
La musica del divino Wolfang Amadeus risuonava per la grotta. Nonna e Alvino ascoltavano con attenzione, come gli aveva insegnato lei. Sdraiati nelle amache, respirando profondamente, gli occhi socchiusi.
Per gustare, “imbeversi” , diceva lei, in quelle atmosfere; come sempre prima di un lavoro importante. Era opportuno immergersi nella bellezza, affinché i gesti ne fossero poi contagiati. E piantare era un lavoro importantissimo per la vecchia Aurelia Picocca.
“si entra in contatto con la terra, capisci Alvino?”
Era quello il modo più puro che aveva lei per pensare al divino.
Mentre tutto questo accadeva le note del concerto per piano e orchesta numero 19 risuonavano nelle scatole craniche dei Picocca, come un carillon dalla precisione armonica, che dettava ritmi e suggeriva cadenze. A vederli assorti nella semina, con i pochi gesti precisi, sembrava una danza, una cerimonia religiosa, un vero rito di prosperità.
Distanti qualche miglia, dopo una notte di bisboccia, i bracconieri erano dispersi nelle loro camere prese in affitto alle due teverne del luogo, addormentati nelle pose più grottesche, manco si trattasse di un macabro presepe, mentre facevano i sogni d’oro dell’agognata ricompensa.
Colmish, che invece era “Sir”, dormiva tra le braccia della sua favorita, tra le lenzuola di seta scarlatta e oro, nella suite del bordello di Mammarranca. E la giornata pareva archiviarsi, ricca di soddisfazioni, con la cattura di un colpevole mannaro.
A Mammarranca, c’era chi, spenta la lampada sputava sul ritratto incorniciato che Fulgenzio Villa, dittatore del Parador, aveva reso obligatorio in ogni casa. E chi si profondeva in preghere. Chi indossava il cappuccio degli squadroni neri e si predisponeva a una notte di scorribande. E chi quelle scorribande temeva e sbarrava ben bene le imposte.
Per nulla convinto che il lupo mannaro fosse stato catturato, immerso nell’oscurità un bracconiere cavalcava il suo imponente cavallo arabo.
Era cupo in volto, il mezzo uomo; sgraziato nella posa, e feroce sin nel midollo, che la vita lo aveva preso a calci in culo come aveva potuto, e aveva potuto spesso e volentieri.
Sferzava a sangue quel cavallo troppo bello, mostrando senza vergogna un dato inconfutabile; lui odiava la bellezza, almeno quanto questa aveva schifato lui. Lui che tutti chiamavano, alle spalle, Billy lo gnomo.
Cavalcava al galoppo Billy e quando, dopo la curva della collina denominata “su mortoriu”, si trovo’ d’un tratto , nel bel mezzo di un gregge non seppe far altro che travolgere le pecore. E rotolare per la strada polverosa. E rialzarsi, umiliato e furioso e scarmigliato per andare ad affrontare lo sventurato pastore.
Era un ragazzo di sedici anni. Tale Astor Lupinu, che teneva tra le braccia una pecora agonizzante mentre lo guardava con rimprovero.
Era più basso di una tacca Billy, ma armato di frustino e schioppo, e di una rabbia sorda che si impossesso’ di lui. Gli prese la mano e frusto’ con violenza il volto il ragazzo. Che cadde. Incredulo. E quando si rialzo’ seppe guardarlo negli occhi, il sangue che gli colava lungo il viso, le lacrime che scorrevano, in silenzio. E in silenzio gli giuro’ morte certa.
Una morte lenta e crudele, che l’odio gli dipingeva nel nero di due occhi tondi e lucenti.
Quando e come lo avrebbe definito il destino. Un destino cui quel ragazzo sarebbe stato devoto per tutta la vita.
Credeva negli sguardi, Billy il nano, e aveva imparato a non sottovalutarli, da qualunque altezza provenissero.
Monto’ a cavallo e al galoppo si allontano’ incrociando gli occhi di una vecchia, che lo fissava, le mani sporche di terra, lo sguardo di chi ha pena. Una pena infinita per la miseria umana.
E quella pena gli trapano’ il petto e divoro’ l’anima e rovino’ molte di quelle notti, a rovistare i sogni e rimestare i ricordi. Che Billy era feroce per davvero ma un giorno il cuore doveva avercelo avuto pure lui.




