhio di vetro non contribuivano a migliorare il suo aspetto.
Altri della partita erano Ian McGallan, il lugubre, che era scozzese, ad esser precisi, e il tracagnotto Marc O’ Brien, di Nothampton, poi Leonard Donne e Harvard Muybridge jr, l’avaro, e quello che tutti chiamavano Billy lo gnomo, ma a sua insaputa, dato che era uomo dai modi rudi, ottimo tiratore, irascibile e temutissimo.
Loro insieme a molti altri erano semplici e liberi battitori, per nulla decisi a spartire con chicchessia la ricca ricompensa che il villaggio avrebbe versato a chi li avesse liberati dagli uomini lupo.

Avvenimenti di ferocia inaudita erano accaduti, qualche mese prima, quando, ubriachi, certi bracconieri, avevano adoperato le maniere forti per interrogare i primi malcapitati abitanti del villaggio alla ricerca di sospetti, dicerie o informazioni che avessero potuto instradarli.

Fu cosi’ che un comitato di cittadini, guidati dall’alcalde, Don Ignatio Rodriguez Ramos, aveva fatto le sue rimostranze presso W. H. Colmish.
Erano armate le autorità (più che altro di buone intenzioni dato che i vecchi archibugi sortivano un effetto esilarante presso la comunità dei bracconieri) e con un drappello sgangherato di soldati, in misura notevolmente inferiore di quella degli inglesi in questione.
Ma, molto intenzionati a prendersi sul serio, essi avevano aperto un cerimoniale di corteggiamento singolare.

Parlavano a lui, a Colmish, come se fosse il capo di tutti. Anche se sapevano bene che non era vero.
“Egregio Signore, a nome della cittadinanza, in nome del potere a me conferito ecc ecc”
L’altro guardava dal solo occhio a disposizione e, mentre si accarezzava la barba rossiccia che cresceva ispida e incolta, ascoltava l’inteprete.
“Or si trova che alcuni esimi cacciatori suoi colleghi ecc ecc”

Era l’imbarazzo e la paura a diventar verbo, e la necessità impertinente di darsi un tono, che aveva finito per fare da ponte tra due culture tanto distanti. E aveva suggellato un accordo formale.
“Parola di cacciatore”, quelle barbare pratiche, che terrorizzavano Mammarranca e finivano per mettere in ambasce le autorità, avrebbero cessato all’istante.

Colmish, noto per il suo pessimo carattere, discendeva da stirpe di commercianti e aveva bene inteso i vantaggi che gli sarebbero venuti, sissignore. La sera alla taverna aveva battutto il pugno sul tavolo, era montato su una sedia e da li’ aveva tenuto un breve discorso. Farfugliato piu’ che urlato, e innaffiato abbondantemente dal vino.

“Nessuno", pena incorrere nella sua personale ira, "avrebbe mai più torto un capello, a nessun abitante del luogo, alla ricerca scorretta di informazioni. Chiaro?”.
L’antifona era stata registrata, per acclamazione, e da allora le scorribande erano cessate d’un tratto.

“Buongiorno Sir Colmish”
“Buonasera Sir Colmish”

La gratitudine di un paese elargisce, alle volte, titoli nobiliari che valgono quanto quelli provenienti dalla Corona.
E le porte del bordello da quel momento si aprirono a qualunque ora, per lui. Valeva ben che le cosce di una puttana garantissero la serenità di una intera comunità.
La cittadinanza era lieta di offrire le ore dell’amore carnale a colui che divenne, a tutti gli effetti, autorità morale, monarca di una popolazione minuscola e rumorosa, sbevazzona e feroce, che prendeva il nome generico di “bracconieri inglesi”.

A qualche miglio di distanza la vecchia Donna Aurelia menava una vita solitaria e discretissima. Nel tentativo di divenire addirittura invisibile. Arte nella quale si esercitava ogni giorno, sin da bambina.
Sapeva bene che i Picocca avevano un segreto da custodire, e che le voci correvano veloci.

Nei latifondi della “piana do Diablo” , che circondava di palmeti e banani la cittadina di Mammarranca la donna si faceva chiamare Aurelia Pica, nome fittizio, scelto a caso tra i settecento e cinquanta che il libro nero custodiva. La sua famiglia aveva elaborato tanti stratagemmi mimetici che la vecchia trovava perfino il modo di aggiungere un suo personale tocco, uno sberleffo.

Aveva infatti lavorato, per tutta una vita, nelle miniere da cui si estraeva l’argento. Metallo prezioso e letale per la sua genia.

“fa male?” chiese al ragazzetto.
“Non più”
Parlava con il nipote della brutta ferita che aveva, solo una notte prima, squarciato il deltoide. E che adesso pareva prodigiosamente rimarginata. Era questo “il dono”; una tempra leggendaria. Registrata nelle pagine fittissime del taccuino nero in cui erano annotate gesta che testimoniavano i segreti di una stirpe mannara.

“non devi farlo più. Mai più”
“cosa nonna?”
“… andare cosi’ lontano le notti di plenilunio”.
“ma nonna…”
“non voglio sentir storie, io non posso seguirti, sono vecchia oramai e non ho voglia di morire di crepacuore”.
Prese a fondere l’argento del proiettile che doveva rendere irriconoscibile. Da lontano Alvino la osservava.
“Piu’ tardi mi aiuterai a piantare bietole e rape, va bene? Il ciclo è propizio“

Alvino la osservava studiare i cicli lunari sugli enormi papiri. L'aveva sempre osservata, fin da quando aveva due anni, segnare, annotare: “apogeo” e “perigeo”, durante tutta una vita. Era l’antica scienza dei Picocca, che assecondava gli influssi sulla semina.
Piante da radice, da foglia, da fiore e da frutto, suddivise per categoria, come la tradizione insegnava e piantate seguendo la scienza della luna. Tramandata da secoli, e sentita nel sangue.
Fine cap. 3

ARGENTO! (capitolo 2)




Mentre la vecchia estraeva il proiettile Alvino cercava di non pensare al dolore che sentiva nelle carni. Si concentrava sulle note dolci della musica. La conosceva a memoria e sapeva che a un dato momento c’era un crescendo di percussioni che gli piaceva, ma che sembrava non arrivare mai.

Plin.

Fece il proiettile d’argento quando rimbalzo’ sul piano di marmo della cucina.
“e con questo ci paghiamo un dente, caro Alvino, che "Erminio su dottori" aspetta da un pezzo”
Disse la donna, e risero.
Amava quella vecchia che si prendeva cura di lui. E che adesso gli asciugava una lacrima sulla guancia.

“hai già scritto?” Chiese timidamente Alvino.
“ho scritto”.

Era laconica la nonna quando era presa dai pensieri.

“Me la fai leggere, la storia?”
“Bah, più tardi, adesso devi riposare, riposare e cercare di riprenderti. Hai fame? Devi mangiare, lo sai che le trasformazioni rubano un sacco di energie. Dimmi, come ti sentivi.”
Gli porse un piatto di zuppa, caldo e fumante. Poi aggiunse:
“ E sopratutto mi interessa sapere cosa sognavi. Lo sai che i sogni raccontano molto di quel che sta per succedere. “

Parlavano per delle ore. E la vecchia annotava febbrilmente nel taccuino nero le storie di tutta una genia di uomini lupo che la famiglia cui apparteneva aveva ospitato.

Chi era stato il primo?
Lazarus Hascaroth III, che nel 1627 aveva straziato un intero gregge nel giro di poche settimane prima di essere abbattuto, ormai anziano, da un cacciatore di pellicce venuto dalla lontanissima Scozia.

Lazarus era stato il segreto di famiglia quando i Picocca avevano dovuto emigrare da Puerto Oruro a Mammarranca, nel tentativo, del tutto inefficace, di far perdere le tracce.
Le leggende, si sa, soffiano più forti del vento, e che la famiglia Picocca avesse avuto un uomo lupo tra le sue genti fu sulla bocca di tutti.

Da allora, per generazioni e generazioni, le donne avevano preso a compilare quello strano taccuino. Che serviva a riportare tutte le costanti, le anomalie, le caratteristiche di una stripe maledetta da quello che ci si ostinava a chiamare, malgrado tutto, “il dono”.

Nel settecento le corti di Austria e Danimarca avevano fatto segno di apprezzare ogni genere di bizzarria. E se lo contesero a suon di onori.
Ma fu in Ighilterra che infine prese residenza Hubaldinus Picocca, detto il mancino, che fu perfino insignito del titolo di arciduca di Worchester, allo scopo di tenerlo legato a corte.

Hubaldinus era bello di giorno e mostruoso le notti di luna piena. Esercitava il suo diritto nobiliare importunando le dame a piacimento. E lo faceva senza grazia alcuna, giacché la nobiltà di sentimenti non si trasmette con il titolo.
Mori’ ancora giovane, il duca mancino, per una alquanto villana infezione alle vie urinarie.
Il corpo donato alla scienza da Sua Maestà, fu sezionato dagli Esimi Professori dell’ univestità di Londra, che già aveva avuto a che fare con un certo Gwynplaine, mostro di altrettanto interesse, e non meno nobile.

Aveva generato numerosi figli, Hubaldinus, che fin da piccoli avevano terrorizzato le campagne inglesi. Alcuni furono abbatuti, ma si risvegliavano, senza traccia di ferite, poche ore dopo.
Fu in seguito alle torture loro inflitte che Il Duca di Welles fece sua l’informazione che servivano punte in argento, conficcate nel cuore, per fermarli. E li passo’ con una speciale spada da parte a parte.

Da allora il nobile metallo fu sinonimo di potere. Dato che l’argento contrastava le maledizioni , nei circoli esoterici di Londra e Berna esso divenne simbolo alchemico di sapere.
E prese a valere più dell’oro, com’è ovvio.

1776 Costantinopoli. Due gemelli furono catturati vivi ed esposti come pubbliche attrazioni.
Sul finire del settecento un circo slavo li aveva rapiti. E fu cosi’ che essi giunsero fino in Romania. Divennero stimati e ricercati, conversarono di filosofia e ermeneutica. Per poi sbranare Norbescu Primo, astrologo di Budapest, il quale incauto aveva sottovalutato il plenilunio incipiente.

Una goletta li aveva infine inghiottiti. Viaggiavano in incognito diretti a casa, alla loro terra natia, dato che, è risaputo, il Parador chiama i suoi figli con il canto della nostalgia.

Selim IV, si diceva nipote del sultano Selim II. E proveniva effetivamente dall’imperpo Ottomano.
Tuttavia ignoriamo se realmente avesse nelle sue vene un quarto di sangue Picocca.

Fatto sta che fu uomo lupo tra i più celebri, anche perché conversava in numerosi idiomi, cavalcava con uno strano senso di “grazia animale” e tirava di scherma come pochi al mondo.
Fu immenso e sublime corteggiatore.
Ricambiato. Amato. Desiderato.
Secondo I biografi del tempo colorito ambrato e occhi di ghiaccio, gli resero la vita facile. E reputazione di “impenetrabile”.
Eppure, recitano sempre le agiografie, a dispetto della fama di impenetrabile il suo cuore fu abitato da numerose passioni, che lo portarono a un peregrinare senza sosta.
Questo prima che un altro inglese, tale Sir Alfred Thomas Greene, lo impallinasse con proiettili d’argento.

Poi, durante il secolo decimo nono, la maledizione dei Picocca parve assopita. Sino a quando, attorno al 1861, quattro marmocchi, nati a distanza di pochi anni l’uno dall’altro si riscoprirono affetti da quello che per secoli si era chiamato, sottovoce, “il dono”.
E le morti ripresero; e le cacce spietate e arbitrarie animarono le campagne e i palmeti le spianate e le montagne.


Queste storie Alvino Picocca le amava da bambino. Le aveva ascoltate dall’alba dei tempi, prima di addormentarsi. Che le donne avevano l’incarico infausto di trasmettere la conoscenza. E lui le aveva lette e rilette, di nascosto dal libro di famiglia che la nonna portava sempre con se.


Nei caldi pomeriggi d’estate, quando i palmizi dondolavano indolenti e l’afa si impadroniva delle stanche membra di sua nonna Aurelia, e il rosolio faceva il suo corso, Alvino prendeva avido il libro nero e leggeva.
Leggeva le cronache della sua stirpe e sognava, un giorno, di diventare grande come certi suoi avi.

FINE CAP. 2

ARGENTO! (capitolo 1)




Quando il brontolio dello stomaco si fece più sonoro Alvino apri' gli occhi e si rese conto che era rimasto assopito per ore. Il bosco frusciava, accarezzato dai venti del nord est. "Acacie", penso'.

Gli piaceva dormire ai piedi delle acacie.
Sin da bambino, prima di scoprire "il dono" aveva trascorso interi pomeriggi d'estate addormentato tra i profumi delle spighe tagliate di fresco.
Era il 16 di agosto, e il gallo cantava in piena notte, come sempre.
"già le quattro..." disse cercando di alzarsi.
Gli piacevano i galli matti. Era quella imperfezione che glieli faceva amare. "Un gallo che canta all'alba non è mica interessante".
Glielo aveva insegnato sua madre, prima di morire. Prima della poliomielite che lo aveva ridotto uno schiavo. Schiavo della sua imperfezione, della miseria e della pietà dei pochi parenti rimasti. _"chichirichiiiiii" rispose al gallo.
E si fece, per un momento, Silenzio.
Come gli piaceva il silenzio. Ah, un lungo respiro.
Si alzo' e commincio' a percorrere il sentiero, la luna alta in cielo. Un gatto gli attraverso' la strada e si perse a soffiare.
HOP HOP
Camminava veloce dopo la trasformazione, la sua parte animale prendeva il sopravvento e gli faceva dimenticare i limiti di umano.
Era braccato, lo sapeva. Suo cugino Gesuino lo avevano freddato con due proiettili d'argento. E tutto per una stupida pecora.
Ma i bracconieri inglesi non perdonano! Si sa.
Erano motivati quelli, dall'oro che si portavano via. Chili e chili, quanto pesava la preda. Questo era l'accordo. _
Alvino era una massa di muscoli e pelo, occhi di brace, bava alla bocca. Ringhiava adesso.

AAAAARRRRHHHHHHH

Se li era trovati davanti, all'improvviso.
"run run", "sourround him". "There!" urlavano peggio di bestie. Bastardi. Avevano perfino dei cani.
In quei momenti Alvino non pensava.
Non lo sapeva neppure lui come fece ma si ritrovo' d'improvviso per aria, arrampicato per un acacia "(amica)". E poi spicco' un balzo enorme.

BRRAAAARRR

Giusto in tempo di vedere una lingua di fuoco che bruciava, bruciava e faceva piangere.

Si tocco' il deltoide sbrindellato dal proiettile. Il sangue colava caldo.
E sentiva il ringhiare dei cani, vicino, sempre più vicino.

Tump tump tump, le sue zampe per terra. Era veloce. VELOCE e rideva perché sentiva il vento fischiare
UUUHHH UUUHHH nelle orecchie.

Quanto tempo passo' prima che intravedesse l'uscio della sua tana?

Aveva ancora il cuore che pulsava nelle orecchie. Ma rideva. Contento, malgrado il dolore.
Poi pochi gesti decisi.
Giusto il tempo di stringere forte il braccio con i lacci e le pezze. Di bere dell'acqua fresca e di svenire nell'amaca appesa all'interno di quella grotta che lo aveva visto cucciolo.


Quando arrivo' la vecchia, con il suo passo strascicato, Alvino era ancora immerso nel suo sonno solido. Non era più un uomo lupo adesso, ma solo un ragazzetto ferito.
La donna gli accarezzo' i capelli. Spense la lampada a carburo, che era sorto il sole. E mise a suonare sul grammofono una vecchia musica tropicale, mentre preparava il mate.
E Alvino apri' gli occhi.

"Me la leggi Hansel e Gretel nonna?" disse il ragazzetto.
"Sei un ometto oramai. Non si leggono le fiabe agli uomini fatti".

E sorrisero mentre lei gli porse una tazza e preparo' i ferri sull'acqua calda, per vedere di medicare quella brutta ferita.